Fotografia del complesso monumentale, anno 1900 circa
Nel 1867, dopo un cinquantennio di tentennamenti da parte dell’amministrazione cittadina sui progetti suggeriti per il nuovo cimitero da Antonio Noale, Giuseppe Jappelli e Giovanni ed Eugenio Maestri, una nuova giuria composta da Camillo Boito, Alberto Cavalletto, Giambattista Cecchini, Andrea Scala e Pietro Selvatico sceglie la soluzione indicata dal triestino Enrico Holzner (1834-1899)1. L’intervento, in forme lombardo-bizantine della prima epoca del cristianesimo, rispetta l’estetica della nuova architettura che si ispira al Medioevo nazionale (in città si notano analogie con il Santo e con la Sala della Ragione) per modernizzare l’Italia postunitaria, come sostenuto da Camillo Boito su insegnamento di Pietro Selvatico. Apprezzata per la suddivisione degli spazi e per la concezione dell’ingresso e della chiesa con pianta a croce greca, la soluzione Holzner presenta un costo superiore a quello indicato nel programma di concorso e alcune difficoltà legate al terreno che il Comune tenta di superare negli anni seguenti con l’ausilio di consulenze tecniche e l’esame di nuove idee. Solamente a fine 1881 il progetto, con alcune modifiche alla facciata della chiesa, ottiene il via libera e l’anno successivo l’architetto triestino - affiancato dall’ingegner Giovanni Brillo (Badia Polesine 1832 - Padova 1913) - avvia ingenti lavori di movimento terra. Nel 1884 l’impresa dell’ingegner Guido Finzi comincia a gettare le fondazioni dell’edificio di culto. All’inizio del decennio seguente la costruzione, il cui prospetto è ritoccato ancora una volta nel 1889, è già a buon punto e si avviano le pratiche per assegnare il servizio religioso - svolto fino a quel momento da un sacerdote - ai frati Cappuccini: il 16 ottobre 1891 padre Vettore da Vià prende possesso della cappellania2. L’inaugurazione della chiesa, dedicata alla Resurrezione di Gesù Cristo, avviene il 30 ottobre 1892 con l’intervento del vescovo Giuseppe Callegari, il quale, dopo aver benedetto il luogo e celebrato la messa, è accompagnato in visita al cantiere dal consigliere comunale Giovanni Cavazzana e dall’ingegner Brillo3.
La chiesa si presenta ancora priva di pitture e di arredi, il pavimento è al grezzo e al centro è stato collocato in via provvisoria un altare molto modesto. La Giunta inizia quindi a occuparsi di questo aspetto con occhio attento ai costi, operando le proprie scelte quasi sempre su proposta o su progetto di Holzner e con parere della Commissione d’Ornato4. La fase di completamento e dotazione dell’edificio sarà svolta nel quinquennio successivo.
Come prima opera vengono eseguiti (maggio 1893) due grandi portoni in larice del Cadore realizzati dal laboratorio Rossi di via San Daniele, condotto da Angelo dopo la morte del padre Giuseppe, su disegno di Holzner e con accessori in ferro fusi nell’officina del cavalier Pio Berti presso l’Istituto Camerini-Rossi di via Scalzi (ora via Beato Pellegrino). I due portoni, come quelli minori laterali, vengono tinti del colore del bronzo.
Per la decorazione interna la Commissione e l’architetto triestino scelgono il progetto ornamentale proposto dal bravo quanto modesto pittore Giuseppe Damiani di Via Conciapelli e già in novembre brillano le prime stelle dorate in campo azzurro su alcuni lembi della cupola. Terminata l’anno successivo, la decorazione subisce fin da subito un deterioramento causato dal salso e dall’acqua piovana che filtra sulle pareti dai pinnacoli e dai finestroni e sarà rifatta nel biennio 1899-1900.
Nel settembre 1893 un certo Lombardi, di cui non abbiamo rinvenuto notizie, e lo scultore Cesare Nascimbeni di via Lavandaie (ora via XX Settembre) vincono al ribasso la gara per la realizzazione rispettivamente del pavimento e dell’altare. Quest’ultimo è collaudato l’anno dopo dall’artista Luigi Ceccon, il quale consiglia soltanto di levigare a pomice la gradinata. Nascimbeni esegue poi in marmo di Carrara anche la cornice (baldacchino) dell’altare, che in un primo momento - per risparmiare - doveva essere fatta in stucco da Pietro Novelli.
Tutti gli artisti ricordati, coinvolti nelle opere di decorazione della chiesa di proprietà comunale, sono scelti nell’ambiente cittadino non solo perché l’amministrazione sostiene convintamente l’economia locale, ma anche perché Padova vanta numerose individualità dotate di grande competenza e professionalità. L’unica attività commessa esternamente è il lavoro a mosaico da comporre sulle lunette sovrastanti alcune porte del cimitero: le due maggiori dell’ingresso principale della chiesa e di quello prospiciente, le due minori delle uscite laterali, quelle al termine dei due bracci che si protendono verso la strada d’accesso. Per tutte la Giunta, accantonata l’idea di sostituirvi delle pitture a foglia d’oro meno costose, si rivolge nel 1893 all’esperto mosaicista veneziano Giovanni Battista Morolin, già autore di restauri nel Castelvecchio di Verona e all’interno della basilica di San Marco (e che sappiamo aver ornato anche la cappella del ricostruito castello Kreuzenstein a Leobendorf vicino a Vienna). La gestazione dell’opera è travagliata: in un primo momento Morolin deve presentare gli schizzi ad acquarello da sottoporre alla Commissione d’Ornato; in un secondo momento si opta per i cartoni a chiaroscuro in grandezza naturale e per una porzione di figura musiva completa a colori; a fine anno poi il pittore Antonio Brunelli Bonetti, membro della Commissione, si reca a Venezia nello studio dell’artista Antonio Ermolao Paoletti per esaminare i disegni dei mosaici; infine, nell’aprile 1894, su proposta di Holzner e progetto di Morolin - abbozzato sempre da Paoletti - si decide di sostituire le iscrizioni di due lunette con le allegorie del Tempo e della Storia, visibili ora sopra le porte di testa dei bracci d’ingresso. Tutti i lavori musivi, che rappresentano, oltre ai due ricordati, la Resurrezione di Gesù, il Compianto sul Cristo morto, la Fede e la Carità, saranno posti in opera nel 1895. L’anno seguente la Giunta rifiuterà la proposta di Morolin di ornare anche il cupolino dell’altare e confermerà la pittura con stelle d’oro su fondo azzurro concepita nel progetto originario.
Per gli apostoli in altorilievo da collocarsi sulle facciate anteriore e posteriore della chiesa è bandito nel settembre 1893 un concorso riservato agli artisti residenti a Padova, dove si esige il concetto della scultura primitiva. I bozzetti dei quattro partecipanti - fra cui Novelli, che presenta tutti e dodici gli apostoli, e Natale Sanavio - sono esposti in Salone dal 15 al 30 novembre. La recensione che appare il 27 del mese sul quotidiano “Il Veneto” è impietosa: “solo quattro o cinque” bozzetti “meritano di essere presi in qualche considerazione”; taluni “difettano perfino nel plagio” e “due di quelli apostoli sembrano donne vestite da uomo: i lineamenti sono perfettamente femminili; uno sembra appena licenziato dalle mani di un barbiere tanto è acconciato barba e capelli all'ultimo figurino, altri due sono pedrocchini vestiti alla romana”. La stroncatura è condivisa dalla Commissione d’Ornato, la quale, chiamata a giudicare, non si pronuncia favorevolmente su alcuno, mentre è respinta dagli scultori cittadini che in una lettera alla Giunta fanno notare la fattibilità dei bozzetti e l’incoraggiamento avuto dal pubblico e da artisti di indiscutibile valore; essi inoltre “pregano, anche per salvaguardare il loro amor proprio di artisti e la stima guadagnata a forza di sacrifici e di privazioni, che sia loro concesso dalla onorevole Giunta che i detti bozzetti vengano esaminati da una commissione diversa da quella che giudicò in precedenza, cioè, da una commissione composta da artisti, la quale dia il giusto valore ai detti bozzetti presentati al concorso, i quali non sono che l'embrione del modello che è obbligatorio nell'altezza prescritta di metri 1.57” (“Il Veneto”, 10 dicembre). Nel luglio 1894 esce un nuovo concorso: i bozzetti (da realizzare sempre in scala 1:3) verranno esposti dal 20 al 30 novembre nella Sala della Gran Guardia e saranno giudicati dalla Commissione d’Ornato affiancata da un illustre scultore non residente, poi scelto nella persona del veneziano Urbano Nono, fratello del notissimo pittore Luigi. Le statue - si precisa sul giornale il 23 agosto - dovranno avere “la testa sporgente per intero dal fondo” e “lo stile da adottarsi dovrà stare in armonia con quello usato per tutti gli edifici del Cimitero e rimontare all'epoca fra il XII ed il XIII secolo, uniformandosi quindi in principialità agli esempi forniti dal Giotto”. Partecipano Pietro Bertocco, Augusto Caimi, Cesare Nascimbeni, Pietro Novelli, Giovanni Rizzo e Natale Sanavio. Su “Il Veneto” del 20 novembre si considerano efficaci quelli di Sanavio, Rizzo e Nascimbeni. “Il Comune. Giornale di Padova” del 23 novembre biasima il rivale per aver additato i preferiti alla Commissione senza esporre le proprie idee e commenta i lavori identificandoli col loro motto: si salvano dalle stroncature Arte, Pro necropoli patavina e Salvatore, perché interpretano nel modo migliore i precetti della scuola verista. Arte (Sanavio) contraddistingue dodici bozzetti - fra i quali si segnala un Giacomo “veramente buono”, ma copiato da una tela di Domenico Morelli - e un Giovanni grande al vero, però somigliante a un “laccato damerino”; Pro necropoli patavina (“un giovane intelligente”) mostra quattro buoni bozzetti; Salvatore (Rizzo) indica un Pietro e un Filippo “lavorati da maestro” (un terzo apostolo si era frantumato). La contesa prosegue sui due quotidiani, finché sabato 15 dicembre la Commissione Apostoli, riunita alla Gran Guardia, sceglie sei bozzetti di Natale Sanavio rappresentanti Bartolomeo, Giovanni, Paolo, Giacomo, Simone e Andrea, e uno di Giovanni Rizzo rappresentante Pietro. La Giunta rispetta il verdetto e affida ai due artisti anche l’esecuzione delle altre cinque statue rimanenti: in tutto nove a Sanavio e tre a Rizzo. Non abbiamo rinvenuto nella delibera la suddivisione degli ulteriori altorilievi fra i due scultori, ma riteniamo, giacché essi sono collocati sulla facciata a gruppi di tre, che quello con Pietro al centro - uno dei pochi apostoli riconoscibili con certezza per la presenza delle chiavi, suo attributo iconografico - possa spettare a Rizzo. Le statue, realizzate come prevede il concorso in marmo statuario di Carrara di seconda qualità, saranno messe in opera nel 1896.
Per gli arredi sacri della chiesa, la Giunta aveva incaricato da subito (1894) l’Ufficio Tecnico di predisporre disegni e preventivi per un crocifisso, quattro candelabri, due lampade e alcuni banchi. Realizzati gli schizzi e chiesti i costi all’artigiano veneziano Emanuele Munaretti e ai padovani Daciano Colbachini (con stabilimento in via Scalona, ora Gregorio Barbarigo) e Pio Berti, il progetto si interrompeva all’inizio dell’anno seguente, quando su suggerimento della Commissione d’Ornato erano stati inviati i documenti a Holzner per l’approvazione. Nel febbraio 1897 l’architetto triestino avvisava finalmente la Giunta che avrebbe presentato dei disegni e in maggio faceva pervenire tre tavole di progetto in grandezza naturale per un crocifisso (cm 80x45), sei candelabri (65x22) e quattro lampade (36x24) da eseguirsi in bronzo “a lutto” (abbrunato), mentre per le panche aspettava di conferire con il cappellano. Il sindaco, Vettor Giusti del Giardino, le inviava quindi all’Ufficio Tecnico, che riceveva le offerte di Berti, Colbachini e Munaretti (quest’ultimo forniva un preventivo con fusione a cera perduta e uno con metodo “a staffa”, che permette il riutilizzo delle matrici); Natale Sanavio si proponeva per modellare le matrici in gesso. Non sembra che il progetto abbia avuto esecuzione: non si rinvengono, infatti, ulteriori decisioni della Giunta in merito - gli arredi oggi esistenti, d'altra parte, non corrispondono - e al contrario altre delibere autorizzano il padre cappuccino ad acquistare due candelabri (1900) e un crocifisso (1904). La causa del mancato compimento potrebbe essere rinvenuta nell’esigenza di economia che si impose con decisione a metà degli anni novanta, quando l’attività costruttiva venne sospesa per il lievitare dei costi, necessari anche a risolvere le numerose problematiche strutturali e idrauliche insorte, e riprese qualche tempo dopo secondo la variante proposta nel 1898 da Daniele Donghi (Milano 1861 - Padova 1938), che lasciò immutato il fronte principale del complesso e intervenne modificando i tre lati perimetrali rimanenti.
Ad altri tre lavori accenniamo brevemente. Il primo è una lapide sormontata dal busto che ritrae Enrico Holzner, opera degli scultori triestini Luigi Taddio e Paolo Zanette, collocato nell’ingresso della chiesa in seguito al decesso dell’architetto, avvenuto nella sua città natale il 10 aprile 1899. Il secondo riguarda la magnifica Via Crucis dipinta con perfetta intonazione allo stile del tempio da Giovanni Vianello, artista padovano di rilievo nazionale, segnalato in riviste specialistiche come “Emporium”, “La cultura moderna”, “Vita d’arte” e “Arte e storia”, con commenti fra gli altri di Mario Pilo, Eduardo Ximenes, Pirro Bessi, Ettore Cozzani, Antonio Della Rovere, Pasquale De Luca, Achille De Carlo, Ugo Ojetti, Arturo Lancellotti e Giulio Ulisse Arata5. Il primo quadro - la stazione numero IV (Incontro di Cristo con Maria) - era apparso in chiesa il 2 novembre 1913 su iniziativa di un comitato composto da alcuni sacerdoti e commercianti determinati a raccogliere la somma necessaria al completamento dell’opera, poi era stato esposto nella vetrina della tintoria Venuti in via Roma (sotto il portico della chiesa dei Servi). L’idea era piaciuta ai padovani e in breve era stata raggiunta la cifra contenuta richiesta dall’artista. Lunedì 29 giugno 1914 il vescovo Luigi Pellizzo poteva finalmente benedire singolarmente la croce di ogni stazione e recitare le preghiere seguito dai fedeli, infine si congratulava con il pittore Vianello, presente all’evento. Da ultimo accenniamo al crocifisso che oggi pende dal cupolino dell’altare: l’opera - come indicato nell’iscrizione retrostante - è un dono datato 2 novembre 1926 da parte della famiglia Penzo in suffragio di Antonio, studente di giurisprudenza, mancato nel 1921 a soli vent’anni d’età (il padre Rodolfo insegnava nella locale facoltà di medicina).
Nel 2016, grazie al mecenatismo di alcuni privati e all’Art Bonus, che permette la detraibilità fiscale delle erogazioni destinate al sostegno del patrimonio culturale pubblico, la chiesa comunale del Cimitero Maggiore ha aggiunto un nuovo ripiano in marmo bianco di Carrara destinato a reggere il tabernacolo, sostenuto da otto colonnine che richiamano quelle dell’altare maggiore (costo dell’opera 12.800 euro).
Un altro lavoro che ci piacerebbe andasse a buon fine è il restauro delle quattordici stazioni della Via Crucis di Giovanni Vianello, necessario non solo per riportare all’antico splendore i dipinti ultracentenari, permettendone la leggibilità, ma anche per proteggerli dal deperimento (sono necessari circa 10.000 euro). Chissà che pure in questo caso la liberalità di privati e di soggetti pubblici, come Banche e Fondazioni cittadine (magari la Cassa di Risparmio del Veneto che è proprietaria di palazzo Donghi, splendidamente decorato dall’artista), unita al meccanismo dell’Art Bonus, possa supportare felicemente la nostra proposta.
1 Camillo Boito: un’architettura per l’Italia unita, catalogo della mostra a cura di G. Zucconi e F. Castellani, Padova, Museo Civico di Piazza del Santo, 2 aprile - 2 luglio 2000, Venezia 2000.
2 G. Ingegneri, I Cappuccini a Padova: cinque secoli di presenza, Padova 2000, p. 151.
3 “Il Comune. Giornale di Padova”, 31 ottobre 1892. Per l’occasione si stampa su cromolitografia la seguente epigrafe: “Alla cara memoria / dei nostri fedeli defunti / in questo giorno / XXX ottobre MDCCCXCII / in cui / da sua eccellenza reverendissima / Mons. Vescovo GIUSEPPE CALLEGARI / viene aperto al pubblico culto / e solennemente benedetto / il nuovo tempio monumentale / dedicato / alla resurrezione di N.S. Gesù Cristo / nel Cimitero Maggiore / del Comune di Padova / preci e suffragi.”
4 Una ricerca condotta presso l’Archivio Generale del Comune di Padova ha fornito alcune notizie nei verbali di Giunta, ma quasi nulla - nessun disegno - nel fondo Contratti e nelle carte della Commissione d’Ornato.
5 Vedi il mio Giovanni Vianello (Padova 1873-1926). Maestro di Casorati e Cavaglieri, Castelfranco Veneto 2015, pp. 69-71.