Nuove scolture e pitture in Padova
di LODOVICO BRIONI
di LODOVICO BRIONI
Lo scritto Nuove scolture e pitture in Padova, uscito nel 1904 come appendice del quotidiano «La Provincia di Padova», raccoglie idee utili ad abbellire la città. È diviso in tredici parti che sono state pubblicate continuativamente dal 13-14 gennaio al 25-26 dello stesso mese. Nelle prime righe del testo l’autore, Lodovico Brioni, dichiara di essere stato per molti anni «a capo dell’ufficio di belle arti» e di volere, attraverso le proposte contenute nello scritto, «migliorare ed accrescere il patrimonio artistico del Comune». Gli ornamenti da lui suggeriti consistono in nuove statue o nel trasferimento di alcune delle presenti; in fontane monumentali; nel ritorno al nome originale per alcune piazze; nell’assunzione di un custode fisso per la chiesa degli Eremitani; nella previsione di un famedio cittadino da allestire nella Loggia della Gran Guardia e all’Università; nel creare una piazza tra quest’ultima e il municipio; nella commissione di pitture decorative in edifici pubblici che rappresentino fatti e soggetti tratti dalla storia; nel restauro – eventualmente da riprendere ove sospeso – di antichi cicli affrescati cittadini. Brioni, preoccupato che il programma possa apparire ai lettori troppo ambizioso, ne analizza anche la fattibilità: individua per ogni progetto il presumibile costo preventivo e ne indica le modalità di finanziamento attraverso il bilancio comunale, dimostrando di conoscerlo e di saper leggere le varie voci con competenza. In casi rari auspica il contributo dei cittadini.
Le scarne informazioni che possediamo sull’autore provengono principalmente dalla breve autobiografia Memorie mie e di famiglia, data alle stampe – ricorda Brioni come per scusarsi di aver mancato al consueto doveroso riserbo – perché una volta scomparso lui, figlio unico, celibe e senza discendenti, si sarebbe estinto pure il suo ramo e, inoltre, «per soddisfare al desiderio di una persona amata e perduta» la cui identità ci è oggi ignota.1 Dal libretto apprendiamo che Lodovico nasce a Treviso il 25 agosto 1839 da «Giuseppe Brioni ed Anna Chiara Dalest, ambidue di antiche e nobili famiglie, di origine straniera, lentamente decadute».2 Incompatibilità caratteriali tra il padre magistrato e la madre, «donna di alto sentire, coraggiosa e colta», segnano presto la fine del matrimonio.3 Lodovico è allevato così da lei, mentre lo zio materno Giulio Dalest, insegnante elementare e ginnasiale, ne cura l’istruzione. Intraprende poi studi giuridici, più volte interrotti e alternati coi lavori d’ufficio per sopperire alle necessità quotidiane. Su consiglio della madre si orienta verso gli impieghi pubblici: ottiene il posto di alunno e poi di scrivano in un grande centro rurale; nel 1862 è segretario comunale a Tarzo, nel trevigiano; nel 1868 arriva al municipio di Padova, come vicesegretario. In quell’anno, con l’aiuto del legale Giovanni Battista Fiorioli, riesce a farsi riconoscere l’antico titolo comitale dei Brioni, ma non recupera la titolarità dei beni aviti a causa dei diritti ormai acquistati sopra di essi dai terzi.4 Rimane a lavorare in municipio fino al 1901, quando è collocato a riposo. Sappiamo oggi che morirà in città il 9 gennaio 1923, all’età di 83 anni.
Nell’autobiografia Brioni ricorda di aver impiegato le ore libere in cariche pubbliche gratuite e le elenca. Esse concernono in prevalenza l’istruzione scolastica, la memoria del nostro Risorgimento, la beneficenza e la cultura. In quest’ultimo campo, in particolare, l’autore rammenta di aver ricoperto i ruoli di segretario della Commissione provinciale conservatrice dei pubblici monumenti negli anni 1874-1877; di promotore di un Circolo Artistico nel 1888; e di conservatore della Casa del Petrarca ad Arquà dal 1902 al 1906. L’elenco, naturalmente, comprende le cariche da lui rivestite fino alla data di pubblicazione dello scritto autobiografico, non indicata in esso, ma stimata al 1906, due anni dopo, cioè, il saggio che qui ci occupa.5 Brioni ricorda pure i testi da lui curati e, genericamente, di avere inviato molti articoli a quotidiani. La maggiore diffusione l’ha avuta Il Codice dei Municipi, composto di quasi mille pagine, il quale può vantare numerose edizioni.6 Fra gli altri che compongono la lista annessa all’autobiografia – settimo di otto complessivi – troviamo Monumenti in Padova – Proposta di lavori che possiamo identificare con il saggio Nuove scolture e pitture in Padova uscito ne «La Provincia di Padova» e qui riportato. Nella lista non compaiono altri testi d’argomento prevalentemente artistico.7
Le proposte avanzate da Brioni, alle quali abbiamo sinteticamente accennato in apertura, assommano a una ventina. Dal 1904 a oggi se ne possono considerare realizzate circa la metà. Alcune di esse non sono state eseguite alla lettera, ma possiamo ritenere che i motivi che le avevano sorrette siano stati comunque tenuti in considerazione. Ad esempio, la proposta di trasferire dalla Loggia della Gran Guardia la statua di re Vittorio Emanuele II, perché sistemazione troppo modesta, è stata accolta nel 1938. Il luogo d’arrivo, tuttavia, non è stato piazza dei Signori, come da lui suggerito, ma palazzo Esedra nel quartiere di Città Giardino. Il monumento, provvisto di adeguato piedistallo, assumeva così la ricercata, maggiore visibilità e importanza, ma Brioni probabilmente non avrebbe gradito una collocazione tanto decentrata. Non gli sarebbe piaciuta anche perché il Comune di Padova nello scegliere per il centro di Prato della Valle fra una statua equestre al primo re d’Italia o una fontana ornamentale – queste le alternative contenute nel testo – aveva optato nel 1926 per quest’ultima. L’assenza del re galantuomo fra Cavour, Mazzini e Garibaldi, tutti regolarmente presenti nelle piazze centrali, sarebbe stata di certo motivo di pena per un sincero patriota come lui, che aveva a cuore le memorie del nostro Risorgimento.
Un lavoro che Brioni si sarebbe compiaciuto di vedere realizzato è la grande fontana in piazza delle Erbe (1930), dovuta in questo caso alla generosità del senatore Vettore Giusti del Giardino. Al contrario, invece, l’auspicata analoga soluzione per la vicina piazza dei Frutti non ha avuto seguito.
Fra le proposte accolte vanno messe quelle del ritorno (1934) al nome originale per Prato della Valle, a quel tempo rinominato «piazza Vittorio Emanuele II», e per piazza dei Signori, allora «piazza Unità d’Italia», e quella del ricovero al Museo Civico della statua di Poleni eseguita dal Canova per Prato della Valle (nel 1963 è stata sostituita da una copia lavorata da Luigi Strazzabosco). Anche il restauro degli affreschi nella Sala della Ragione e nella Sala del Consiglio Antico o Gran Guardia sono lavori compiuti magnificamente nel frattempo. E non solo quelli, perché la lodevole iniziativa di conservare e valorizzare il patrimonio pittorico antico, già cominciata in verità ai suoi tempi, si è estesa ai molteplici siti presenti in città. Nel 2021, come è noto, dopo un lungo percorso d’approvazione, Padova ha ricevuto un secondo sigillo UNESCO per l’importante presenza della Cappella degli Scrovegni dipinta da Giotto e di cicli affrescati nel XIV secolo che va ad aggiungersi a quello ottenuto nel 1997 per l’Orto Botanico risalente al Cinquecento.
Lodovico Brioni avrebbe voluto anche una nuova piazza fra il municipio e l’Università e una statua in ricordo dello storico Tito Livio da collocare in quel luogo qualora fosse stato previsto. La prima non è stata realizzata nell’ampiezza da lui sognata, ma si deve registrare che la facciata della nuova ala municipale su via 8 Febbraio (Palazzo Moretti-Scarpari, 1922-1932) è stata costruita comunque in arretramento rispetto alla precedente linea degli edifici. La seconda è ora presente a Padova, nell’atrio del Liviano, grazie alla generosità di un privato, Mario Bellini, che nel 1942, in occasione del bimillenario della nascita, ha offerto la somma necessaria a eseguire la scultura di Arturo Martini dedicata allo storico latino.
Per quanto riguarda la decorazione di edifici pubblici con pitture che rappresentano fatti e soggetti tratti dalla storia dei secoli passati, ivi compresi i molti gloriosi episodi della guerra per la nostra indipendenza, va rilevato che il Comune di Padova non si è distinto in modo particolare. A superare le ampie pareti monotone, la fredda impressione di una caserma nelle pubbliche scuole è intervenuta l’Università nei nuovi locali costruiti o rinnovati con i fondi del quarto consorzio (1933) durante il rettorato di Carlo Anti e con i suggerimenti di Gio Ponti.
Una funzione suppletiva, per quanto di propria specifica pertinenza, l’ha avuta ancora una volta l’Università con riferimento all’idea di creare un famedio. All’interno dei diversi ambienti non mancano infatti busti e ritratti di personaggi illustri legati in qualche modo all’ateneo patavino. Ben più limitata, sebbene non assente, invece, è stata in questi anni la commissione di memorie dipinte o scolpite di personalità cittadine da parte dell’amministrazione comunale.
Per venire infine alle proposte di Brioni che non hanno avuto seguito va segnalata quella di completare i dieci basamenti di Prato della Valle, vuoti oppure occupati «provvisoriamente» da obelischi, con nuove statue. L’idea del completamento è stata ripresa anche di recente, in seguito all’osservazione che fra i personaggi lì raffigurati non vi era alcuna donna. Qualcuno ha suggerito allora di portare in quel luogo la statua di Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, prima donna laureata al mondo, presente nel palazzo del Bo. La proposta, sebbene non accolta, ha avuto comunque il merito di ripensarne l’illuminazione per conferirle maggiore visibilità. Pure Brioni, per le nuove sculture di Prato della Valle, aveva pensato a tre figure femminili – non però alla Cornaro Piscopia – oltre a quelle maschili: alle poetesse Gaspara Stampa e Beatrice Cittadella Papafava, e all’attrice Isabella Andreini.
Non ha avuto seguito neppure il trasferimento del monumento Pedrocchi dal Cimitero maggiore ad altro luogo, con preferenza a piazzetta Garzeria, perché ritenuto inadatto alla mestizia dei luoghi e non conforme alla volontà testamentaria di Domenico Cappellato Pedrocchi, il quale aveva richiesto tre statue e non dei semplici busti. Dal momento che questo è rimasto in loco, non ne è stata operata nemmeno la sostituzione con uno nuovo, più adeguato. Parimenti non accolte sono le proposte di una scultura all’illustre pittore Andrea Mantegna e della nomina di un custode fisso a spese del Comune padovano per la sorveglianza della chiesa degli Eremitani, nella quale la Cappella Ovetari presentava splendidi affreschi di artisti noti, tra i quali proprio Mantegna. Si voleva così controllare i visitatori e preservare l’integrità di quelle opere dai molti pittori anche stranieri – talvolta poco capaci e incauti come egli ci racconta – che chiedevano di trarne copia. Brioni, scomparso nel 1923, non visse tanto a lungo da assistere allo scellerato bombardamento alleato dell’11 marzo 1944, che colpì quel luogo, oggi ricomposto a partire dai frammenti superstiti con somma pazienza e altrettanta cura.
Terminiamo questa nostra breve introduzione con alcune precisazioni sul lavoro di copiatura del testo: le diverse appendici sono introdotte da numeri arabi fra parentesi quadre, come nell’originale; si è mantenuta invariata la grafia delle parole e l’uso delle maiuscole, senza preoccupazione per un’eventuale contraddittorietà; nel doppio cognome si è eliminato l’uso del trattino. Soltanto in ipotesi di refuso palese e grossolano si è fatto seguire a esso il termine o il nome corretto fra parentesi quadre e così è stato fatto anche per precisare una voce bibliografica incompleta. Per quanto riguarda le note, che nelle diverse appendici sono introdotte indifferentemente da numeri o da asterischi, abbiamo preferito utilizzare i primi per quelle aggiunte da noi in quest’occasione e lasciare i secondi, invece, per quelle originali di mano dell’autore.
1 Lodovico Brioni, Memorie mie e di famiglia, S. Giuliano, Tipografia del Domesticum, [1906], pp. 1-11: 10. La datazione appare tra parentesi quadre nella vecchia scheda d’inventario della copia da noi consultata alla Biblioteca Civica di Padova con collocazione BP 3864.
2 Ivi, p. 3.
3 Ivi, p. 5.
4 Su Giovanni Battista Fiorioli Della Lena (Padova?, 1833 – Roma, 1901) si veda Giuseppe Toffanin junior, Cent’anni in una città (schedario padovano), [Padova], Rebellato, 1973, p. 115; Guida indispensabile per la città di Padova: 1868: anno I, Padova, Sacchetto, 1868, p. 36.
5 Le cariche assunte nel Comune di Padova sono ispettore scolastico provinciale (1869); segretario della Casa d’industria (1873-1885); direttore della medesima e dell’Ospizio dei mendicanti (1885-1887); segretario del Comitato per la compilazione delle tabelle commemorative collocate nella Torre di San Martino (1878-1879); membro del Comitato provinciale di soccorso agli inondati (1882-1883); segretario del Comitato provinciale per la raccolta delle Memorie del risorgimento spedite alla Esposizione di Torino (1884); fondatore e presidente della Società italiana fra gl’impiegati pubblici (1886-1890); presidente del Comitato promotore d’un magazzino cooperativo (1889); relatore della Commissione pel Premio Malipiero alla virtù (1890-1901); consigliere della Congregazione di carità (1902-1905). Si veda L. Brioni, Memorie, pp. 8-9.
6 L. Brioni, Il Codice dei Municipi: raccolta sistematica delle leggi e dei regolamenti principali che riguardano l’amministrazione comunale con una scelta di recenti massime di giurisprudenza, Padova, Stabilimento Tipografico Veneto, 1890.
7 Nell’elenco, oltre ai citati Il Codice dei Municipi e Monumenti in Padova, troviamo: «Il Comune Moderno», I, n. 1, 1° marzo 1891, fondato e diretto da Brioni; Riforma dell’Istituto Esposti di Padova, Padova, Minerva, 1876; Il domicilio di soccorso – Proposta di riforme, i.e. Domicilio di soccorso e spedalità, Padova, Tip. del giornale «La Provincia», 1903; Le fondazioni studio – Proposta di riforme; Gli Istituti di Beneficenza del Comune di Padova, Padova, Salmin, 1898; Istituti comunali antichi e nuovi – Accenni desunti dalla mia carriera. Negli indici cartacei della Biblioteca Civica di Padova abbiamo rinvenuto, inoltre, l’ulteriore pubblicazione Valore dei diplomi di studio, Padova, Tip. del giornale «La Provincia», 1903, e l’articolo intitolato La Basilica di S. Antonio, uscito su «Il Comune. Giornale di Padova» in data 7 aprile 1892, che propone lavori da eseguire alla basilica in occasione del settimo centenario antoniano.
Nuove scolture e pitture in Padova di Ludovico Brioni
[APPENDICE N. 1]
Lasciato, non ha guari, l’illustre Municipio di Padova, ove ebbi per molti anni l’onore di trovarmi a capo dell’ufficio di belle arti, credo poter manifestare alcuni voti allo scopo di migliorare ed accrescere il patrimonio artistico del Comune.
E ciò oltre tutto quello che, specialmente in questi ultimi anni, esso, con sapiente generosità, ha per lo stesso fine operato.
Basti, come esempio nobilissimo, citare i gravi dispendi sostenuti, e le infinite cure prodigate per la conservazione dei preziosi affreschi di Giotto nella Chiesa di S.M. Annunziata dell’Arena.
Anche le nuove opere che intendo proporre hanno, sotto i rapporti del decoro cittadino, carattere di necessità, o di convenienza somma.
Spero colle mie parole di fare atto non indegno dall’arte, né inutile agli artisti padovani, fra i quali ho la ventura di contare amici numerosi e sinceri.
I. PRATO DELLA VALLE
A) Il nome
Prego il cortese lettore a concedermi di chiamare la prima piazza di Padova, ed una delle prime d’Italia, col suo nome antico, e di far voti perché questo nome le sia ufficialmente ridonato, come soltanto ufficialmente le fu tolto. E ciò per tre motivi.
Primo, perché il luogo, celebre fino dagli antichi tempi per molti istituti sacri e profani, per usi, avvenimenti, episodi che vi si svolsero, ha una interessante storia propria, e tra i molti che ne scrissero basti citare l’eruditissimo Neumayr.*
Antonio Neumayr, Illustrazione del Prato della Valle, 1807 [Antonio Neumayr, Illustrazione del Prato della Valle ossia della Piazza delle Statue di Padova, Padova, Seminario, 1807].
Secondo, perché è solamente col suo nome secolare che quel luogo è conosciuto, anzi il nome di Prato della Valle è sempre, non solo sulla bocca, ma anche nel cuore di tutti i padovani. Il nome lunghissimo ufficiale, di: Grande Piazza Vittorio Emanuele II. è quasi unicamente ricordato nei manifesti municipali.8
Terzo, per l’esempio delle altre città, che alle loro piazze principali conservarono il loro nome storico.
Spero che la natura di questi argomenti dimostri sufficientemente come sia lontanissima perfino l’ombra di ogni questione politica. Anzi, restando nello stesso concetto che ha suggerito il mutamento del nome, credo che Vittorio Emanuele sarebbe, certo costosamente, ma molto splendidamente onorato, rendendogli invece lo stesso omaggio che ha ricevuto presso molte altre Città, erigendogli cioè una statua equestre, che dovrebbe campeggiare precisamente nel centro del Prato. E va da sé che la spesa non sarebbe limitata, come quelle di cui dirò appresso, e per le quali basterebbe il Comune. Il monumento soverchierebbe le forze comunali disponibili, o quanto meno le aggraverebbe di troppo. Ma sono convinto che se s’instituisce all’uopo un comitato, trattandosi di onorare maggiormente Vittorio Emanuele, i cittadini tutti sarebbero disposti a concorrere, e più generosamente, come s’intende, risponderebbero all’appello i più facoltosi.
Né la Provincia si ritirerebbe, come non si è ritirata per altri patriottici monumenti.
B) Il Recinto
Ed ora dirò di alcune opere minori che sarebbe necessario inalzare nella stessa piazza.
Epoca memoranda nella storia dell’arte padovana sarà sempre la fine del secolo decimottavo.
Il Prato della Valle era a quel tempo quasi tutto l’anno una palude.
Acqua, fango, e male erbe coprivano gran parte della vasta superficie, monotona e triste, quando una idea luminosa balenò nella mente di Andrea Memmo, Capo della Città.9
E come accade talvolta a chi scruta nei problemi più ardui con acutezza di sguardo le stesse difficoltà della impresa, cui animosamente accingevasi, seppe convertire [l’idea] nei mezzi che gli valsero a raggiungere il fine, veramente felice.
Imperocché su quell’angolo di steppa emerse d’un tratto, e come per incanto, uno splendido giardino, allietato da opere varie.
Sono i vasi stupendi, classicamente consacrati al genio del luogo: genius loci; come dicono le epigrafi incise sui piedestalli. Sono i marmorei sedili, deliziosamente ombreggiati.
È un popolo di statue che in doppio giro circondano l’ampia ellissi, rispecchiandosi nelle acque che scorrono placidamente ai loro piedi.
E Melchiorre Cesarotti eternava l’entusiasmo di quei giorni nei versi famosi:
Vile vadum fueram: speciosa atque usibus apta
Insula sis, dixit Memmius; illa fui.10
Onore grande dunque, certamente, ad Andrea Memmo, ma onore anche al valente professore Domenico Cerato che fu l’architetto, lodato parcamente dal Selvatico, e largamente dal Milizia.11
Merito suo principale è stata forse la sapiente canalizzazione sotterranea, che ha regolato per tanti anni il movimento delle acque, con mirabile accordo di effetti estetici e igienici. Che se più tardi, per cause varie non imputabili al sistema, quel movimento rallentava, è da credere che i successori del Cerato sapranno ristaurare perfettamente l’opera sua.
Molti artisti di fama e valore diversi offersero a quel tempo lo scalpello, e fra essi l’immortale Canova.
A questa superba decorazione concorsero con uno slancio mirabile e singolarissimo autorità, cittadini e stranieri, ma è indubitato che l’impulso vigoroso e generoso venne dai padovani.
Ottantotto furono i piedestalli preparati, ma di questi soltanto settantotto sono stati coperti da statue.
Che cosa significano i rimanenti dieci che sorgono agli angoli di tre ponti e che, meno due, sostengono altrettanti obelischi?
[2] Significano che quella felice età tramontava senza che il tempo e le vicende che travolsero il paese le consentissero di compiere l’opera colossale.
Certamente è della maggiore evidenza che questi obelischi hanno la sola ragione del ripiego. Un solo ponte è decorato con quattro statue, uno ne ha due, e due ponti non hanno che obelischi. Mancano così dieci statue.
Tutto un secolo non è poi bastato al coronamento d’un edificio che era stato inalzato in pochi anni.
Questo abbandono ebbe tristi effetti.
La sgradita impressione che produce una lacuna in tutto, e specialmente nelle opere d’arte, che vivono di armonia. Poi, e sopratutto, la trascurata magnifica occasione di eternare nel marmo la effigie di alcuni altri illustri padovani.
Pietro Selvatico lamenta che parecchi, meno degni, sorgano indebitamente in loro luogo.*
Pietro Selvatico, Guida di Padova, 1869 [si veda alla nota 4].
Ma se non era possibile una sostituzione, era possibilissimo riparare, almeno in parte, collocando alcuni di quei dimenticati sui piedestalli vacanti.
C) Padovani illustri
Selvatico fa una scelta dei grandi padovani cui spetterebbe l’onore di una statua nel Prato, scelta che per la somma competenza storica ed artistica di lui sarà sempre tenuta nella massima considerazione.
E qui ripeterò quei nomi.
Vengono prima gli statisti ed i guerrieri.
Rolando da Piazzola e tre principi Carraresi, Giacomo ed i due Franceschi; ne aggiungerei un quarto e farei quattro statue che darebbero il nome ad un ponte: dei quattro principi.12 Questo assieme costituirebbe un monumento grandioso e degno della dinastia padovana che ha regnato un secolo. Seguono gli storici: Davila e Gennari.13
Indi i letterati: Beolco detto Ruzzante, Facciolati, Sibiliato, Volpi ed aggiungerei Cesarotti.14
Fra i pittori sono indicati Guariento, Squarcione, Girolamo Dal Santo, Domenico Campagnola, Varotari detto il Padovanino e si potrebbe aggiungere il Gazzotto.15
Finalmente tre donne, delle quali, per atto di omaggio, farò un cenno brevissimo. Prima viene Gaspara Stampa, collocata da Olindo Guerrini (Lorenzo Stecchetti) fra le principali gentildonne poetesse del secolo decimosesto, essendo le altre: Vittoria Colonna e Veronica Gambara. La Stampa cantò sopratutto, in versi vigorosi e con ardore di passione i suoi liberi amori.16
Seguono le altre due padovane: Elisabetta [Isabella] Andreini, poetessa e grandissima attrice dello stesso secolo, che raccolse larga messe di allori e tesori.17 Prodigio dell’arte, che meravigliò il suo secolo ed ebbe gloria di vera declamatrice e scrittrice.*
Carlo Leoni, Dell’arte e del teatro in Padova [Carlo Leoni, Dell’arte e del Teatro Nuovo di Padova, Padova, F. Sacchetto, 1873, p. 161].
E Beatrice Cittadella Papafava, morta nel 1729, che fino all’ultimo giorno della sua vita durata centodue anni, deliziava colla sua musa.18
Celebrò il suo centenario con un sonetto che, data la età, è un capolavoro di sentimento, di leggiadria e di spontaneità.**
Napoleone Pietrucci, Le donne illustri padovane [Napoleone Pietrucci, Delle illustri donne padovane: cenni biografici, Padova, Bianchi, 1853, pp. 48-51].
D) Prati e Tommaseo
Tutti questi sono padovani perfettamente, ma aggiungerei due non padovani, il trentino Prati, poeta della indipendenza, ed il dalmata Tommaseo, grande filosofo e grandissimo letterato; e ciò per questi motivi.19
Primo, di ricordare degnamente due gloriosi italiani che qui ebbero lunga dimora.
Secondo, di rendere un omaggio solenne e perpetuo a due nobili terre amate e separate.
Terzo, di soddisfare al giusto desiderio di un eminente cittadino che non è più, Antonio Tolomei, il quale, nei lieti e frequenti colloqui d’arte e di studi ch’io m’ebbi con lui, indicava appunto quei due nomi cui avrebbe destinato i piedestalli liberi del ponte dei Dogi.20
Quarto, di seguire la generosa tradizione padovana che onora anche i forestieri.
Con tutti questi nomi il numero dei dieci piedestalli sarebbe di gran lunga superato, ma nulla impedirebbe, agendo come s’intende da sé, gradatamente, che si cominciasse coi dieci creduti meritevoli di precedenza e si occupassero con essi i piedestalli vuoti, disseminando poi in processo di tempo sopra linee simmetriche l’interno del recinto colle statue dei rimanenti, e rendendo così sempre più interessante il giardino.21
E) Fontana monumentale
Resterebbe ancora da provvedere al centro del giardino medesimo.
Evidentemente il sito, e per forma, e per dimensioni, e pei contorni attenderebbe un monumento colossale. E questo non potrebbe consistere che in una statua equestre di Vittorio Emanuele, come sopra accennai, in accordo perfetto colla opinione pubblica.
Ma se non fosse possibile ottenere mai ciò che si è ottenuto altrove, ed anche non molto lungi, come in Venezia, Verona, Bologna, dove si ammiravano appunto questi grandiosi monumenti a lui inalzati, sembra che si potesse almeno far luogo ad una fontana monumentale, realizzando così, dopo un secolo, il disegno del citato architetto del recinto, Domenico Cerato.
Ben più grato – dice uno storico del tempo – sarebbe riuscito questo passeggio se nel mezzo vi si fosse collocata una magnifica fontana, secondo il divisamento.*
G.A. Moschini, Guida di Padova 1817 [Giannantonio Moschini, Guida per la città di Padova all’amico delle belle arti, Venezia, Alvisopoli, 1817, p. 232].
Ed ora che la Città possiede un acquedotto, l’opera riuscirebbe più facile e più graziosa e si compirebbe sufficientemente la decorazione della piazza.22
F) La spesa
Per tutti questi lavori rimarrebbe da indicare la spesa, almeno approssimativa, e la competenza. Molti supporranno che [per] le opere proposte, essendo piuttosto numerose, la spesa debba essere ingente.
[3] Ma ingente non sarebbe, anzi mitissima quasi tutte comprese.
A prescindere dal monumento a Vittorio Emanuele, che costerebbe molto relativamente alle altre, ma pel quale sarebbero chiamati molti, ed a prescindere anche dalla fontana, sulla quale dirò appresso, rimangono le statue in onore di personaggi illustri.
Sul prezzo probabile di cadauna siamo già in possesso di un dato sicuro.
Ed è quello della spesa sostenuta parecchi anni fa dal Comune per la rinnovazione di una delle statue del recinto, deperita.
È quella di Antonio Savonarola, guerriero, illustre padovano al tempo degli Ezzelini.
La nuova figura, elegante e vigorosa, è opera di Natale Sanavio.23 Fu speso in tutto meno di L. 3000.
Prego il cortese lettore di avere presente che trattasi di decorazioni, non già di vere opere d’arte, nel qual caso la spesa sarebbe certamente molto maggiore. Ora, le statue che urge inalzare, per colmare una lacuna, per sostituire cioè i ripieghi degli obelischi, sono dieci soltanto. Le altre, cui ho accennato, verrebbero in seguito.
Le dieci urgenti non domandano quindi che dalle venti alle trentamila lire. Inoltre è da considerare che non sarebbe necessario farle scolpire tutte ad un tratto. Dunque la spesa, divisa fra alcuni anni, diventerebbe molto leggiera.
Né ciò starebbe punto ad indicare che la estetica potesse risentirsene così che le statue dovessero apparire meno degne del merito e della fama degli artisti padovani. Significherebbe soltanto che la spesa (specialmente per un grande Comune come quello di Padova, di cui dirò appresso) sarebbe molto limitata e che lo scopo nobilissimo sarebbe molto facile. Comunque bisognerebbe sempre ricordare che se molte fra le statue presenti posseggono un pregio molto relativo, altre furono sempre assai considerate, come sono quelle degli scultori Ferrari, Danieletti, Sanavio, a non citare quella di Canova giovanissimo.24 Perciò le opere nuove dovrebbero almeno essere tali da non temere il confronto colle antiche.
Per la fontana non si hanno dati sicuri, ma è certo che, se non si esigesse un grande capolavoro, come il Nettuno di Bologna, non si tratterebbe di molte migliaia di lire, ed anche questo carico si potrebbe ripartire in più anni. Tutto ciò per quanto riguarda la spesa.
G) Il Comune
Per la competenza, nessun dubbio che dovrebbe accettarla il Comune.
Prima è da riflettere come sarebbe difficilissimo, se non impossibile, rinnovare lo slancio col quale cittadini e stranieri, più di cento anni fa, gareggiarono nelle spese.
Poi, che, trattandosi della necessità di completare la decorazione di una piazza pubblica, nessuno potrebbe essere obbligato all’infuori del Comune. Certo che non sarebbe questo un obbligo giuridico ma anche gli obblighi morali vanno osservati.
Credo fermamente che il Comune, posta la questione, sarebbe disposto a riconoscerli ed adempierli, come riconosce ed adempie quelli che riguardano la manutenzione di tutto il recinto, e molto di più, perché, nel caso, fa rimettere a tutte sue spese le opere, come avvenne pel citato Savonarola.
E merito cospicuo del primo Municipio del secolo ventesimo potrebbe essere il compimento dell’opera meravigliosa che ricorda l’ultimo Municipio del secolo decimottavo.
A) Il programma
Domenico Cappellato Pedrocchi, morto nel 1891, ha lasciato, fra l’altro, centomila lire perché venisse, dal Comune suo erede, inalzato nel cimitero civico ad onore del padre suo adottivo, Antonio Pedrocchi, un gruppo di tre statue rappresentanti: Pedrocchi, Jappelli e Franceschini.25
Circa trenta artisti di ogni parte d’Italia concorsero presentando bozzetti, naturalmente vari di forma e di merito, ma tutti conformi al programma, che richiedeva precisamente tre statue, ed offeriva all’uopo i ritratti da riprodursi nel marmo. È anzi a notare che alcuni erano in generale riconosciuti di molto
valore e fra questi specialmente uno o due dove il concetto nobilissimo emergeva non solo nelle figure, ma anche in un grandioso sviluppo architettonico.
Un solo artista abbandonò il programma, mediante un bozzetto che raffigurava tre donne simboliche, la munificenza: Pedrocchi – l’architettura: Jappelli – la ingegneria: Franceschini; questa la parte superiore e cospicua. Seguivano inferiormente tre semplici busti sostituiti alle tre statue richieste.26
Prego il cortese lettore di credere che procedo in questo delicato argomento con qualche trepidazione, non perché mi trovo assalito da dubbi sulla consistenza del mio parere, ma per la grande autorità, per la eccellenza degli artisti il cui verdetto mi accingo a discutere.
Nondimeno, la considerazione che sono in causa, non solo le ragioni dell’arte, ma ancora quelle della giustizia, mi conforta ad esporre tutto quanto il mio pensiero, con molto rispetto, ma con molta libertà.
B) Il verdetto
La Commissione giudicatrice del concorso venne infatti composta con cinque fra i più illustri nomi che vanti l’Italia nell’arte. E furono: Dalzotto [Dal Zotto], Marcagnani [Maccagnani] e Ximenes Ettore, scultori; Sacconi architetto e Panzacchi critico, che fu il presidente. Questo giurì escluse tutti i concorrenti meno appunto quello ch’era uscito dal programma, Arnaldo Fari [Fazzi].27
Nessuno dei bozzetti colle tre statue si riconobbe corrispondere a tutte le esigenze dell’arte.
Questa esclusione generale stava perfettamente nel diritto. Dopo di che si ritenne che il campo restasse liberissimo e si potesse scegliere qualunque altro lavoro, senza nessun riguardo alle condizioni pubblicate. E così avvenne.
[4] Il giudizio produsse triste impressione, specialmente nel mondo artistico.
Neppure questa seconda decisione violava forse a rigore il diritto, ma era senza dubbio il caso in cui summum jus divenne summa injuria.
Il verdetto offendeva apertamente tutte le convenienze.
Molti artisti avevano molto studiato ed anche molto speso per seguire un programma imposto. Ed ora vedevano la palma della vittoria riportata da chi quel programma aveva posto in non cale. Ma, ciò ch’era molto più grave, quella decisione non rispondeva alle chiarissime disposizioni del testatore, che voleva statue di persone amate e ammirate, non già simboli delle medesime.
Il concetto del simbolismo adottato dal Fazi [Fazzi], ed espresso in quella forma, fu invece lodatissimo, come lodatissimo fu il bozzetto, che rimase prescelto.28
Una sola osservazione venne fatta, ma ritenuta di lieve importanza, così lieve che, a fine di non inserire una nota stonata nel verdetto di plauso, fu soltanto esposta a voce.
E riguardava il piedestallo, giudicato precisamente un cassone, e si raccomandò all’autore, che accettò, di inserirvi qualche linea elegante.
Invece alla fine esso rimase tal quale.
Eppure, quanto di bellezza non avrebbe aggiunto al monumento un piedestallo artistico! Se non sono in errore, a me sembra che quando trattasi, come nel caso, di opere grandiose sia, in generale, veramente necessario l’intervento di un architetto. E così di fatto, almeno qualche volta avviene. Anzi è accaduto che il piedestallo fosse considerato di tale importanza da consentire che il nome dell’architetto, inciso a caratteri cubitali, rimanesse molto più visibile di quello
dello scultore, come appare nel monumento equestre a Garibaldi in Milano, opera dello Ximenes; ciò che costituisce indubbiamente una esagerazione.
C) Il Cimitero
Ma, a parte il suo informe sostegno, il monumento a Pedrocchi, a dire tutto in breve, si può considerare come una vera opera d’arte? Senza dubbio, benché il concetto non sia molto, anzi poco, originale. Conviene ad un Cimitero? No assolutamente. Tre magnifiche donne sedute che, in tutta la pompa delle forme seducenti, discutono serenamente sopra un disegno architettonico, non sono figure destinate ai regni della morte.
Tutti i cimiteri sono sparsi di simboli del dolore, della fede, della rassegnazione, della speranza. L’austerità delle espressioni, degli atteggiamenti, di tutte le forme corrisponde alla solenne mestizia dei luoghi. E mentre la scoltura plasma severamente la fanciulla che piange o l’angelo che conforta, l’architettura funeraria dispiega talvolta la casta armonia delle sue linee e la nobile semplicità dei suoi motivi.
Ed anche ora si poteva offerire, come da taluni si offerse, un complesso di imagini e decorazioni convenienti, associando felicemente l’incanto delle arti al culto delle tombe.
Riassumendo, il bozzetto prescelto mancava contro la volontà del testatore, contro le condizioni del programma e contro il luogo di destinazione.
E allora perché non furono avvertite tutte queste dissonanze? Perché l’opera, esteticamente e presa in sé, poteva preferirsi e far perdere di vista ad un giurì innamorato della bellezza ogni altro rapporto.
D’altronde, e come tutti sanno, un giudizio d’arte, per quanto autorevole, non può avere nulla di assoluto.
Il verdetto fu accettato pel fascino del nome dei giudici anzitutto, e poi perché le assemblee, in generale, sono per natura refrattarie all’analisi, e sono fatte piuttosto per decidere in blocco.
E discutendo, riproducono talvolta il fenomeno conosciuto nella fisica sotto il nome di interferenza della luce, e che consiste nella estinzione parziale o totale di due raggi quando s’incontrano in un medesimo punto. Risultato è la oscurità.
Nondimeno, all’ultimo istante, cioè poco prima che il monumento entrasse nel cimitero, si era formata una corrente contraria e si propendeva ad inalzarlo altrove. Pur troppo ostacoli di vario genere si opposero, e l’opera bella, ma profana, fu accolta nel sacro recinto.
D) Monumento nuovo
Consegue da tutto ciò che il Comune, erede, ha mancato. Che debba e che possa riparare sembra evidente.
Se i testatori in genere, secondo un grande maestro di diritto (Troplong), quando pregano, comandano, e debbono venire obbediti, i testatori che beneficano principescamente l’erede e non pregano, ma comandano, come il nostro, hanno diritto che la loro volontà sia rispettata a qualunque costo.29
Certo, il Comune non può temere che alcuno spieghi qualche azione contro di esso per obbligarlo all’adempimento perfetto del legato, ma tanto più delicata diventa la sua posizione.
I motivi esposti sono tutti, e solamente, d’indole morale, ma ciascheduno ha molto valore, ed uniti mi pare che riescano ad una dimostrazione completa dell’obbligo che incombe al Comune. Ne aggiungerò un altro, pur questo di alta convenienza, e consiste in ciò che mentre il Comune erige lapidi, busti e perpetua il nome sugli istituti e sulle vie di altri cittadini più o meno illustri, a Domenico Cappellato Pedrocchi si è limitato d’inalzare la breve lapide sul Caffè e quella sulla tomba.
Ora, chi ha lasciato un milione in opere di benficenza, di decoro e di utilità pubblica, meritava davvero qualche cosa di più e di meglio.
Ebbene, la cura e le spesa che s’incontrerebbero a rinnovare, secondo la sua volontà, il monumento al padre e benefattore suo, Antonio Pedrocchi, corrisponderebbero, almeno in parte, ad altre personali onoranze.
Due sono le operazioni che s’impongono. Il trasporto del monumento in luogo conveniente, e la sua sostituzione con altro che risponda alle condizioni poste dal testatore.
[5] Quella che può presentare le maggiori difficoltà (sempre del resto vincibili) è la sostituzione, pel solo motivo finanziario, e quindi mi fermo un istante sopra di essa.
Il Comune ha pagato al Fazi [Fazzi] ottantamila lire, ma credo che colla metà, ed anche meno, si possa ottenere un monumento da potersi considerare come quello che fu scolpito, una vera opera d’arte, ma di carattere perfettamente funerario, quale richiede il cimitero in cui dovrebbe venire collocato.
Le ventimila lire che mancherebbero a raggiungere la somma delle centomila legata dal testatore furono spese nelle gravissime tasse e negli accessori.
Ora, si può facilmente concretare una cifra modesta (e di cifre modeste per monumenti abbiamo esempi parecchi anche nel nostro Comune) per la quale il bilancio comunale offre sempre margine, e lo scopo è raggiunto.
In vero, durante il concorso fu anche vagamente accennato ad una difficoltà artistica. Si pretendeva che l’arte non si prestasse a rappresentare degnamente
un gruppo di tre uomini, e meno nei costumi cittadini. Ma questo era un errore. Intanto, molti fra i concorrenti, fedeli al programma, offersero gruppi lodati. Inoltre, per citare un esempio, ricordo come altri ricorderanno per averlo veduto nella realtà o riprodotto il magnifico monumento eretto nella Città di Francoforte sul Meno, opera di Launitz, in onore degli inventori della stampa.
Primeggia Gutemberg, e gli stanno allato Schoeffer e Faust [Fust], tutti in piedi ed in nobile atteggiamento, senza che il costume scemi punto l’effetto.30
Rimane il trasporto del monumento, pel quale la spesa sarebbe relativamente insignificante.
E) La piazza
Forse non è facilissima la scelta del luogo più adatto, ma in tutte le cose la sola difficoltà della scelta non è mai stata un ostacolo insuperabile.
La Città contiene ancora spazi disponibili in abbondanza, con questo grande vantaggio, che il monumenti Fazi [Fazzi] mentre costituisce nel Cimitero una grave stonatura, ed è quasi sottratto alla vista, in una pubblica piazza diverrebbe un superbo ornamento, accrescerebbe il decoro cittadino e potrebbe essere sempre veduto ed ammirato da cittadini e forestieri.
Che se, per avventura, dovessi esporre un voto anche su ciò, fermo sempre che lo scopo, necessario ed urgente, è la uscita del monumento dal Cimitero e la sua sostituzione con un’opera nelle forme volute dal testatore, per cui la scelta della piazza ha un interesse secondario, io non esiterei a consigliare la piazzetta, del teatro Garibaldi. L’unica obbiezione possibile è lo spazio, non largo. Ma è sufficiente.
Altri monumenti in altre Città sorgono in luoghi anche più limitati. D’altronde le ragioni prospettiche non esigono sempre, assolutamente, centinaia di metri.
E poiché la perfezione non si raggiunge mai, questo lato del mio parere, sia pure alquanto debole, sarebbe esuberantemente compensato da molti vantaggi.
Pedrocchi, il fondatore, e Jappelli, l’architetto del grande Caffè, che tanto onora l’arte e Padova, posti precisamente dirimpetto alla loro opera famosa, nel centro della Città, che al loro cuore ed alla loro mente deve l’inestimabile beneficio di questo geniale stabilimento, produrrebbero un magnifico effetto, morale ed artistico.
Le figure simboliche di questi due uomini, associate a quella dell’ingegnere Franceschini, che fu il loro modesto collaboratore (coi busti che ricordano la loro effigie) collocate in quel sito, costituirebbero la solenne integrazione storica d’uno de’ più memorabili avvenimenti della vita cittadina del secolo decimonono.
E si potrebbe dire che la fortuna avrebbe condotto ad un ravvicinamento logico e grazioso, che accrescerebbe valore al monumento, ed avrebbe chiaro significato di cospicua prova di ammirazione e riconoscenza.
In fine, a dire tutto in breve, un monumento ordinario, non funerario, ad Antonio Pedrocchi, di fronte al Caffè Pedrocchi, sarebbe evidentemente collocato nella sede propria.31
A) La Loggia del Consiglio
Il voto espresso nell’articolo sulle opere che sarebbero da eseguirsi nel Prato della Valle, perché a Vittorio Emanuele si eriga un grande monumento equestre, non esclude naturalmente le cure dovute alla sua statua inalzata sotto la Loggia del Consiglio antico, edificio, giustamente ammirato, di Annibale Bassano.
Qualunque sia la nuova opera d’arte che in avvenire gli venga destinata, la statua presente sarà sempre tenuta in molta considerazione, e fino a quel giorno, forse purtroppo lontano, riceverà tutti gli onori dei cittadini, quale unica imagine del primo Re d’Italia.
Ed è della collocazione sua che intendo occuparmi.
Un motivo giusto pel quale essa debba ivi restare per sempre, invano si cercherebbe.
Quando fu scolpita (1882) il Comune intese naturalmente di assegnarle il sito più degno.
Eretta nel centro d’uno de’ più insigni monumenti architettonici della Città, circondata probabilmente più tardi da busti di patriotti inalzati sulle pareti, posta sotto l’egida di quella gloriosa schiera di veterani che hanno ivi sede, come diceva, nel suo splendido discorso inaugurale, il sindaco Antonio Tolomei, pareva che l’opera del Tabacchi dovesse essere colà in perpetuo ammirata, riverita e quasi circonfusa nella solenne maestà di un tempio civile.32
Invece, dopo vent’anni, la statua produce la impressione di cosa, più o meno [6] celata, più o meno trascurata e quasi dimenticata.
Vicende dei tempi!
Nel 1882 i grandi collaboratori di Vittorio Emanuele II non avevano ancora una statua, e pareva così difficile tributare loro questo massimo onore che nella piazza «Cavour» si divisava erigere al grande statista un semplice busto. Ma poco dopo, e come per incanto, Padova, splendidamente provvide.
Garibaldi ebbe la statua, opera del Borghi (1886), Cavour la sua, opera del Chiaradia (1888), e Mazzini un monumento colossale, opera del Rizzo (1903), a merito del concittadino Domenico Cappellato Pedrocchi.33
E tutti in siti cospicui. I confronti, per Vittorio Emanuele, divenivano sempre più tristi.
Si aggiunga che di busti sulle pareti della loggia non si parlò più; ed infine che il movimento nella piazza andava sempre scemando.
B) La Piazza dei Signori
Veramente si è pensato talvolta di torre a quella ingiusta solitudine il simulacro di Vittorio Emanuele. Anzi, parecchi anni sono, una patriottica società chiedeva all’autore il suo voto, ed egli non solo plaudiva al trasporto, ma presentava inoltre il disegno del piedistallo adatto ad una piazza.
Difficoltà finanziarie arrestarono il progetto. Ma oggi è divenuto unanime il giudizio di cittadini e forestieri contro quella specie di relegazione cui pare condannata la statua. E tutti ad alta voce domandano ch’essa sorga all’aperto.
La vastità del nuovo ambiente e l’altezza ed eleganza del nuovo piedestallo, sostituito al povero dado attuale, darebbero certamente alla vigorosa figura tutto il risalto che merita.
Ma il luogo? La piazza Unità d’Italia è fatta apposta. Ampia, simmetrica, centrale, essa ne diverrebbe la sede più degna.
È stata mossa qualche futile obbiezione, come: la difficoltà di collocare le bande musicali ed i pubblici spettacoli.
Con buona volontà c’è posto per tutti.
Colgo anche qui la occasione di esporre lo stesso voto espresso relativamente al Prato della Valle, e cioè che si ridoni ufficialmente alla piazza, ora detta Unità d’Italia, il suo nome antico, che solo ufficialmente le venne tolto.
Anche questa, come il Prato, ha una storia, anche questa è sempre e da tutti conosciuta col nome di Piazza dei Signori; ed anche per questa vale l’esempio
di altre Città.
Forse alcuno può credere che il nome antico contrasti colla corrente democratica moderna, quasiché «Piazza dei Signori» significhi la dimora od un ritrovo dei ricchi. Ma non è vero, perché il nome si riferisce esclusivamente ai membri del Consiglio cittadino che si adunavano sopra la Loggia, detta perciò appunto del Consiglio.
Equivarrebbe perfettamente al nome di Piazza dei consiglieri che ora venisse imposto alla Piazza delle Erbe, la quale si stende d’innanzi al Palazzo municipale, dove si raccoglie il Consiglio comunale.
Appunto in questo senso, anche in altre città è rimasto a qualche piazza il nome di Piazza dei Signori, senza ricordare la celebre piazza della Signoria di Firenze.
Si tratterebbe dunque anche qui, come nel caso del Prato della Valle, di una semplice, ma necessaria reintegrazione storica, la quale starebbe in perfetta corrispondenza coll’uso e col sentimento pubblico.34
Quanto alla spesa, un piedestallo ed un trasporto importano poco, relativamente. E pel Comune sarebbe una inezia. Perché l’obbligo morale è certo del Comune il quale per lo stesso motivo ha largamente contribuito alla erezione.
È una questione urgente di decoro cittadino, ed il Comune non può sottrarvisi più oltre.35
Trattasi di Vittorio Emanuele!
A) Le ragioni
Andrea Mantegna, una delle grandi glorie italiane e massima gloria artistica padovana, non ha, in questa città, un ricordo degno di lui. La statua che gli fu eretta nel Prato della Valle, nello scorcio del secolo decimottavo, opera di Giovanni Ferrari, non basta certamente a tanto nome. Ed a persuadersene facilmente si può ricordare come non sia bastata l’altra, non inferiore, scolpita da Pietro Danieletti, che nello stesso luogo e nello stesso tempo fu dedicata a Petrarca, grandissimo italiano, ma non padovano, perché si reputò necessario innalzare a questi anche il monumento, opera di Luigi Ceccon, che sorge nella piazza del Carmine (anno 1874). Sopra questo lavoro noto di passaggio che lo scultore, con intuito sapiente, nella maestà della posa e nella gravità della espressione, ha saputo rendere più la immagine del filosofo che quella del poeta; ma che, rispetto alla luce, esso si trova in una posizione poco felice, per cui sarebbe stata preferibile, sotto ogni altro rapporto, secondo il suo giusto desiderio, la piazza del Duomo.36 La mancanza di un monumento a Mantegna costituisce una lacuna dolorosa, [è] stata ripetutamente avvertita dai cittadini, e più, come s’intende, dai più colti, ma sempre invano. Eppure delle necessità di provvedere dovrebbe convincere anche l’esempio dato da città vicine, le quali ai loro artisti sommi resero l’omaggio dovuto. Verona ha inalzato un monumento a Sanmicheli, Vicenza a Palladio, e perfino le minori, come Bassano a Jacopo da Ponte e Castelfranco a Giorgione.
È abbastanza noto quanto sul grande artista padovano studiarono e scrissero fino ad oggi illustri italiani e stranieri, per cui, senza neppure accennare alle grandi opere da lui lasciate in altre città, e specialmente a Mantova, mi limiterò a Padova.
L’affresco, che sta sopra la porta principale della Basilica antoniana, raffigurante i santi Bernardino ed Antonio nell’atto di adorare il monogramma di Cristo, è stato disgraziatamente troppo res- [7] taurato, ma si deve ricordare che al principio del secolo passato la Città, oltre la stupenda cappella che da lui s’intitola, possedeva altro capolavoro, cioè l’ancona che si conservava nel monastero di S. Giustina.
Indicando le opere d’arte che racchiudeva il monumentale edificio sulla fine del Settecento, ecco come uno storico la descriveva:
«… Rimangono a vedersi le stanze del R.mo P. Abate, nelle quali si ammira una collezione [di quadri] sì di antichi che di moderni pittori.
Fra i quali risplende il famoso di A. Mantegna, dipinto in tavola, diviso in dodici comparti, coi fondi dorati, con un santo per cadauno, e S. Luca nel mezzo in atto di scrivere ed esisteva all’altare di S. Luca, di cui ne parla Scardeone, pag. 372. Conservasi nell’archivio del monastero il contratto fatto pel prezzo di questa tavola, scritto di mano dello stesso Mantegna, che fu di cinquanta ducati d’oro, ch’é lo stesso di zecchini, che in quei tempi era una gran somma.»*
G.B. Rossetti, Il forestiero illuminato, Padova, 1786 [Gio Battista Rossetti, Il forastiere illuminato per le pitture, sculture, ed architetture della città di Padova, Padova, Conzati, 1786, pp. 196-197].
Nel 1817 altro storico, visitando il convento, trovava che «il secondo piano serba una raccolta di quadri. Ma poiché questi vi stanno a disposizione del R. Demanio, così potrebbero avere una destinazione diversa.»*
Gius. Moschini, O.C. [G. Moschini, Guida, p. 232].
Oramai era tutto finito. La grande opera mantegnesca emigrava a Milano, dove costituisce anche oggi una delle gemme più preziose della Pinacoteca di Brera. Essa è stata, non ha guari, felicemente riprodotta nella fotografia che ne trassero i fratelli Alinari di Firenze. Qualcheduno la stimerebbe fino a mezzo milione, ma in fatto è uno di quei lavori che non hanno prezzo.
A Padova rimase tuttavia un tesoro, perché gli affreschi di Mantegna, nella Chiesa degli Eremitani, sono fra le opere d’arte più celebrate, più visitate e studiate.37
Ho il grato ricordo personale di un velente e rinomato artista belga, il Guffens, autore di molte e stimate opere, il quale venne parecchie volte per copiarli,
come li ha felicemente copiati, per incarico ed a spese del suo Governo.38
B) La origine
Invero, e per molto tempo, sulla fede del Vasari, venne generalmente creduto che il Mantegna, nato nel 1432 e morto nel 1506, fosse mantovano. Ma sul principio del secolo passato, un erudito e diligentissimo storico, il Brandolese, seppe rivendicare questo onore a Padova.**
P. Brandolese, Testimonianze della patavinità di Andrea Mantegna, Padova, 1805 [Pietro Brandolese, Testimonianze intorno alla patavinità di Andrea Mantegna, Padova, Stamperia del Seminario, 1805].
E qui non voglio tacere l’episodio gentile che vi si connette.
Il Canozio, altro famoso pittore del secolo decimoquinto, era creduto padovano. Ma il Brandolese è riuscito a dimostrare che apparteneva invece a Lendinara, dove, in questi ultimi anni, sulle rive dell’Adigetto, gli fu inalzata una statua, opera lodata di Natale Sanavio.39
Il Brandolese, ch’era pure di Lendinara, soddisfatto della compiuta rivendicazione in favore della sua città, essendo egli allora domiciliato in Padova, ha voluto, quasi per compensare questa, esuberantemente, della perdita del Canozio, concentrare i suoi sforzi nella ricerca delle prove che dovevano stabilire,
come hanno stabilito, la origine padovana del Mantegna.40
C) Una riforma
E qui colgo assai di buon grado la occasione di manifestare il mio voto, che il sistema di custodia delle sue opere qui ammirate venga riformato per motivi e nei modi che sono per indicare.
La sorveglianza immediata spetta alla Fabbriceria, e specialmente al Parroco, come quello che per causa di ufficio e di abitazione si trova spesso sul luogo. Ma nel fatto, e non potrebbe essere altrimenti, chi sorveglia in tutte le ore (la Chiesa rimane aperta tutto il giorno) è un santese, il quale deve contemporaneamente attendere a tutte le altre mansioni inerenti al suo posto.
Ne consegue che quando trattasi di visitatori i quali impieghino molto tempo, come spesso avviene, e sopratutto di artisti o studiosi che debbano restare sul sito lunghe ore, e talvolta giorni e mesi, la sorveglianza, che dovrebbe essere continua, sia interrotta, perché il santese deve eseguire altri servigi della Chiesa. Né alcuno d’altronde potrebbe esigere che la Fabbriceria, povera come è, mantenesse un inserviente soltanto per Mantegna. Inoltre questo santese
manca di autorità e di mezzi per imporsi a chi, studiando o copiando, danneggiasse o minacciasse gli affreschi colle armature, cogli utensili ecc. Io debbo riconoscere un grande merito nella Fabbriceria e nel Parroco i quali, consci della responsabilità che su loro pesa, e consci della insufficiente sorveglianza di tutte le Autorità, si sono procurata una qualche garanzia nel Comune. È un modo d’intervento da me convenuto con loro, non previsto dalla legge, ma richiesto dall’interesse che prima d’ogni altro deve sentire il Comune stesso per la conservazione delle cose d’arte. Allorché dunque taluno chiede di studiare o copiare, e perfino di fotografare gli affreschi, essi si rivolgono per l’autorizzazione al Municipio. Il quale ha sempre cura di esaminare se la domanda, per le qualità del richiedente, e pei mezzi da impiegarsi nei lavori, possa venire accolta. Nel caso favorevole s’indicano le condizioni necessarie per la incolumità dei dipinti, e la Fabbriceria accorda senz’altro, facendo sorvegliare meglio che sia possibile. Ma è accaduto una volta, eccezionalmente, che la Fabbriceria, stretta da un ordine del Prefetto, che è il Presidente della Commissione provinciale conservatrice dei monumenti, concedesse di copiare senza nessuna condizione di modi e tempi, e senza nessun intervento del Comune.
[8] L’operatore era un artista spagnuolo, raccomandato dal Ministero, ed agì con tale disordine che, per poco, gli affreschi non rimasero gravemente danneggiati.
In tutte le Gallerie, in tutti i Musei, dovunque sono oggetti d’arte molto importanti, nessuno può copiarli o studiarli senza le necessarie precauzioni e senza una sorveglianza continua. Per non uscire dalla nostra città, nel Museo civico, nella Chiesa dell’Arena, nella Chiesa del Santo, viene sufficientemente provveduto. Soltanto gli affreschi di Mantegna mancano d’un custode proprio.
La Fabbriceria ed il Parroco hanno veramente riconosciuto sempre, con me, la necessità di una riforma. Ma è necessario spendere – non molto – ma
spendere, e perciò non si potè concludere mai nulla.
D) Cappella del Mantegna
È però tempo di rompere gl’indugi, e provvedere. Si può farlo in due modi. Adottando cioè un mezzo che corrisponda allo scopo perfettamente, o limitandosi a qualche miglioramento del sistema. A stabilire i requisiti del provvedimento completo è necessario ricordare con precisione la importanza delle cose da custodire.
La Cappella che prende il nome da Mantegna è tutta quanta un grande monumento, non solo per le opere di lui, ma anche per altre di molto valore. Certo, le cose più mirabili, perché sue e per la perfetta conservazione, sono i quattro riparti inferiori della parete a sinistra di chi entra, con azioni della vita di San Giacomo.
I due riparti inferiori, a destra, pure di lui, sono più lodati, ma, sventuratamente, danneggiatissimi dalla salsedine.
Rappresentano il martirio di S. Cristoforo. E gli scrittori, che spesso si copiano, senza volere o poter verificare, credono vedervi, fra l’altro, l’autoritratto del Mantegna ed il ritratto dello Squarcione, ma, nella realtà, sono figure quasi interamente scomparse.
Altri affreschi, interessantissimi per l’arte e per la storia dell’arte, dipinsero nella stessa Cappella i contemporanei di Mantegna, cioè Buono [Bono da Ferrara] ed Ansuino da Forlì e Nicolò Pizzolo.
Ed altro lavoro di gran pregio è il celebre bassorilievo in terracotta (la Vergine con Santi) scolpito da Giovanni da Pisa, scolaro di Donatello. Opera tanto lodata, anche nei tempi vicini, da eminenti critici, fra i quali il Cicognara.41
E) Chiesa degli Eremitani
Tutta la Chiesa inoltre è ricca di altri monumenti, come sono le pitture di Jacopo d’Avanzi, Dall’Argine [Dall’Arzere], Fiumicelli, Guido Reni, Padovanino e Guariento.
Il grande Crocifisso di scuola giottesca; il vaso sepolcrale della baronessa Diede, opera di Canova; il sepolcro di Francesco Dotto. Poi, i grandi sepolcri di
principi Carraresi, con una epigrafe di Petrarca, e quello sontuoso dello scienziato Benavides, opera dell’Ammanati [Ammannati]. E sventuratamente una copia, e non più l’originale, del bassorilievo in marmo, altra opera del Canova, dell’anno 1808, perduto, non ha guari, dalla città e dall’Italia, ed acquistato dall’Olanda, per un fatale concorso di prepotenze governative e debolezze locali.42
Noto qui, per incidenza, che, fortunatamente, la città di Padova possiede ancora quattro opere canoviane, quali sono per ordine cronologico di esecuzione:
I. La statua di Esculapio (1778), era nella villa Cromer di Monselice, ed ora trovasi nel Museo civico, donatavi dal compianto nobile Saggini.43
II. La statua di Poleni (1780) nel Prato della Valle.
III. Il bassorilievo in onore del Vescovo Giustiniani (1797), era presso la Congregazione di carità antica, indi passò al civico Ospitale e finalmente al Museo civico, dove rimane.
IV. Il vaso sepolcrale (1806) della baronessa Diede, sopraccennato.*
Leopoldo Cicognara, Biografia di Antonio Canova ed appendici, Venezia 1823 [L. Cicognara, Biografia di Antonio Canova scritta dal cav. Leopoldo Cicognara aggiuntivi 1. Il catalogo completo delle opere di Canova. 2. Un saggio delle sue lettere familiari. 3. La storia della sua ultima malattia scritta dal dott. Paolo Zannini, Venezia, G. Missiaglia, 1823, p. 62: «Vaso sepolcrale con piccolo bassorilievo alla memoria della contessa Deede. Vedesi in Padova agli Eremitani». Il ricordo a Luise von Callenberg, moglie del conte Wilhelm Cristoph Diede zum Fürstenstein, riportò seri danni nel bombardamento della chiesa del marzo 1944].
Con tutto lo splendore di opere e di nomi che offre la Chiesa degli Eremitani, ognuno comprende subito come avvenga ogni giorno che tutti coloro i quali visitano la Chiesa di Giotto, visitino anche quella, e sopratutto la Cappella di Mantegna.
La conseguenza di tutto ciò è che questa ultima dovrebbe essere continuamente e regolarmente custodita, come è custodita la Chiesa di Giotto. Sarebbe
necessaria in una parola la presenza di un custode che rimanesse sempre nella Chiesa e fosse sempre nella Cappella durante le visite e specialmente durante gli studi o le copie. E poiché anche tutta la Chiesa degli Eremitani, per qualità e quantità di opere ha pure una grande importanza artistica, il custode della Cappella mantegnesca potrebbe estendere la sua vigilanza, in unione ai santesi, a tutte le opere medesime, prestando ogni maggiore guarentigia di sicurezza.
L’Amministrazione della Chiesa fa quanto può, e fa molto, ma la sua azione è sempre relativamente circoscritta, perché manca dei mezzi di cui dispongono le Chiese, ricche non solo come questa di monumenti, ma anche di rendite pel mantenimento di custodi.
G) Spesa relativa
Il custode proposto, adatto, come s’intende, sotto ogni rapporto, dovrebbe venire adeguatamente pagato, come s’intende ancora meglio.
Alle cose dette non credo possano muoversi obbiezioni valide. Rimane la questione della spesa, e dico questione perché pur troppo l’argomento si presenta sotto questa forma. E si domanda, chi dovrebbe spendere. Alla Chiesa non si potrebbe pensare, perché notoriamente poverissima. Se si trattasse di lavori di conservazione il Governo forse interverrebbe, ma per una spesa continua, come sarebbe quella della custodia, per quanto si tratti di Mantegna, esso negherebbe qualunque concorso. Per la Provincia, evidentemente non sarebbe il caso. Resterebbe dunque solo il Comune, che avrebbe obbligo di provvedere anche da solo, quale primo interessato alla incolumità delle grandi opere d’arte esposte [9] [al] pubblico. Senza indugiarmi nella enumerazione di altri argomenti, citerò l’esempio, che a suo grande onore, offre lo stesso Comune di Padova, sostenendo tutta la spesa per la custodia (senza dire di quelle per la conservazione) della Chiesa di Giotto. Per insufficienza di nozioni storiche altri potrebbe obbiettare che questa è proprietà Comunale. Ma non è affatto
vero. Essa si trova, sotto questo rapporto, nelle stesse condizioni giuridiche della Cappella di Mantegna.
Dunque, data la somma importanza artistica anche di questa, dato l’interesse del Comune alla conservazione dei capolavori che contribuiscono maggiormente al lustro e decoro cittadino, il Comune deve intervenire per le stesse ragioni che è intervenuto nella Chiesa di Giotto.
Sopra l’entità della spesa, sopra gli accordi e le condizioni da stabilire necessariamente colla Chiesa, e sopra altri particolari, io non discuto, perché, se venisse adottato il principio, le forme escutive non sarebbero altro che facili conseguenze. E ciò anche per questo motivo, che il Parroco e la Fabbriceria
hanno sempre sentito e provato lodevolmente ogni interesse per queste opere, e concorsero sempre volenterosamente col Comune in tutto ciò che poteva ad esse meglio conferire.
Tali proposte costituirebbero il provvedimento completo, e perciò più desiderabile, cui ho accennato.
H) Custodia economica
Non potendosi provvedere completamente (e l’ostacolo non sarebbe che la spesa, la quale sembrasse troppo grave, e dico, molto pensatamente: sembrasse, perché, in fatto, il salario d’un custode delle opere di Mantegna non dovrebbe mai essere troppo grave) sarebbe d’uopo appagarsi di qualche mezza misura, che costasse, relativamente, poco. Si potrebbe, ad esempio, convenire col Parroco e colla Fabbriceria che trasformassero, quasi, un santese, idoneo e determinato, in un custode obbligato a trovarsi presente a tutte le visite, a tutti gli studi, senza muoversi mai, assumendo ogni responsabilità verso il pubblico e le Autorità, nel caso che si manifestassero danni o disordini di qualsiasi natura.
In un caso e nell’altro, e più, permanendo lo statu quo, faccio voti caldissimi perché si mantengano colla Chiesa quei buoni rapporti, pei quali il Comune ha potuto, durante il mio ufficio, esercitare sopra gli affreschi di Mantegna una tutela morale affettuosa e vigilante, in ispecie, per quanto si attiene ai permessi
di studio o di copie, ed alle condizioni da imporsi di caso in caso agli artisti per guarentire la sicurezza degli affreschi medesimi.
I) Conclusione
Ora, un’ultima parola su quanto riguarda il monumento da erigersi a Mantegna. Per soddisfare a questo, che mi pare un debito d’onore al grande padovano, non crederei che potessero elevarsi obbiezioni all’infuori della spesa.
Certo, chi dice: monumento, corre subito col pensiero ad una cifra ingente. Ma infatti non è sempre così. Quelli eretti in Padova a Vittorio Emanuele, a Cavour, a Garibaldi, non costarono in tutto per ciascheduno che una somma la quale si aggira fra le venti e le trentamila lire. E come la Provincia è concorsa
per quelli, concorrerebbe probabilmente colla consueta illuminata generosità anche per questo, trattandosi d’un nome che irradia la sua gloria su tutto il territorio padovano. Né mancherebbero certamente le offerte dei cittadini.
Se rimanesse potrebbe venire assunta dal Comune, senza grave disagio.
Riguardo al luogo, si può dire che una piazza stia proprio attendendo un monumento a Mantegna, tanto si è adattata.
È la piazza degli Eremitani!
V.
A) La Città
Nel capitolo che riguarda la statua di Vittorio Emanuele mi pare avere dimostrato che, nelle circostanze presenti, il trasporto della medesima in luogo adatto è necessario ed urgente e che l’obbligo di questa operazione incombe al Comune. Quando esso lo avrà finalmente adempiuto questo obbligo, che per essere soltanto morale non cessa di essere molto imperioso, la Loggia del Consiglio resterà senza nessuna destinazione, cioè servirà soltanto di passaggio alla sala superiore ed alla sede dei Veterani.
L’ambiente, artistico, spazioso, esposto, centrale, potrebbe venire con perfetta convenienza consacrato alla memoria dei cittadini più segnalati nelle opere del bene, ovvero nelle scienze e nelle arti. Qualche Città onora in questo modo qualche classe. Milano, la prima Città d’Italia, che insegna spesso a tutte le altre, accoglie nel suo monumentale Famedio tutti i grandi, senza distinzione di gradi, con queste sole classificazioni: di illustri o di benemeriti; di milanesi o di ospiti.
E la forma del ricordo è uguale per tutti, meno i pochissimi sommi, quali Manzoni, Verdi, Cavour, Garibaldi e qualche altro.
Ecco la destinazione che si dovrebbe dare alla Loggia. Sulle pareti sarebbero da infiggersi i busti, sempre uguali, dei cittadini, secondo la giusta classificazione milanese. E sotto il busto, il nome, la condizione, la età, l’anno della morte, e nulla più.
La collocazione sarebbe deliberata ogni volta dal Consiglio comunale, ma non prima di dieci anni, almeno, dalla morte, e ciò perché questa solenne proclamazione del merito procedesse dalla matura, spassionata e calma sanzione del tempo. Così, molto sapientemente, ma purtroppo inutilmente, proponevano al Consiglio stesso, in una memorabile seduta, trattando sulla stessa materia, i commendatori Frizzerin e Gabelli.44 E comincerei subito coi nomi che hanno acquistato notoriamente maggiori benemerenze, senza pregiudizio però di quelle ulteriori distinzioni che la vita o le opere compiute reclamassero, e senza riguardo a [10] quelle diverse onorificenze che in altri luoghi e tempi fossero state alla medesima concesse. Di questa molteplicità di manifestazioni in favore di un solo si hanno già esempi.
Imperocché questo Famedio diventerebbe come un tempio di memorie auguste, una collezione sacra delle effigie più venerate.
E per fare qui qualche nome, due nobili figure, degne di entrare subito in questo monumento, sarebbero quelle dei due più grandi benefattori trapassati, dei
nostri tempi, la signorina, santa e gentile, Enrichetta Luzzato Dina, che lasciò ai poveri la massima parte del suo ricco censo.45 E il modesto cittadino Domenico Cappellato Pedrocchi che tutta la sua ingente fortuna dispose a vantaggio di tutti.
Chi potrebbe e dovrebbe provvedere con mitissimo onere a questa impresa, giusta e civile, per onorare alla stessa misura, così i ricchi come i poveri, senza attendere l’obolo dei cittadini, travagliati da balzelli e da collette, sarebbe il Comune, rappresentante della coscienza pubblica ed arbitro dell’erario pubblico.
Esso offrirebbe per tal modo un argomento nobilissimo di conforto ed esempio ai presenti ed ai futuri.
Ma questo provvedimento, cioè questo Famedio unico, non sarebbe sufficiente.
B) La Università
In Padova, sede di una delle più antiche, delle più gloriose Università degli studi, i luminari della scienza avrebbero diritto ad una perpetua distinzione di onore ad essi esclusivamente riservata così come si osserva e si ammira presso altre Città.
D’Altronde, lo spazio del Famedio proposto pei cittadini non basterebbe agli uni e agli altri. Le effigi di tutti i grandi maestri dovrebbero essere tramandate ai posteri mediante busti di forma e misura eguale per tutti, colla sola indicazione del nome, della scienza professata e dell’anno della morte. Sarebbero così evitate, siccome inutili, iperboliche o menzognere, le laudi degli epitafi. Una sentenza molto giusta, di cui non ricordo l’autore, dice:
Basta la luce che il tuo nome spande
per saper chi tu sia, se tu sei grande.
Così pei vivi come pei morti.
Ed in quella guisa che le nomine e le promozioni della vita sono state conferite ai professori da Autorità competenti, le onorificenze della morte dovrebbero venir loro decretate da un’Autorità competente, cioè dal Consiglio accademico; ma non prima di dieci anni, in forza delle stesse ragioni che lo stesso decorso di tempo sarebbe indicato pel Consiglio comunale, riguardo ai cittadini.
La decisione inappellabile di questi due consessi sarebbe destinata a temperare gli effetti dell’azione di quei comitati i quali, così in questi, come in dati momenti della vita pubblica, specie di generazioni spontanee, prodotti eventuali d’un giorno, audaci e irresponsabili, s’impongono e vincono, anche quando vincere non dovrebbero.
Rimane da indicare il luogo, la spesa e la competenza. Quanto al luogo, pare a me che se ora non esiste, potrebbe sorgere in breve e nelle condizioni più favorevoli all’arte e alla storia.
Gli ambienti di tutte le scuole universitarie di Padova stanno per esser non solo migliorati, ma anche dilatati proporzionatamente allo sviluppo preso dalle scienze, secondo i larghi mezzi finalmente somministrati dal Consorzio testè costituito.46
Un Famedio presso la stessa Università sarebbe collocato nella situazione più conveniente, e la sua costruzione potrebbe entrare nel progetto architettonico
generale dei lavori. Non posso né debbo certamente esprimere nessun voto sulla forma di questo tempio della fama, ma ognuno comprende che gli architetti
incaricati dello studio di tutte le altre opere saprebbero presentare un disegno che corrispondesse a tutte le esigenze. E se si considerassero la più semplicità
e la grazia che il lusso, la spesa non dovrebbe essere eccessiva, e potrebbe facilmente venire conglobata con tutte le altre che saranno coperte coi fondi del Consorzio. Rimarrebbe così sciolta anche la questione della competenza.
Altro trasporto da eseguirsi, dopo aver provveduto pei monumenti a Vittorio Emanuele ed a Pedrocchi, sarebbe quello della statua di Poleni, opera di Canova, esistente nel Prato della Valle. Non sarà inutile ricordare che il Marchese Giovanni Poleni, nato in Venezia nel 1683 e morto in Padova nel 1761,
fu una delle glorie dell’Ateneo padovano, dove insegnò per cinquantatré anni con plauso universale matematica, fisica, astronomia, architettura e archeologia.
Lasciò sopra queste varie materie una quantità di opere, di cui, ben trentasette stampate.
Anche questa proposta è stata già fatta e molto autorevolmente, nel consiglio comunale. Ma senza effetto.
Non trattasi già, come tutti sanno, di un capolavoro. Il genio era agli inizi della sua luminosa carriera. Ma ogni sua orma è naturalmente preziosa.
Dopo che la statua rimase più di un secolo esposta alle ingiurie del tempo, è necessario provvedere finalmente alla sua conservazione perpetua e sicura,
arricchendo nel tempo stesso d’un celebre monumento un istituto cittadino.
La statua di Canova merita, sotto ogni riguardo, di essere per l’avvenire assicurata contro ulteriori danni. E la collocazione sua più opportuna è certo evidentemente il Museo civico. Ma è altrettanto certo ed evidente che è necessario sostituirla, essendo impossibile lasciare un vuoto al suo posto. E qui si affaccia naturalmente una questione.
Si deve scolpire una seconda statua in onore del Poleni, ovvero rappresentare qualche altra celebrità?
Accederei a questa seconda soluzione, perché esso resterebbe onorato sufficientemente coll’opera di Canova, mentre si avrebbe l’opportunità di ricordare la effigie di qualche altro illustre, preferibilmente padovano.
Si dovrebbe però sul piedestallo, in o- [11] maggio alla storia, accennare alla sostituzione.
Anche qui, fortunatamente, l’ammontare della spesa è questione secondaria, fra l’altro perché, come è notorio, le esigenze dei nostri valenti artisti sono molto limitate.
Riguardo poi alla competenza passiva non cade dubbio.
Il Comune ha già riconosciuto, che altri, all’infuori di esso, non potrebbero intervenire. E molto giustamente. Si consideri soltanto che destinando al Museo
Civico una statua che porta il nome di Canova, l’istituto farebbe un acquisto sempre molto superiore a qualunque altra opera che vi fosse sostituita.47
Resterebbero i centri di due piazze. Sono quelle delle erbe e dei frutti. Una fontana monumentale nel mezzo di ciascheduna costituirebbe l’ornamento più
indicato, anche per l’uso cui sono destinate. La convinzione della opportunità di queste opere è antica e diffusa tanto, che si è già da tempo cominciato a
fare qualche studio. La spesa non sarebbe certamente molto elevata, e qui non resterebbe che fare voti per una pronta esecuzione.48
Poi verrebbe una piazza che non esiste ora, ma che forse si aprirà in breve, dinanzi il lato orientale del palazzo municipale, dato che venga accolto il
progetto offerto dal prof. Giuseppe Canella. È questo uno dei tanti che hanno studiato con affetto di cittadini e con mente di artisti il problema della sistemazione dei fabbricati nella via del Municipio.49
La piazza del grandioso, ma non troppo dispendioso progetto del Canella che molti hanno approvato quando venne pubblicamente esposto, richiederebbe
nel suo centro un monumento.
La idea dell’apertura di una piazza in questo luogo non è d’ieri. Ricordo perfettamente che il sindaco Piccoli, esaminando la possibilità di questo lavoro e discorrendone con me, vi si mostrava inclinato e pensava perfino al nome, che in onore di un grande padovano avrebbe forse divisato proporre pel nuovo
spazio, che sarebbe stato di: Piazza liviana. In quasto caso il monumento dovrebbe consistere in una grande statua allo storico insigne: Tito Livio. Ma si potrebbero presentare anche altri soggetti.
Potrebbe venire effigiata la Città nella tradizionale e veneranda figura dell’antica Padova, sul tipo e cogli emblemi della statua che forma gruppo con quella di Andrea Memmo.
A) Tempi antichi
Nei secoli passati, principi, governi, municipi e cittadini, tutti, amando appassionatamente l’arte, per essa profondevano, e la ricercavano sempre.
La pittura decorava internamente, ed anche esternamente, così i pubblici come i privati edifici, e gli affreschi che rimangono fanno tuttora leggiadra testimonianza dei gusti civili e delicati degli avi.
I soggetti corrispondevano naturalmente ai tempi, e quindi gli artisti, parchi di rappresentazioni storiche, traevano più spesso la ispirazione del sentimento
religioso, traducendo la infinita varietà delle concezioni in forme sublimi, ingenue ed anche volgari, secondo il genio e l’arte, ma sempre pure ed austere. Oppure ricorrevano al vetusto, ma sempre grazioso emporio mitologico.
Ma l’arte antica doveva, nel suo complesso, concorrere efficacemente alla educazione universale con quello che dovrebbe sempre essere lo scopo suo proprio, di confortare, dilettare, istruire. Doveva certamente concorrervi più e meglio dell’arte moderna che, generalmente priva d’ogni alto ideale, si limita spesso a riprodurre poveramente e stranamente soggetti poveri e strani.
Ed è fenomeno questo veramente inesplicabile. Perché l’abbandono del simbolo religioso può trovare la sua ragione nella deficienza o nella insufficienza
delle fedi, ed il rigetto delle visioni mitologiche si concepisce ancora meglio col dispregio in cui è caduto tutto quanto l’Olimpo. Ma come mai la storia è quasi sempre muta dinanzi a questi artisti?
La storia che sarebbe una miniera inesauribile, in tutte le età e in tutti i luoghi, che si presterebbe a tutte le forme, grandiose e modeste; che potrebbe offerire infinita varietà di personaggi e di fatti, insegnamenti sicuri e perpetui, in tutti i momenti della vita pubblica e privata; la storia è quasi affatto trascurata.
B) Tempi presenti
Tutti sanno che non mancano eccezioni, ed anche magnifiche, perché la storia dei secoli passati e molti gloriosi episodi della guerra per la nostra indipendenza figurano splendidamente in alcuni palazzi ed edifici pubblici delle nostre città principali, a cominciare da Roma, coi celebri affreschi di Cesare
Maccari. Ma sono sempre eccezioni.
Che, se le mutate condizioni dei tempi, e specialmente della coltura, non consentono che i ricchi abbelliscano le dimore, come avveniva nel passato – se
l’assidua e quasi esclusiva contemplazione dei fenomeni politici ed economici in cui si trova immersa la nostra età, scema interesse ad altre manifestazioni,
tornino almeno i Comuni alle gloriose tradizioni italiane, quando i pubblici e privati edifici venivano a profusione interamente dipinti. La storica Sala della
ragione, la celebre Juris basilica, tanto vivo ricordo delle antiche magistrature, e la Sala del maggiore Consiglio, da cima a fondo de- [12] corate, ne sono,
fra noi, prove cospicue.
Ora, le pubbliche scuole, colle ampie pareti monotone, senza un fiore, senza una figura, senza nessun sorriso dell’arte, producono, in tanto squallore, la fredda impressione di una caserma. Quale nobile diletto, e quale utile insegnamento non si darebbero agli scolari riproducendo anche solo i fatti recenti della nostra storia!
Le melanconiche sale dei tribunali, colla irrisoria leggenda che «la legge è uguale per tutti», hanno i tristi riflessi delle carceri, senza un solo motivo che accenni alla serena maestà del diritto.
C) Alcune Città
Tuttavia una ragione di conforto e di speranza si ha nel fatto che parecchi comuni e parecchie provincie entrarono già in quella che si potrebbe chiamare la via luminosa dell’arte educatrice, mediante la pittura storica dei pubblici edifici. E fra questi si possono citare: Siena, dove ancora Cesare Maccari e Pietro Aldi decorarono a fresco il Municipio con fatti della storia del risorgimento; Cagliari, ove D. Bruschi riprodusse, parimenti nel Municipio, fatti della storia locale; Macerata, colle sale del Consiglio provinciale decorate dallo stesso Bruschi, mediante allegorie di virtù civili.
E, per finire con un esempio vicino, Bologna, nelle cui sale provinciali Luigi Serra riprodusse magnificamente fatti storici nazionali, come la famosa battaglia di Fossalta (26 maggio 1249) in cui il re Enzo, figlio di Federico II, cadde nelle mani dei bolognesi, che lo tennero prigione in vita, cioè per ventidue anni.
Ma onde rinnovare e generalizzare il costume, gentile e sapiente, della decorazione storica delle pubbliche sale, non sarebbe sempre necessario passare
dall’uno all’altro estremo, cioè dal vuoto desolante alle rappresentazioni splendide.
D) Sala della Ragione
Prima di commettere affreschi nuovi nei pubblici edifici, Padova, procedendo per gradi, potrebbe rimettere in condizioni normali i dipinti delle sale della Ragione e del Consiglio antico.
Gli affreschi che ne decorano le pareti reclamano evidentemente una pulitura generale, collo stacco degli strati di polvere che gli anni, gli usi e gli abusi vi hanno addensato.
Molto maggiore interesse destano indubbiamente quelli delle zone superiori della Sala della Ragione, per la storia, per le tradizioni, pei soggetti e pei nomi che vi si connettono. Religione, astronomia, arti, giustizia, sono variamente rappresentate nella immensa superficie, a guisa di tanti poemi, sopra un grandioso disegno che sarebbe stato di Pietro d’Abano.
E Giotto vi dipinse, ma di Giotto non rimane più nulla. Gli affreschi attuali si attribuiscono ad un padovano (Zuan Miretto) e ad un ferrarese.50 E di questi poco rimane, perché furono restaurati nel 1608, nel 1744 e nel 1762.
Conseguentemente il loro merito artistico è molto relativo, e va digradando dall’alto al basso. Ma nondimeno costituiscono sempre una magnifica decorazione e vanno perciò religiosamente conservati. Degna di molta lode fu quindi l’opera del Municipio che tempo fa iniziava la loro pulitura. Se non che poco dopo, gelosie e malintesi fecero sospendere il lavoro desiderato, che riusciva perfettamente, come mostrano gli affreschi della parete a destra di chi entra, specialmente confrontati con tutti gli altri. La spesa era mite, ed il risultato appagava cittadini e forestieri. Non si tratterebbe ora che di riprendere il lavoro stesso, pel quale fu tenuto qualche anno disponibile dal Comune un piccolo fondo quale generosa promessa.
Prima di chiudere debbo esprimere un vivissimo desiderio, sentito da molti altri, cioè che la Sala della Ragione cessi di venire destinata a pubblici spettacoli. La sede augusta degli antichi giudici, convertita in luogo di sollazzi carnevaleschi, è intanto una evidente profanazione. Ma altri motivi, purtroppo più gravi, si aggiungono.
Le ampie costruzioni che ogni anno vi si inalzano, formate di legno, tela e carta, se possono fare bella testimonianza della fantasia e dell’arte dei loro autori, ed accrescere, pel gran pubblico, le attrattive del convegno, costituiscono senza dubbio il massimo pericolo d’incendi, per accidenti, o per facili imprudenze, sopratutto nelle lunghe ore della illuminazione notturna.
Inoltre, il vetusto edificio viene ogni volta, qua e là, tormentato coll’opera dei falegnami e dei muratori. E finalmente, i nembi di polvere che si sollevano durante gli spettacoli danneggiano sempre più tutti gli affreschi.
Il Governo potrebbe e dovrebbe impedire questo malo uso, che veramente riconosce, ma cede ogni anno alle pressioni che vengono da ogni lato esercitate.
Esso aderisce a malincuore, dice sempre che sarà per l’ultima volta, ed impone misure precauzionali parecchie, talvolta difficili da osservare. Ma ciò non dimostra che la debolezza sua, e la imprudenza di chi lo spinge a consentire. Però, se avvenisse un disastro, si assisterebbe ad un triste palleggiarsi di
responsabilità e, primo il Governo, vorrebbe difendersi presso la nazione. Ma il danno, infinitamente maggiore, verrebbe risentito dalla Città.
E) Sala del Consiglio antico
Gli affreschi, con soggetti presi dalla tradizionale invasione troiana, hanno certamente un pregio molto minore di quelli della Sala della Ragione; non così poco però che si potesse concedere, molti anni fa, ad un restauratore di tentare le prime prove dell’arte, staccando e distruggendo la testa ad uno dei colossi,
che rimase sempre acefalo.
Meritano anche questi dipinti una diligente pulitura ed i restauri necessari, perché stanno evidentemente fra quelle opere che, bene restaurate, nulla perdono e molto guadagnano, e perché l’ambiente, per la sua forma, per la sua storia e pei nobili usi cui viene destinato, richiede che alla sua decorazione venga restituito e conservato l’aspetto originario.
F) Decorazioni nuove
Compiute queste puliture e queste riparazioni anche il Comune di Padova potrebbe iniziare la decorazione storica dei pubblici edifici. E gli artisti padovani, fra i quali parecchi molto valenti, e che forse la occasione farebbe diventare sommi, corrisponderebbero pienamente allo scopo, anche mediante corrispettivi assai modesti.
[13] In alcuni anni, il Comune, con una spesa relativamente tenue, potrebbe adornare convenientemente molte aule con fatti, o con soli ritratti della storia locale, o nazionale. E così facendo conseguirebbe ad un tempo parecchi fini degni della più illuminata Amministrazione, e riscuoterebbe il plauso e la riconoscenza del pubblico.
Poiché diffonderebbe maggiormente la istruzione ed anche la educazione; accrescerebbe decoro agli stabilimenti; darebbe un impulso vigoroso all’arte; ed infonderebbe coraggio agli artisti.
Tutte le spese relative ai lavori sopraindicati hanno carattere transitorio, meno una, della quale dirò appresso, e possono dividersi in due categorie. Prima, di quelle in cui il Comune assumerebbe soltanto una parte, e la minore, in concorso colla Provincia, dovendo la parte maggiore, atteso lo scopo, stare a carico dei cittadini. Sarebbero queste le spese pei monumenti in onore di Vittorio Emanuele II e di Andrea Mantegna, da incontrarsi solamente quando le offerte private avessero raggiunto un limite di convenienza.
La seconda categoria comprenderebbe le spese che sarebbero a tutto carico del Comune, il quale potrebbe provvedere con un modico stanziamento annuo nel bilancio, come tenterò dimostrare in seguito, e sarebbero richieste dai lavori rimanenti, cioè:
1. Alcune statue a compimento della decorazione del Prato della Valle, aggiunta la fontana monumentale, se non venisse eretta la statua equestre di Vittorio Emanuele.
2. Il monumento nuovo in onore di Pedrocchi.
3. Alcuni altri monumenti nelle altre piazze.
4. I trasporti del monumento attuale di Pedrocchi e delle statue di Vittorio Emanuele e di Poleni.
5. La decorazione dei pubblici edifici.
Di qualche entità sarebbero le spese pei numeri secondo e quinto, ripartibili però a volontà in un numero conveniente di anni. Le altre sarebbero limitate, e pure queste ugualmente ripartibili.
Riassumendo, se il Comune volesse disporre per tutti questi lavori di circa annue lire diecimila per alcuni anni, esso raggiungerebbe lo scopo nobilissimo con mite aggravio.
La spesa non transitoria, cioè permanente, sarebbe quella per la custodia degli affreschi di Mantegna, che non importerebbe più di mille lire annue.
Finalmente la spesa per la erezione di busti ai cittadini illustri, o benemeriti, nel Famedio, sarebbe di sua natura sempre eventuale e limitata. Cosicché il Comune potrebbe calcolare di spendere per una serie di anni lire undicimila, e poi, in perpetuo, al più, lire mille.
Queste spese appartengono alla classe di quelle che si chiamano legalmente facoltative, ma sarebbero sempre, per se stesse, moralmente obbligatorie,
eccettuata quella pel nuovo monumento a Pedrocchi, la quale potrebbe considerarsi sotto qualche aspetto anche obbligatoria legalmente, perché si tratterebbe infine di dare spontaneamente, con lodevole esempio, esecuzione perfetta alla nobile disposizione di un generoso testatore. Infatti nessuno negherà che il Comune abbia obbligo morale, e strettissimo, di provvedere alla custodia completa delle opere di Mantegna, come ha provveduto per quelle di
Giotto. E del pari ognuno riconoscerà l’obbligo morale alla esecuzione delle altre opere enumerate.
Fra le quali, pare a me, che meriterebbe la precedenza immediata – come parte della decorazione del Prato della Valle – le statue a Prati e Tommaseo. Questi nomi hanno un grande significato, non solo letterario e scientifico, ma anche, e sopratutto ora, eminentemente patriottico. Nel momento che il Trentino
e la Dalmazia sostengono una lotta vigorosa pel mantenimento della nazionalità italiana, si offrirebbe a quelle terre generose un nuovo e poderoso argomento di coraggio, e un nuovo e singolare pegno di fratellanza sincera.
Per tutti i motivi che sono venuto esponendo meglio che mi fu possibile, nel corso di questo breve studio, e pegli altri ancora che mi saranno sfuggiti, e che altri con maggiore competenza ed ingegno potranno aggiungere, mi arride la speranza che il Comune voglia provvedere.
Non credo che, in linea di principio, si opponga la mancanza della stretta obbligatorietà legale. D’altronde questa distinzione di spese facoltative e obbligatorie ha un significato teorico ed uno pratico molto diversi l’uno dall’altro.
Considerandole pure soltanto facoltative, ritengo che il Comune possa facilmente aggiungerle alla gran massa di quelle che per lo stesso titolo figurano nel bilancio. Infatti, nella sola parte ordinaria di quest’anno, esse montano a L. 412.062,08. La parte straordinaria poi ascende a L. 184.879,10. In totale perciò sono L. 596.941,18.
A fronte di queste cifre la somma di L. 11.000 che si potrebbe, come dissi, desiderare per le nuove opere sarebbe evidentemente limitatissima. Un Comune qualunque può, in date circostanze, aumentare liberamente anche le spese facoltative.
Ma supposto che non potesse fare questo, gli rimarrebbe altro pienissimo potere, di facile esercizio, specialmente con un grande bilancio, come quello del Comune di Padova, che prevede per quest’anno una passività totale di Lire 3.644.221,30 (senza calcolare le partite di giro) il potere cioè di far luogo ad una
tenue spesa, recidendo qua e là con affettuoso accorgimento, alcuni rami del conto.
Se per grande ventura che il Comune volesse accondiscendere, farei la preghiera che per questi lavori (eccettuati i monumenti a Vittorio Emanuele e Mantegna) si abbandonasse il sistema dei concorsi.
Riservando, come crederei, le commissioni agli artisti padovani, i concorsi, limitati, come sarebbero, a pochi, diventerebbero più odiosi che utili.
E sarebbe desiderabile che le opere venissero equamente distribuite fra tutti e collaudate come di metodo.
Dopo ciò confido i miei voti alla mente e al cuore di tutti quanti i consiglieri comunali.
Alcune manifestazioni della vita pubblica non possono fortunatamente, di loro natura, venire inquinate dai dissensi di parte, e come nelle opere umanitarie, così nei campi sereni dell’arte a tutti è concesso di agire e cospirare al fine medesimo, in accordo perfetto. E può darsi che la mia voce, debole, ma libera, rispettosa e sincera, non sia ingrata a nessuno.
FINE
8 La Piazza, detta anche delle Statue nel periodo in cui andò arricchendosi di sculture (1775-1838), divenne Grande Piazza Vittorio Emanuele II con delibera del Consiglio Comunale in data 27 ottobre 1866, in occasione della visita del re. Nel 1900 si eliminò l’aggettivo perché ritenuto superfluo. Nel 1934 riacquisì l’antico nome di Prato della Valle. Si veda Giovanni Saggiori, Padova nella storia delle sue strade, Padova, B. Piazzon, 1972, p. 292.
9 Andrea Memmo (Venezia, 1729-1793) fu rappresentante della Serenissima a Padova negli anni 1775-1776. La statua numero 44 di piedistallo, eretta nel 1894 in Prato della Valle, lo raffigura.
10 I versi appartengono al carmen In vallem memmiam, si veda Scelta di poesie latine, in Opere dell’abate Melchior Cesarotti padovano, XXXIII, Firenze, presso Molini, Landi e comp., 1810, pp. 373-408: 385.
11 L’architetto Domenico Cerato (Mason Vicentino, 1715 – Padova, 1792), oltre a realizzare il Prato della Valle, operò in città diversi lavori, sistemò la Specola Astronomica e progettò il nuovo ospedale. «Di non volgare abilità», secondo Pietro Selvatico, «ebbe il conforto concesso a pochi a que’ giorni, di vedersi cioè lodato per le stampe dal terribile aristarco delle arti d’allora, il Milizia», così Pietro Selvatico, Guida di Padova e dei principali suoi contorni, Padova, F. Sacchetto, 1869, p. 313. L’apprezzamento del Milizia per Cerato è contenuto in Francesco Milizia, Memorie degli architetti antichi e moderni, II, Bassano, Remondini, 1785, pp. 295-296.
12 Rolando da Piazzola (Padova, 1255-1325 circa), giureconsulto e più volte ambasciatore per conto dei padovani, il 25 luglio 1318 li persuase a eleggere Jacopo (Giacomo il Grande) da Carrara capitano generale della città per difendersi dagli Scaligeri. Giacomo il Grande fu principe di Padova dal 1318 al 1324; Francesco il Vecchio e suo figlio Francesco Novello lo furono, rispettivamente, dal 1345 al 1388 e dal 1390 al 1405.
13 Enrico Caterino Davila (Piove di Sacco, 1576 – San Michele di Campagna, 1631), militare e storico; Giuseppe Gennari (Padova, 1721-1800), autore di importanti scritti di storia locale.
14 Angelo Beolco detto Ruzante (Padova, 1502-1542), attore e compositore di commedie in dialetto rustico; Jacopo Facciolati (Torreglia, 1682 – Padova, 1769), lessicografo, sacerdote e professore di logica all’Università; Clemente Sibiliato (Bovolenta, 1719 – Padova, 1795), bibliotecario, poeta, professore presso il Seminario e, di umanità latina e greca, presso l’Ateneo; Giovanni Antonio Volpi (Padova, 1686-1766), editore, critico e poeta; Melchiorre Cesarotti (Padova, 1730 – Selvazzano, 1808), letterato, traduttore, insegnante di eloquenza all’Università.
15 Guariento di Arpo (1310 circa – entro il 1370); Francesco Squarcione (Padova, 1397-1468); Girolamo Tessari detto «dal Santo» (Padova, notizie dal 1509 al 1561); Domenico Campagnola (Venezia, 1500 – Padova, 1564); Alessandro Varotari detto «il Padovanino» (Padova, 1588 – Venezia, 1649); Vincenzo Gazzotto (Padova, 1807 – Bolzonella, Fontaniva, 1884).
16 Gaspara Stampa (Padova, 1523/1525 – Venezia, 1554), cantò nel Canzoniere l’amore per Collatino di Collalto.
17 Elisabetta (ma Isabella) Canali Andreini (Padova, 1562 – Lione, 1604), attrice, scrittrice, poetessa.
18 Beatrice Papafava Cittadella (Padova, 1626-1729).
19 Giovanni Prati (Campomaggiore, Trento, 1814 – Roma, 1884), patriota, studente nell’Università patavina, poeta; Niccolò Tommaseo (Sebenico, 1802 – Firenze, 1874), linguista, scrittore e patriota, studiò giurisprudenza a Padova, come il Prati.
20 Antonio Tolomei (Padova, 1839-1888), scrittore, poeta, epigrafista e archeologo, sindaco della città dal 22 dicembre 1881 all’11 marzo 1885.
21 Il proposito di completamento delle sculture mancanti, qui manifestato, non ha avuto seguito.
22 La fontana venne realizzata nel 1926.
23 Lo scultore Natale Sanavio (Padova, 1827-1905), per lunghi anni insegnante alla scuola di disegno «Pietro Selvatico», rifece la statua numero 83 di Antonio Savonarola nell’anno 1876.
24 Giovanni Ferrari detto «il Torretto» (Crespano, 1744 – Venezia, 1826), maestro di Antonio Canova (Possagno, 1757 – Venezia, 1822), realizzò più di venti statue per Prato della Valle; Pietro Danieletti (Padova, 1712-1779) ne eseguì dodici; Natale Sanavio quella di cui abbiamo riferito alla nota 16; il giovane Canova, infine, scolpì la statua del matematico Giovanni Poleni. Danieletti e Canova sono gli unici scultori a essere stati effigiati a loro volta tra i personaggi della piazza.
25 Domenico Cappellato Pedrocchi (Padova, 1824-1891), figlio adottivo di Antonio Pedrocchi (Padova, 1776-1852) creatore del celebre Caffè, morì il 18 luglio. Lo Stabilimento Pedrocchi venne eretto dall’architetto Giuseppe Jappelli (Venezia, 1783-1852) con la collaborazione dell’ingegnere Bartolomeo Franceschini (Verona, 1791 – Padova, 1872).
26 L’esposizione di bozzetti per i monumenti Pedrocchi e Mazzini, entrambi disposti per testamento da Domenico Capellato Pedrocchi, si tenne dal 19 maggio al 30 giugno 1895 nei chiostri della Basilica di Sant’Antonio, dove aveva sede il Museo Civico. Il bozzetto ricordato da Brioni portava il numero 32 ed era identificato dal motto Labor omnia vincit (autore Arnaldo Fazzi). Nei quotidiani dell’epoca si legge che pure il bozzetto numero 42 dal motto Se non presentava le statue dei personaggi, ma tre figure allegoriche accompagnate da medaglioni-ritratti. Si veda Una visita dei bozzetti pel monumento funerario Pedrocchi, «Il Veneto», 19 giugno 1895.
27 Composero la commissione artistica Antonio Dal Zotto (Venezia, 1841-1918), Eugenio Maccagnani (Lecce, 1852 – Roma, 1930), Giuseppe Sacconi (Montalto delle Marche, 1854 – Pistoia, 1905), relatore Ettore Ximenes (Palermo, 1855 – Roma, 1926) e presidente Enrico Panzacchi (Ozzano dell’Emilia, 1840 – Bologna, 1904). Vincitore del concorso risultò essere lo scultore Arnaldo Fazzi (Lucca, 1855 – Firenze, 1944).
28 La non conformità al programma di concorso del bozzetto prescelto suscitò diverse critiche e i concorrenti milanesi si dichiararono pronti a ricorrere anche ai tribunali in caso di mancato annullamento del verdetto da parte del consiglio comunale. Si veda Monumento a Pedrocchi. Le proteste, «Il Veneto», 27 luglio 1895. Tuttavia non si imboccò tale strada, sia per la difficoltà dei ricorrenti di dimostrare la loro partecipazione al concorso, dal momento che le buste accompagnatorie dei bozzetti erano state restituite chiuse agli artisti dall’economato, sia perché il bozzetto prescelto aveva riscosso comunque l’apprezzamento unanime dei padovani: Monumento a Pedrocchi. La protesta ingrossa, «Il Veneto», 2 agosto 1895. Il mese seguente il sindaco Emiliano Barbaro rassicurò lo scultore Fazzi, giunto appositamente a Padova, e si dichiarò pronto
a difendere quel giudizio: Monumento Cappellato Pedrocchi, «Il Veneto», 26 settembre 1895.
29 Raymond Théodore Troplong (Saint-Gaudens, 1795 – Parigi, 1869), giurista, fu presidente del Senato e della Corte di Cassazione di Parigi.
30 Eduard Schmidt von der Launitz (Grobin, Curlandia, 1797 – Francoforte sul Meno, 1869), scultore. Il monumento all’inventore della tecnica moderna di stampa fu eseguito nel 1857 e presenta la statua di Gutenberg insieme a quelle del mercante Johannes Fust e del tipografo Peter Schöffer.
31 Il monumento a Pedrocchi del Fazzi è ancora nella sede originaria, al Cimitero maggiore di Padova.
32 Il monumento a Vittorio Emanuele II dello scultore Odoardo Tabacchi (Valganna, 1831 – Milano, 1905) venne eseguito e collocato nella Loggia della Gran Guardia il 18 giugno 1882.
33 La statua di Garibaldi, opera di Ambrogio Borghi (Milano, 1849-1887) fu inaugurata il 3 giugno 1886 e venne trasferita nel 1931 dall’omonima piazza all’ingresso dei giardini pubblici; quella di Cavour, lavoro di Enrico Chiaradia (Caneva, 1851 – Sacile, 1901), fu scoperta il 20 settembre 1888; il monumento a Mazzini di Giovanni Rizzo (Padova, 1853-1912), infine, eseguito su disposizione testamentaria di Domenico Cappellato Pedrocchi, venne inaugurato il 15 marzo 1903.
34 Piazza dei Signori prese il nome di Piazza Unità d’Italia dal 1868 al 1934. Si veda G. Saggiori, Padova, p. 357.
35 La statua di Vittorio Emanuele II fu trasferita nel 1938 in Piazzale Esedra, a Città giardino, sopra un piedistallo nuovo eseguito da Augusto Sanavio (Padova, 1870-1944).
36 Il monumento a Francesco Petrarca, opera dello scultore Luigi Ceccon (Padova, 1833-1919), venne inaugurato il 19 luglio 1874, nel quinto centenario della scomparsa.
37 Come è noto, la cappella venne completamente distrutta dal bombardamento dell’11 marzo 1944.
38 Godfried Guffens (Hasselt, 1823 – Scharbeck, 1901).
39 La statua in ricordo del pittore e intarsiatore Lorenzo Canozi o Canozio (Lendinara, 1425 – Padova, 1477), eseguita da Sanavio per il comune rodigino, fu inaugurata il 30 maggio 1878.
40 Andrea Mantegna (Isola di Carturo, 1430/1431 – Mantova, 1506).
41 Si veda Leopoldo Cicognara, Storia della scultura dal suo risorgimento in Italia fino al secolo di Canova, ed. seconda, IV, Prato, Giachetti, 1823, pp. 131-132.
42 Nel 1896 la lapide di Canova in ricordo del principe Guglielmo Giorgio Federico d’Orange Nassau, morto a Padova nel 1799, venne traslata a Delft e sostituita con una copia in bronzo fusa a Venezia dal cavalier Giovanni Vianello (Venezia, 1854 – ?).
43 Lavoro giovanile di Canova, ordinato per Prato della Valle da Ernestina Stahrenberg Spinola, rappresenta in veste di Esculapio il provveditore di sanità Alvise Valaresso, attivo durante la peste del 1630-1631. La scultura, mai pagata, rimase nel laboratorio di Canova. Più tardi fu acquistata dall’avvocato Giambattista Cromer per la villa di Monselice. Angelo Saggini, pronipote del Cromer, la donò al Museo Civico di Padova nel 1887.
44 Federico Frizzerin (Padova, 1830-1910), avvocato, e Aristide Gabelli (Belluno, 1830 – Padova, 1891), pedagogista.
45 Enrichetta Luzzatto Dina (Padova, 1859-1887).
46 La prima Convenzione per l’assetto dell’Università, legge 26/1904, permise la costruzione dell’edificio di chimica generale, dell’Istituto di igiene e della nuova Biblioteca Universitaria in via San Biagio (1906-1912).
47 La statua raffigurante Poleni di Canova fu trasportata ai Musei Civici e sostituita con una copia fatta dallo scultore Luigi Strazzabosco (Padova, 1895-1985) nel 1963.
48 Nel 1930, in esecuzione del legato disposto dal senatore Vettore Giusti del Giardino (Venezia, 1855 – Padova, 1926), venne collocata in Piazza delle Erbe la fontana monumentale.
49 Con il completamento dell’ala su via Municipio del fabbricato del Gallo (1902) la strada assunse una forma trapezoidale simile a una cassa da morto e fu ribattezzata dai cittadini «via Feretro». Diverse furono le proposte presentate per superare lo sconcio. Il progetto di Giuseppe Canella prevedeva alcuni piccoli abbattimenti per creare una grande piazza e fu esposto nel maggio 1903 nelle vetrine del negozio Martire, poi venne appeso nell’atrio della scuola «Pietro Selvatico», dove Canella era direttore e professore d’ornato. Si veda Prof. L (Barnaba Lava?), Un lavoro del prof. Canella sulla Via del Municipio, «La Provincia di Padova», 23-24 giugno 1903. Qualche anno dopo il progetto fu riproposto nello stesso negozio: Antonio Grinzato, Una buona idea, «La Provincia di Padova», 12-13 febbraio 1906; A. Grinzato, La questione della Piazza del
Municipio, «La Provincia di Padova», 15-16 febbraio 1906. Si vedano i miei contributi: Paolo Franceschetti, Nota sul Palazzo del Gallo e sullo Storione, «Padova e il suo territorio», XXVII, 2012, n. 157, pp. 14-18, e Paolo Franceschetti, Giuseppe Canella e un progetto ornamentale per la Basilica di Sant’Antonio, «Padova e il suo territorio», XXXVI, 2021, n. 209, pp. 25-29.
50 Gli affreschi del Salone sono ricondotti oggi dagli studiosi a Giovanni Niccolò Miretto (pittore attivo a Padova nel III-IV decennio del Quattrocento), allo Pseudo Stefano da Ferrara e ad Antonio di Pietro (nipote di Altichiero da Zevio).