Di prampero Cecilio
Padova 25.01.1870 - Udine 08.10.1937
Padova 25.01.1870 - Udine 08.10.1937
1. C. Di Prampero, Ritratto di Giuseppina Poato, circa 1908, olio e tempera su tavola, cm 42x32, collezione privata.
2. C. Di Prampero, Ritratto d’uomo, 1909, ubicazione sconosciuta.
3. C. Di Prampero, Affabulatore in Piazza dei Frutti a Padova, olio su tela, cm 140x47, Galleria Nuova Arcadia, Padova.
4. C. Di Prampero, Ritratto apocrifo di Gerolamo Savorgnan, 1931, olio su tela, cm 243x145, Civici Musei, Udine.
5. C. Di Prampero, Notte, tempera su carta, mm 166x241, Civici Musei di Storia ed Arte, Trieste.
6. C. Di Prampero, Giorno, tempera su carta, mm 165x242, Civici Musei di Storia ed Arte, Trieste.
Cecilio Luigi Giacomo nasce a Padova il 25 gennaio 1870 da Carlotta Fusaro, vedova Benedetti, e dall’udinese Giuseppe Di Prampero, guardia daziaria e agente di piazza appartenente a un ramo collaterale della nobile famiglia friulana. Il primo giugno di quell’anno i genitori si uniscono in matrimonio in Duomo e il piccolo ne diviene figlio legittimo. Non sappiamo molto dell’infanzia passata presumibilmente tra la città euganea e Venezia, visti gli spostamenti del padre registrati nel foglio di famiglia, né di eventuali studi artistici; di certo non frequenta in laguna il Regio Istituto di Belle Arti. Sappiamo, invece, che Di Prampero già nel 1892, a soli ventidue anni, restaura “senza bisogno di pennello e con un metodo di sua iniziativa” due grandi affreschi nella chiesa di San Fedele a Como, attribuiti allora a Gaudenzio Ferrari, allievo di Leonardo da Vinci, e oggi a pittori locali che li eseguirono nei primi decenni del Seicento. Il giovane restauratore – si legge nei quotidiani padovani – ravviva i colori di dipinti antichi sciogliendo il nero che offusca le figure; rinnova poi opere su tela con una composizione applicata sul retro in modo che queste, pur se macchiate o deteriorate, assumono la primitiva bellezza e sembrano appena uscite dalle mani dell’artista. Cecilio conosce anche la tecnica della tempera a colla usata nel Quattrocento, adoperata per dipingere “imitazioni preraffaellite”. L’aggettivo richiama tecniche esecutive di antichi autori, precedenti al Maestro di Urbino, ma non sembra proporre vicinanza di temi fra Di Prampero e la nota Confraternita britannica nata nel 1848 da Rossetti, Hunt e Millais, perché egli – dai soggetti finora rinvenuti – si dedica fondamentalmente ai ritratti e non appare affascinato dal metodo allegorico utilizzato da quegli artisti, che rendevano sulla tela un concetto astratto utilizzando un episodio tratto dalla Bibbia o da testi storico-letterari (Dante e Shakespeare in special modo). Il primo ritratto di Cecilio si vede in città nel settembre 1892, quando, tornato a Padova “dopo qualche anno di assenza”, ne esegue uno a olio, “somigliante”, dello sfortunato tenente dei carabinieri Bernasconi, caduto nell’adempimento del proprio dovere; il dipinto, tratto da una fotografia, è esposto alcuni giorni nella vetrina della cartoleria Grandis e Danieli.
Quattro anni dopo, nel 1896, riappare il suo nome sui quotidiani cittadini. In febbraio viene ringraziato per il contributo fornito al numero unico degli studenti diretto a favorire la clinica pediatrica, probabilmente per alcune sue caricature, come quelle “istantanee” che disegna negli anni 1896-98 per la rivista illustrata “Il Pedrocchi” (dal 1898 “Il Pedrocchi di Padova”). L’8 febbraio si sposa con la possidente Emilia Raccagni, nata a Castel Mella (Brescia) il 25 dicembre 1854, di quindici anni più anziana, vedova di Francesco Moretti, dal quale ha avuto quattro figli; un quinto, Bruno, nato a Treviso il 28 agosto 1894, verrà riconosciuto più tardi da Cecilio. La famiglia va ad abitare in un appartamento in via Falcone 1219A (poi n. 5) e otto giorni dopo il matrimonio viene alla luce Carmencita Lucilla Mignon.
Nel mese di maggio avvengono i fatti che procurano a Di Prampero la prestigiosa croce di ufficiale dell’Ordine di Orange Nassau e che egli stesso racconterà in età matura in un libro scritto non “per ambizione”, ma “per amore alla verità”(1). La vicenda riguarda il rinvenimento dei resti mortali del principe Guglielmo Giorgio Federico d’Orange Nassau, generale dell’esercito austriaco morto a Padova nel 1799 e sepolto presso la chiesa degli Eremitani. Di Prampero, immerso nei suoi “prediletti” studi d’arte nella cappella affrescata dal Mantegna, viene coinvolto nella ricerca in quanto “appassionato cultore di scienze storiche” e dopo alcuni giorni riesce a rinvenire i resti mortali del principe sulla base di indicazioni lette in una vecchia ricevuta d’archivio. Le spoglie partono quindi per l’Olanda, con gran pompa, sorprendendo i Padovani, i quali “non sapevano che fra le mura degli Eremitani dormisse il sonno eterno un personaggio così elevato(2), e a Delft si riuniscono alla lapide commemorativa scolpita da Antonio Canova, che era stata già asportata dalla chiesa e sostituita con una copia in bronzo fusa a Venezia dal cavalier Giovanni Vianello (omonimo del pittore padovano). Il giovane, il cui ruolo nella vicenda viene ignorato di proposito da alcuni protagonisti, come ricorderà amareggiato nel libro, incassa in settembre l’importante onorificenza d’Orange Nassau, e ancora un quotidiano cittadino, criticando in verità anche altri conferimenti, fa notare che per lui sarebbe stato più opportuno come premio “un gioiello, per esempio, colle cifre reali”. Anni dopo Di Prampero ci terrà a ricordare come egli avesse pure rifiutato le diecimila lire spettanti al ritrovatore, una somma considerevole, perché “pago e lieto [unicamente] di avere contribuito ad esaudire il desiderio di S.M. la Regina d’Olanda [… e] orgoglioso di avere potuto realizzare il voto del [suo] Re: - Si cerchi e si troverà!”.
Cecilio parte in seguito per la Grecia, dove si aggiunge ai volontari italiani guidati da Ricciotti Garibaldi che intendono sostenere i cretesi nel loro tentativo di unirsi alla madre patria. La guerra viene risolta dal più numeroso e meglio armato esercito ottomano con la battaglia combattuta a Domoko, in Grecia centrale, nel maggio 1897, nella quale si registrano numerosi caduti italiani. Non sappiamo quale ruolo egli abbia avuto nella battaglia, né se abbia preso parte a ulteriori scontri, tuttavia va riconosciuto a Di Prampero e ai molti volontari giunti da tutta Europa il merito di avere provocato, nonostante la sconfitta, il riconoscimento dell’isola come stato autonomo, seppur ancora nell’orbita dell’impero turco.
In dicembre è a Padova e ritrae a olio gli attori Emilio Zago e Alberto Brizzi, di passaggio al teatro Garibaldi, quest’ultimo fissato sulla tela in soli cinquanta minuti.
Due anni dopo, a fine 1899, subisce un processo per truffa. Lo si accusa di avere raggirato un commerciante di biciclette, il quale, avendolo visto arrivare in carrozza e udito che era un ricco signore, gli aveva venduto una costosa bicicletta a credito, mai onorato; la bicicletta, invece, era stata ceduta il giorno seguente alla metà del prezzo d’acquisto. Di Prampero si difende sostenendo che possiede una propria “carrozzella” e un proprio cavallo, utilizzati per andare in campagna, e che il ritardo nel pagamento è dovuto a un disaccordo col venditore, tuttavia il tribunale lo condanna ugualmente a tre mesi di reclusione.
Nel dicembre 1900 dipinge per scommessa in poche ore il ritratto dello sfortunato re Umberto I, come si legge nella divertente cronaca di Ettore Da Rin pubblicata su “La Provincia di Padova”.
In questo lasso di tempo è sempre residente in città. Nel dicembre 1898 si era trasferito da via Falcone in riviera San Michele 2356E (poi riviera Tiso Da Camposampiero 27), in un piccolo fabbricato con scoperto vicino all’Oratorio; poi era passato in via Garibaldi 3 (via San Fermo). Nel giugno 1902 si trasferisce con la famiglia a Venezia, anche se, come vedremo, ritornerà più volte per rivedere gli amici o svolgere dei lavori. Sappiamo, ad esempio, che Cecilio collabora per lungo tempo con l’antiquario Giuseppe Poato, già produttore di mobili artistici, con bottega e abitazione in via Garibaldi 5, il quale gli affida dipinti da restaurare. A testimonianza della collaborazione rimane il ritratto della figlia Giuseppina, firmato semplicemente “Cecilio”, dove appare chiaro l’interesse dell’artista per l’antico, sia nella tecnica pittorica che nella resa del soggetto.
Nell’agosto 1903 attira l’attenzione dei passanti l’immagine del nuovo Papa, esposta nel negozio Martire all’Università: “È opera del conte Cecilio di Prampero, noto artista veneziano, il quale, la sera stessa dell’elezione del cardinale Sarto al Pontificato [lunedì 4], scommise con altri amici di fare in cinque ore il ritratto di Pio X traendone l’immagine dalla cartolina che era già in vendita. Infatti, chiusosi in un camerino allo Storione con alcuni amici, in cinque ore conduceva a termine il non lieve lavoro. Il ritratto, oltre che essere pregevole relativamente al tempo impiegato, ha anche un valore assoluto e mostra la vera tempra dell’artista nell’autore.”
Entra quindi in polemica con il direttore del Museo Civico, Andrea Moschetti, il quale gli nega di accedere alle sale per eseguire la copia di un quadro sostenendo che in altra occasione egli aveva riprodotto un’opera senza variare le misure e aveva così violato il regolamento. Di Prampero, che tre anni prima aveva copiato il ritratto d’uomo di Antonello da Messina (oggi attribuito ad Alvise Vivarini), non contesta apertamente l’accusa rivoltagli, ma preferisce far notare al suo interlocutore che qualora un tale fatto fosse accaduto, vi sarebbe stata colpa per omessa vigilanza da parte dello stesso direttore. La replica giunge da Bassano, dove Moschetti si trova in quei giorni estivi: “Il pubblico padovano e non padovano mi conosce per un galantuomo e capisce assai bene che non senza gravi motivi avrei preso una così grave misura.” Evidentemente la precedente condanna per truffa aveva fatto nascere dei dubbi sulla moralità di Di Prampero e sui veri motivi della sua pratica pittorica al Museo. Continuava a non risentirne, invece, la sua fama di abile ritrattista.
Nell’ottobre 1903 è incaricato dai rappresentanti del comune trevigiano di Riese, paese natale di Pio X, Giuseppe Melchiorre Sarto, di recarsi a Roma per fissare sulla tela l’immagine del Papa “con la tecnica degli antichi autori, nelle quali imitazioni il pittore valoroso è inarrivabile”.
Tre mesi dopo offre a Ettore Berti, di passaggio al teatro Garibaldi per interpretare la tragedia dannunziana Francesca da Rimini, “un magnifico ritratto compiuto in due ore, raffigurante l’attore nel costume di Paolo”: il lavoro, “perfetto nella somiglianza e nel carattere antico, […] è una vera e squisita opera d’arte”.
Il 10 febbraio è a Roma per consegnare nelle mani del Papa il dipinto che aveva abbozzato qualche tempo prima. L’opera non risulta attualmente compresa nelle collezioni vaticane.
Nel 1905 Cecilio è chiamato a Udine, nella casa vicino al Duomo di proprietà del conte Ottaviano Di Prampero, per restaurare un affresco del 1494 attribuito alla mano di Francesco De Alessiis: egli “non deve già quest’onorevole incarico all’identità del nome, né alla consanguineità, ma bensì ed unicamente all’arte sua che dà il più sicuro affidamento che, senza alcun lenocinio e senza alcuna ben che minima profanazione, l’opera verrà, per quanto possibile, rinvigorita colla più scrupolosa fedeltà.” Dopo aver liberato l’affresco dallo scialbo e averlo restaurato, il pittore vi aggiunge in alto il proprio nome(3). Il 24 luglio lo studio udinese dell’artista, presso l’Albergo Italia, viene visitato dall’arcivescovo monsignor Zamburlini e da parecchi signori e signore, invitati ad ammirare il ritratto di Pio X (non sappiamo se quello eseguito a Padova il giorno dell’elezione, oppure una diversa versione o un bozzetto di quello donato al Pontefice). L’apprezzamento è unanime per la sapiente armonia dei colori e per la somiglianza, addirittura “somigliantissimo” secondo l’arcivescovo che è un vecchio amico del Papa. Si apprezza anche il ritratto della signora [Ida?] Broili Petrosini: “lavoro sul genere del Whistler; bella e vigorosa pittura, che fa veramente onore all’artista. La persona elegante ed espressiva è resa con tocco sicuro, senza artificio in un quadro armonico e delizioso.”
Nei primi mesi del 1908 i quotidiani padovani lo ricordano in città in diverse occasioni.
La prima riguarda l’ottantesimo compleanno (28 gennaio) del filosofo positivista Roberto Ardigò, il quale riceve in dono un quadro a olio che lo ritrae, dipinto da Di Prampero. Il pittore assiste alla consegna e riceve le lodi incondizionate del Maestro. L’opera, eseguita su commissione di un comitato di settecentosettantacinque amici e ammiratori capeggiati dall’avvocato Ferruccio Squarcina, era stata esposta per alcuni giorni nel negozio Schostal e aveva avuto l’ammirazione di tutta la cittadinanza.
In febbraio, in una saletta dell’albergo Storione, viene accolto dai rappresentanti della Federazione Esercenti e del Club Ignoranti e da altri illustri cittadini un progetto di festeggiamenti per il Carnevale, la cui attrazione principale consiste in un torneo di “epoca ezzeliniana”, ideato da Di Prampero e Carlo Zen, da allestire in Prato della Valle. La buona volontà degli organizzatori, tuttavia, si scontra presto con le difficoltà pratiche del progetto, che tramonta per il mancato supporto dell’esercito.
Carlo Zen (1851-1918), con cui Cecilio presenta il progetto, è uno dei maggiori rappresentanti del Liberty nazionale, titolare a Milano di un’importante fabbrica di mobili artistici. È presente a Padova perché sta decorando il palazzo Dolfin Boldù a Santa Croce (oggi Istituto Teresianum), che il conte Paolo e la contessa Dolores Branca, appartenente alla cospicua famiglia di industriali lombardi del Fernet, vogliono completamente rinnovato. Il 27 febbraio ha luogo la sfarzosa festa d’inaugurazione, presenti duecentocinquanta invitati, in gran parte aristocratici e ricchi possidenti veneti e lombardi. La gustosissima cronaca dell’evento mondano appare sulle colonne del quotidiano “La Provincia di Padova” (28-29 febbraio) a firma “Frustino”, pseudonimo del brillante pubblicista Arnaldo Fraccaroli. Fra gli ambienti rinnovati da Zen, con la collaborazione anche degli stuccatori Carlo Bianchi e Ferruccio Sanavio, si ammirano una sala “in stile moderno”, un salotto Impero e una sala Luigi XVI, dove “campeggia un bel ritratto della contessa Dolores eseguito dal pittore Di Prampero”, anch’egli presente alla festa.
In seguito, Zen e Di Prampero, con Giuseppe Sommer, l’ingegnere Gabriele Benvenisti e lo scultore Valerio Brocchi, sono incaricati da Augusto Sanavio di verificare in Duomo la posa in opera della lapide con busto dedicata alla memoria del vescovo Giuseppe Callegari. Nel sopralluogo si accerta che il non perfetto piombo è dovuto unicamente ad alcuni difetti delle lesene laterali e pertanto si suggerisce a Sanavio di incorniciare la sua opera, “ispirata ad elevato concetto d’arte”, con una decorazione a chiaroscuro.
Il 7 marzo, in una sala superiore dello Storione, alcuni amici nuovi e “vecchi compagni di studi e d’arte” salutano la partenza di Carlo Zen da Padova, dove ha decorato i palazzi Camerini e Dolfin Boldù. Fra gli altri, oltre a Di Prampero, prendono parte all’allegra tavolata gli scultori Achille De Lotto, Valerio Brocchi e Augusto Sanavio, Carlo Bianchi (cognato dei fratelli Sanavio per averne sposato la sorella Maria), il pittore Giuliano Tommasi, Edoardo Malvezzi, [Emilio?] Piccoli, Manrico Bonetti, Giuseppe Sommer e il tenore olandese “Beversen”. Alle pareti sono appesi due riusciti schizzi caricaturali di Zen disegnati da Tommasi. Molti dei partecipanti al banchetto sono amici e conoscenti del pittore Umberto Boccioni, di casa a Padova per averci abitato dal 1889 al 1898 e per esserci tornato in seguito per la permanenza della madre e della sorella, tuttavia non abbiamo rinvenuto traccia di contatti fra il noto caposcuola del Futurismo e Cecilio.
Infine i quotidiani, non solo locali, ricordano un ritratto a olio in grandezza naturale del patriota Carlo Maluta, combattente del ’48 e deputato del Regno per diverse legislature, commissionato al pittore dai consiglieri della Società di Solferino e San Martino per onorare gli ottant’anni del proprio presidente. Nel palazzo a San Francesco, in una vasta sala al pianterreno, giungono numerose persone per porgere gli auguri al festeggiato. Su una parete è appeso il grande ritratto: “La figura eretta del Maluta campeggia sul fondo olivastro, in una posa abituale, con la intelligente espressione bonaria del viso, nel candore dei capelli e della barba. In una mano, lo sigaro.” Sullo sfondo del quadro è presente la dedica: ”Al G.U. Comm. Carlo Maluta – Presidente della Società di Solferino e San Martino – in attestazione di amicizia deferente i Colleghi del Consiglio – X marzo MCMVIII.” Fra i doni vi sono pure un’opera dipinta dalla nipote Rina Maluta e un busto plasmato da Augusto Sanavio, nel quale il patriota è ritratto “con franca evidenza, sorridente sotto il cappello floscio lievemente inclinato”.
A fine marzo 1910 un anonimo giornalista de “Il Veneto” visita lo studio padovano di Di Prampero. Non ne precisa l’ubicazione, né ci chiarisce da quanto tempo il pittore ne avesse uno in città. Ci informa, invece, della presenza di un ritratto su tela di dimensioni ragguardevoli raffigurante Giovanni Grigolon, che verrà esposto alla Mostra di Belle Arti dell’Esposizione Agricola Industriale di Pontevigodarzere. Sull’autore si precisa: “È un artista di bella e salda fama: anche… pontificia: versatilissimo: ottimo ritrattista, che conosce a fondo l’arte, la tecnica degli antichi maestri e pur la storia della pittura. Della valentia del ritrattista abbiamo qui un altro saggio nel ritratto, somigliantissimo, del cav. Grigolon.”
Sugli anni successivi non abbiamo molte notizie biografiche. Sappiamo che coltiva studi sulla genealogia di famiglie nobili ed è membro onorario dell’Istituto Araldico Italiano. Nel 1911 esce a Venezia la sua Monografia storica della famiglia Branca; nel 1926 si annuncia un lavoro sulla provenienza bolognese, e non veneziana, dei Mussolini, che non abbiamo rintracciato nel sistema bibliotecario nazionale (forse mai dato alle stampe); nel 1930 pubblica il sopra ricordato Due tombe Nassau in Padova.
Nel 1931 il comune di Udine gli commissiona un ritratto dell’uomo d’armi e ingegnere militare Gerolamo Savorgnan, strenuo difensore della rocca d’Osoppo contro gli Imperiali, i cui lineamenti del viso, prognatismo compreso, paiono filologicamente tratti da una medaglia in bronzo che lo celebra nel 1514. Il ritratto
viene collocato nelle sale della Loggia del Lionello ed oggi fa parte delle collezioni del Museo di Arte Moderna e Contemporanea del capoluogo friulano(4).
Il 5 aprile 1935 Di Prampero è iscritto all’anagrafe di quella città, proveniente da Venezia, e il primo giugno, ormai vedovo, si risposa con Maria Fabretti. Trova il tempo di scrivere una commedia teatrale dal titolo Gianni Strozzi e viene a mancare a Udine l’8 ottobre 1937.
Dell’artista segnaliamo ancora il restauro delle carte geografiche del Caffè Pedrocchi a Padova, avvenuto presumibilmente nel 1912, e la presenza nei Civici Musei di Storia e Arte di Trieste di due piccole tempere su carta in monocromo rappresentanti il Giorno e la Notte, donate da Luigi Vinazza nell’ottobre 1934.
Un’ultima nota, decisamente stonata, va scritta sul ritratto maschile di cui alla figura 2. Rinvenuto in vendita nel marzo 2011 al mercato d’antiquariato di Prato della Valle, il dipinto presentava la firma “Cecilio” e la data “09”. Qualche tempo dopo era presso lo stesso commerciante – veneziano con deposito e laboratorio a Mirano – ridotto di dimensioni con l’eliminazione di firma e data e la comparsa di una nuova paternità: Catena o Carena, non ricordo bene. Feci presente al venditore il danno provocato al dipinto, poi segnalai quel comportamento truffaldino a due agenti di Polizia Locale di passaggio nella piazza. Non ne seppi più nulla...
1) C. Di Prampero, Due tombe Nassau in Padova, Venezia 1930.
2) P. Franceschetti (a cura di), Dal taccuino d’un padovano. Note di cronaca (1850-1900), Tricase 2014, p. 157.
3) Sull’origine e sulle vicende dell’affresco vedi G.B. Corgnali, La Confraternita Udinese di S. Girolamo degli Schiavoni, “Archivio Veneto”, anno LXXII, V Serie n. 59-62, Venezia 1942, pp. 112-120.
4) “La Panarie: rivista friulana d’arte e di cultura”, 1931, p. 67; L. Bortolatto (a cura di), La realtà dell’immaginario, Treviso 1987, p. 121.