Estratto da P. Franceschetti, Mostre d'arte a Padova (1890-1915), Padova 2024, pp. 17-19:
Padova non riuscirà mai ad allestire una “Permanente”, cioè un luogo adibito in modo continuativo all'esposizione e alla vendita di opere d'arte e di prodotti dell'industria. Si contano, tuttavia, alcuni tentativi diretti a realizzarla.
Il più significativo si registra nel 1890, quando si tengono diverse riunioni di cittadini e di operai presso la sede dell'Associazione Popolare Savoia in via Maggiore 699 (poi via Dante 34). Il progetto mira all'istituzione “di un magazzino di deposito e vendita per l'arte e l'industria padovana” ed è accompagnato da uno statuto composto da quattordici articoli e da una relazione che ne spiega utilità e funzionamento: “Una parte non piccola dei nostri artigiani, produttori per conto proprio, lavora nella domestica abitazione, non avendo mezzi ed opportunità per affittare un negozio. E la mancanza di un luogo dove esporre le merci che sono il frutto del loro lavoro, non soltanto rende meno agevole e men proficua la vendita dei prodotti ottenuti, ma trattiene molti fra essi, come risulta da personali testimonianze, dall'accrescere con una maggiore e più efficace alacrità la quantità e il pregio degli oggetti intorno a cui l'industriosa opera si esercita. Queste considerazioni acquistano maggior rilevanza per chi pensi alle qualità che non di rado splendono nei nostri operai in cui, conforme al patrio genio, spesso l'artiere s'innalza fino a confondersi coll'artefice e la lunga fatica del lavoratore si spende con intelletto d'amore vagheggiando anche nel prodotto d'uso comune l'ideale del bello. Particolarmente il produttore di tali opere non trova il più spesso il premio sperato appunto perché esse rimangono sottratte all'occhio del compratore di buon gusto. Si aggiunga anche, per i produttori cui non manchi il beneficio di una mostra o di un deposito particolare, l'utilità certa del disegnato concentramento commerciale, che, poi, risponde a un interesse generale.”1 La relazione chiarisce l'importanza del magazzino per gli artisti, perché in esso vi trova luogo, in apposito reparto, una “esposizione permanente”. L'impianto avviene attraverso un finanziamento da parte di cittadini fiduciosi nell'utilità dell'opera, produttivo di interessi e rimborsato in dieci anni. I depositanti non devono sborsare nulla: “Il magazzino riceve gli oggetti, li mette in mostra dando a ciascuno un numero d'ordine, cosicché il segreto è mantenuto. Li vende al prezzo indicato dal depositante e gli trasmette le somme incassate, meno una trattenuta percentuale prestabilita. Se l'oggetto non viene venduto, il depositante non è tenuto ad alcuna corresponsione. I depositanti possono ritirare i propri oggetti quando vogliono. Il magazzino assume anche commissioni per loro conto”. Dirige la struttura un consiglio di amministrazione di dodici membri, metà eletti dai capitalisti e metà dai depositanti, e alla fine del decennio il magazzino diventa di proprietà dei produttori. I buoni propositi del 1890, tuttavia, non portano ad alcun risultato pratico.
Passano diversi anni e si arriva al 1903, quando il consigliere comunale scultore Serafino Ramazzotti ripropone l'impresa invocando il sostegno dell'amministrazione cittadina. Nella seduta del 26 marzo domanda che il Municipio accordi gratuitamente l'uso di un “conveniente” locale nel quale gli artisti di Padova e provincia possano esporre le loro opere. L'ordine del giorno è appoggiato da Gino Cittadella Vigodarzere, da Luigi Frassinella, da Giuseppe Veronese, da Gino Melati, da Francesco Turri e dal sindaco Vittorio Moschini, mentre Alberto Papafava dei Carraresi (pittore non per professione) è dubbioso perché non crede che la protezione “sia sempre benefica all'arte”; qualche perplessità vi è anche nell'estendere agli artisti della provincia la possibilità di esporre. La proposta è approvata con la sola astensione di Papafava: “Il Consiglio Comunale di Padova, ritenuta la opportunità e la convenienza di incoraggiare le arti belle – gloria della città – delibera in massima di concedere gratuitamente un locale adatto, dove gli artisti cittadini e della provincia possano farvi l'esposizione dei loro lavori.” Già durante la seduta, tuttavia, il sindaco Moschini avvisa i consiglieri che la giunta non può dare sicuro affidamento sulla scelta del locale – Frassinella proponeva uno dei nuovi negozi all'angolo del Gallo o un locale da farsi col riordino di via Municipio – né sul tempo necessario a dare evasione alla proposta, e inoltre che è opportuno coinvolgere nell'iniziativa anche la Scuola di disegno “Pietro Selvatico” e il Circolo Filarmonico Artistico2.
In un'intervista rilasciata a un quotidiano cittadino pochi giorni dopo – qui riportata per la prima volta – lo scultore Ramazzotti ha modo di esporre meglio il proprio pensiero sull'argomento: “Non si può negare che l'arte è il termometro della civiltà di un popolo. In Italia sembra in decadenza perché è negletta. Il Governo si è accorto che il grande mercato dell'arte che fioriva in Italia fino a quaranta anni or sono, gli fu abilmente carpito dalle altre nazioni. E molti lavori dei grandi maestri, purissima gloria italiana, sono scomparsi. Vero è che, reso edotto dall'esperienza, il Governo ha cercato di rimediare al mal fatto lavorando a favore dell'arte. Ma ciò ancora non basta quando si pensa che le altre nazioni vanno a gara nell'arricchire il loro patrimonio artistico, con acquisti su larghissima base e tenendo nel debito onore anche l'arte moderna. Basta pensare ad esempio che la Francia [Ramazzotti aveva vissuto a Parigi nei primi anni ottanta] ha un Ministero esclusivo per l'arte. L'arte non è un lusso, è un bisogno per il miglioramento della nazione, è la perla più luminosa che sta nel diadema della sua civiltà; ed è praticamente una viva fonte di ricchezza. […] Ogni città civile ha, a mio modo di vedere, un obbligo che è bensì subordinato a quello più vasto che ha il Governo, ma che, secondandolo, lo completa. E tanto maggiore è tale obbligo nei comuni dove esistono (come a Padova) dei monumenti insigni, e dove fiorirono, come sullo scorcio del '400, artisti valentissimi. Basterebbe un po' di buona volontà perché anche Padova potesse porsi almeno a livello delle altre città italiane.”3 Lo scultore accenna poi “all'utilità di adornare qualche importante costruzione, decorare qualche sala, abbellire qualche piazza od altro punto centrale, ad esempio con fontane, se non del tutto monumentali, certo di considerevole importanza artistica4. […] Bisognerebbe dare impulso a questa impresa di adibire un locale, possibilmente nel centro, a che gli artisti potessero esporre qualche lavoro con quella dignità che l'arte richiede. Certo che è deplorevole che un artista sia costretto a mendicare l'angolo d'una vetrina di negozio per render pubblica l'opera propria! Un locale a disposizione degli artisti costituirebbe un passo notevole verso l'educazione artistica. Inoltre ciò servirebbe a dimostrare ai visitatori l'attività dei nostri artisti e il loro lavorio indefesso e geniale per l'affermazione del bello, e si getterebbero infine le basi di un possibile mercato risorsa materiale e incoraggiamento agli artisti a sviluppare tutta la energia del loro spirito e della loro intelligenza”.
Dopo aver riportato le riflessioni di Ramazzotti, il quotidiano annuncia una riunione alla trattoria Fospan in via Tadi la sera del 18 aprile per deliberare intorno alla costituzione della “mostra permanente d'arte moderna”. All'incontro prende parte anche Victor (Vittorio Schiesari Civolani), un pubblicista distintosi in quegli anni per il costante appoggio agli artisti e lì unico “intruso”, che registra nelle pagine del giornale “La Libertà” l'unanime sostegno alla proposta a cui si intende dare seguito5. Giuseppe Canella, in rappresentanza della categoria, si reca quindi a parlare del locale per le esposizioni e le vendite con il sindaco Moschini, il quale ha “parole di promessa, perché desideroso anch'egli che la città possa appagare nei modi più convenienti e più decorosi le giuste aspirazioni degli artisti”6. Confidando nell'autorevole rassicurazione, si medita di allestire una mostra nel venturo novembre 1903, ma anche questa volta, purtroppo, come già nel 1890, non si otterrà alcun risultato concreto.
Da ultimo va qui segnalato un ulteriore tentativo di avviare una “permanente”, di natura particolare perché non gestita dagli artisti e limitata al solo periodo primaverile. Il lodevole proposito nasce all'interno del Circolo Filarmonico Artistico, il quale nel novembre 1911 delibera di mettere ogni anno da marzo a giugno alcune sale della sede a disposizione di coloro che intendono esporre i propri lavori, e ne demanda le modalità attuative a un successivo regolamento, ancora da scrivere: “Gli artisti si sono sempre trovati d'accordo sulla opportunità di avere un luogo conveniente ove esporre i loro lavori. Ma purtroppo – per ragioni varie – mai poterono dare attuazione a questo desiderio, ed ecco che il Circolo filarmonico artistico, con lodevole iniziativa, colma anche questa lacuna. Così almeno in avvenire non assisteremo più all'indecoroso spettacolo di veder esposti quadri e studi nelle vetrine dei negozi, fra un vestito confezionato e dei cappelli da signora”7. Nemmeno quest'ultimo proposito, tuttavia, otterrà risultati concreti. Il Circolo di lì a poco, infatti, dovrà superare una crisi che provocherà le dimissioni del presidente Viterbi, sostituito soltanto dopo alcuni mesi da Maluta, e la proposta non avrà seguito. Va rilevato comunque che in quel momento il sodalizio non appare più così adeguato a promuovere le belle arti, come attesta anche la presenza di un unico artista, il pittore Primo Modin, fra i diciotto componenti del consiglio direttivo; e ancor più indicativo è il fatto che l'anno seguente (1912), quando si tiene al Circolo la retrospettiva su Pietro Pajetta e Ugo Valeri, viene organizzata da alcuni “indipendenti” nella Loggia della Gran Guardia la mostra che getta le basi della futura Società Promotrice di Belle Arti.
1 Vedi corrispondenza da Padova in “Gazzetta di Venezia”, 25 febbraio 1890; Arte e industria padovana. Una utile iniziativa, “L'Euganeo”, 20 luglio 1890.
2 Per l'arte, “Il Veneto”, 27 marzo 1903; Per esporre le opere degli artisti di Padova, “La Libertà”, stessa data; Per gli artisti, “La Provincia di Padova”, 27-28 marzo 1903, che si interroga: “E se un artista volesse esporre delle opere antiestetiche o che offendessero il buon costume, che cosa si farebbe?”.
3 Per l'arte cittadina. Una esposizione permanente e Un appello agli artisti, “La Libertà”, 16 aprile 1903.
4 Si vedano le proposte pubblicate da Brioni nel gennaio 1904: P. Franceschetti, Nuove scolture e pitture in Padova di Lodovico Brioni, “Bollettino del Museo Civico di Padova”, CV-CVII, 2016-2018 (2022), pp. 45-81.
5 Victor (Vittorio Schiesari Civolani), Gli artisti padovani, “La Libertà”, 19 aprile 1903.
6 Victor (Vittorio Schiesari Civolani), Pro arte, “La Libertà”, 19 maggio 1903.
7 Per gli artisti di Padova, “Il Veneto”, 8 novembre 1911.