La decorazione del ristorante Storione, realizzata negli anni 1904-05 da Cesare Laurenti e collaboratori e ritenuta il maggior capolavoro dell'Arte Nuova nel Veneto, subì un danno irreparabile a causa della demolizione dell'edificio (1962). Il salone, come è noto, mostrava undici danzatrici seminude volteggianti sotto una pergola con melograni, dipinte a tempera su un bassorilievo di stucco, mentre l'adiacente cortiletto coperto celebrava il pesce da cui prendeva nome il locale con alcune iscrizioni in lingua latina e con un grande dipinto (figg. 1-4). Ora, grazie al rinvenimento tra le carte del fondo Laurenti1, depositato a Porto Marghera presso l'Archivio Storico delle Arti Contemporanee, di comunicazioni postali giunte all'artista da Padova, è possibile ripercorrere gli avvenimenti che influirono sulle decisioni del pittore ferrarese, da tempo residente a Venezia, e dell'amministrazione comunale.
E' in data 19 ottobre 1903 che Alessandro Peretti, ingegnere capo dell'ufficio tecnico municipale, prende per la prima volta contatto con l'artista: “Il Sig. Sindaco ing.re Moschini mi incarica di scriverle e nutro fiducia che Ella perciò avrà la cortesia di leggermi fino alla fine. Ed ora a titolo di proemio e perché non mi accusi di «lesa arte» se nella presente farà capolino la questione economica debbo dirLe, che noi ingegneri in generale e quelli municipali specialmente siamo come coloro ai quali piace il vino generoso, ma per i loro scarsi mezzi devono accontentarsi di quello annacquato. Così a noi piace o può piacere l'arte ma dobbiamo molto spesso mettervi tanta acqua che non è neanche più vino ma acqua sporca. Ciò premesso ecco di che si tratta. Qui a Padova si sta costruendo un fabbricato del quale una parte (è il Comune che fabbrica) sarebbe destinata a ristoratore. Nulla di grandioso anzi forse men che modesto, ma tuttavia vi è una sala larga circa metri nove e lunga venti che sarebbe desiderio mio e del Sig. Sindaco riuscisse qualche cosa di geniale, di elegante e di nuovo. La forma dei fori che in questa sala si aprono e le loro dimensioni nonché altre sue particolarità mi hanno fatto pensare ad una decorazione semplicissima con un largo fregio in ceramica come la sua sala del ritratto alla esposizione di Venezia. Non penso ad una cosa così ricca, ma forse in più modeste forme credo che sarebbe adattissima anche perché sarebbe evitato il bisogno di frequenti restauri i quali guasterebbero qualunque altro genere di decorazione. Questa idea ha generato l'altra di rivolgerci a Lei perché ci aiuti. Io non posso darle un sicuro affidamento (e non lo potrebbe nemmeno il Sig. Sindaco), ma è certo che se Ella fosse così cortese di fare un progettino indicando almeno approssimativamente la spesa, Ella può ben credere che, almeno se la spesa non fosse eccessivamente alta, la sua proposta sarebbe certamente bene accolta. Troppo affida il suo nome per dubitarne. Se Ella volesse entrare in quest'ordine di idee io potrei mandarle i disegni della sala, ma meglio sarebbe che Ella potesse fare qui una scappata”2. Qualche giorno dopo, inviando all'artista la pianta della sala, l'ingegnere ricorda che essa è destinata al “noto ristoratore all'insegna dello Storione” e suggerisce tale “concetto pel fregio”3.
La decorazione di Cesare Laurenti citata nella lettera, composta da piastrelle di ceramica policroma rappresentante diversi artisti della tradizione italiana, è in quel momento ancora visibile a Venezia presso l'Esposizione Internazionale d'Arte, nella quale per la prima volta accanto all'arte pura viene presentata quella applicata4. La svolta lagunare segue la strada tracciata l'anno prima dalla grandiosa rassegna di Torino, organizzata per “riscattare la tradizione italiana rispetto all'invadenza di modelli stranieri”5, e sottolinea il ruolo rilevante che l'arte decorativa assume nella percezione della modernità. Al “nuovo” è interessato pure Alessandro Peretti, il quale dirige a Padova i lavori di completamento del palazzo del Gallo. L'edificio è ormai a buon punto: terminata l'ala su piazza delle Erbe, si sta iniziando l'ultima porzione in via S. Canziano. L'ingegnere, nella lettera inviata all'artista, esprime il desiderio di vedere decorata in modo semplice, poco costoso e con dedica specifica allo storione la sala principale del ristorante, posta all'interno del fabbricato, utilizzando la ceramica perché facilmente conservabile6.
A fine anno (1903) Vittorio Moschini scrive direttamente a Laurenti, superando la mediazione dell'ingegnere capo: “Egregio Professore, Le sarei grato se volesse con qualche sollecitudine espormi a Padova le Sue idee … Sono pressato per incaricare altri della decorazione, naturalmente con preferenza a concittadini, ma prima vorrei conoscere le Sue idee”7.
L'incontro avviene qualche giorno più tardi, dopodiché il progetto viene presentato dal sindaco alla giunta. Quest'ultima, tuttavia, “considerata l'entità della spesa per una decorazione speciale e la convenienza di fare cosa che possa al caso più facilmente consentire future modificazioni, delibera che si provveda ad una decorazione semplice a fascie ricorrenti, con lieve spesa”8. Dispiaciuto, Moschini riferisce al pittore che è stato deciso anche di “iniziare le opportune trattative per assicurarsi che i nuovi locali ad uso ristoratore sieno convenientemente affittati”, però egli non sa dire “se in seguito alle trattative stesse la Giunta vorrà modificare i suoi propositi”9. Per superare l'offerta del conduttore dello Storione, Giovanni Zorzi, e ricavarne un reddito maggiore, viene stabilito dall'amministrazione comuale di affittare i locali mediante asta pubblica10.
Laurenti invia due lettere al sindaco, ma non ottiene risposta. Moschini, nel frattempo, sperava che l'esito positivo di una nuova locazione aiutasse a superare le difficoltà inerenti al costo dell'opera. Solamente ai primi di marzo 1904, protraendosi la situazione di stallo, decide di rispondere e suggerisce: “Non crederebbe Lei possibile una decorazione molto più economica, e pure di buon e artistico effetto, dei due maggiori locali del Ristoratore? Le linee di essi sono veramente grandiose e parmi che un artista, un vero artista, dovrebbe saper trarne partito anche con una spesa molto, ma molto minore di quella accennata. Per esempio, i fregi, invece che a maiolica, potrebbero esser fatti a semplice pittura e tutt'al più con qualche rilievo a stucco – o bianco o colorato. Del pari il soffitto, che per la stessa sua costruzione non si presta ad essere solcato da linee troppo rilevate. D'altronde, abbandonate le trattative col conduttore attuale dello Storione, le decorazioni non dovrebbero più appoggiarsi sul motivo dello Storione, ma avere un carattere più generico di decorazioni per un ristoratore. Per esempio del genere di quelle che adornano le sale del Restaurant du Trocadero a Parigi delle quali vidi una riproduzione sull'ultimo numero della annata 1903 della bella rivista Art et décoration. Io scrivo queste cose a Lei, artista squisito e gentiluomo perfetto, per chiederne il consiglio, per averne qualche utile suggerimento. Non oserei certo chiederle ancora una offerta dopo il poco incoraggiante esito della prima. Ed attendo un Suo riscontro ... Coi saluti di mia Moglie gradisca una mia buona stretta di mano.”11.
L'articolo del periodico illustrato12, a firma dello scrittore e critico d'arte francese Gabriel Mourey (1865-1943), tratta di bassorilievi dipinti, elenca le tipologie più diffuse (gesso, stucco, intonaco) e descrive alcune procedure esecutive. L'autore fa notare che questa tecnica decorativa è molto apprezzata in Inghilterra, dove lo spirito moderno viene ravvivato dalle tradizioni popolari, ed è usata regolarmente da pittori molti noti, come Walter Crane (1845-1915)13; in Francia, viceversa, essa non è conosciuta dai maggiori artisti e taluni la disprezzano pure, perchè troppo sfruttata all'interno di caffè, di foyer di teatri e persino di salumerie. A Londra, non a Parigi come erroneamente riporta Moschini, nell'ingresso del Restaurant du Trocadéro, il pittore Gerald Moira (1867-1959) e lo scultore Frank Lynn Jenkins (1870-1929) hanno realizzato nel 1896 i pannelli decorativi che sono riprodotti in bianco e nero nell'articolo (figg. 5-8)14. Le opere sono modellate con gesso reso più duro grazie a un trattamento messo a punto dagli autori; tinte con colori in polvere diluiti in un liquido che ne permette l'assorbimento in profondità; dorate o argentate due volte, utilizzando alluminio perché non sbiadisce; rifinite con pittura a olio; infine protette dagli agenti atmosferici per mezzo di una vernice a base di alcool. I soggetti del fregio, posto sopra i ricchi rivestimenti delle pareti, sono tratti dal ciclo di poemi narrativi Idylls of the King, scritti dall'inglese Alfred Tennyson (1809-1892) e ispirati ai racconti arturiani di Thomas Malory (1405/16-1471)15.
Laurenti legge il lavoro di Mourey. Non sappiamo quanto gli siano stati utili i suggerimenti tecnici ivi contenuti, dal momento che lo conosciamo artista completo, padrone delle diverse tecniche e sempre alla ricerca di nuove possibilità espressive. Egli, pittore ormai affermato, accoglie comunque l'invito a utilizzare la tecnica del bassorilievo dipinto e a rinunciare al più dispendioso modellato ceramico. La fonte da cui trae ispirazione risale in parte alla tradizione artistica italiana, specialmente al Rinascimento lombardo (si vedano il pergolato leonardesco adottato per il soffitto della sala16 e la decorazione dell'adiacente cortile coperto, rinominato Tempietto e dedicato allo storione, figlio di certo del progetto precedente); in parte – è il caso delle figure femminili - proviene dalle sue ricerche più recenti, nelle quali alla rappresentazione del dolore egli sostituisce quella di una bellezza consolatrice.
Il 14 aprile Cesare Laurenti invia la nuova proposta. In seguito la giunta, “visto che nel progetto esecutivo è stanziata la somma di lire 14000 per opere di decorazione; visto che appunto ora è necessario provvedere alla esecuzione di dette opere, fra le quali quella del grande salone terreno destinato a Ristoratore dev'essere artisticamente ideata ed eseguita così da dare a quell'ambiente un effetto geniale e da riuscire un'opera di lunga durata”, delibera “di provvedere direttamente a mezzo di artisti di fiducia … alla esecuzione delle opere di decorazione della sala grande … per un importo di lire 7000, affidando la sorveglianza alla cura particolare del Sindaco”17. Viene quindi rinnovato il contratto d'affitto dello Storione con Pura Scaini, moglie del gestore Giovanni Zorzi, in quel momento in difficoltà economiche. Il 10 maggio la giunta, con sorpresa apparente, “prende atto … che il sig. Sindaco ha incaricato della esecuzione del lavoro il pittore sig. Laurenti Cesare con obbligo di valersi per coadiutori di artisti locali”18. Il 12 maggio Vittorio Moschini comunica ufficialmente la notizia all'artista: “resta accolta la proposta avanzata con lettera 14 aprile e resta inteso che per il compenso fisso di lire 7000 (settemila) la S.V. procederà alla completa decorazione delle pareti coi fori esistenti e del soffitto della nuova sala ad uso ristoratore nel palazzo detto del Gallo”19. Il pittore è tuttavia ancora perplesso per l'assenza di un contratto formale di incarico e chiede chiarimenti, che giungono puntuali il 21 maggio 1904: le comunicazioni intercorse, viene precisato, “si integrano reciprocamente e quindi è stato ritenuto inutile lo stipulare speciale atto. Prego quindi la S.V. a voler iniziare quanto prima il lavoro”20. L'incarico per la decorazione del Tempietto, invece, verrà aggiunto solamente più tardi, quando l'opera nel salone sarà già cominciata.
1 Il fondo è ordinato in modo assai generico e attende uno spoglio sistematico. I documenti riguardanti lo Storione sono nel fascicolo 1 della busta 4 e altre informazioni si rinvengono nelle buste contenenti la corrispondenza ricevuta; non è stato possibile rintracciare, invece, le minute delle comunicazioni inviate dall'artista. L'Archivio Generale del Comune di Padova non possiede, almeno così sembra, documenti sull'attività decorativa.
2 ASAC, fondo Laurenti, busta 6, fasc. 9, lettera Peretti, 19 ottobre 1903. Sulle vicende costruttive dell'edificio vedi il mio Nota sul Palazzo del Gallo e sullo Storione, “Padova e il suo territorio”, 157, giugno 2012, XXVII, pp. 14-18.
3 ASAC, busta 6, fasc. 9, lettera Peretti, 28 ottobre 1903.
4 L'esposizione veneziana chiuderà l'11 novembre. Il fregio è ora nel castello di Mesola (FE).
5 N. Stringa, I grandi cicli decorativi 1903-1920, in “Venezia e la Biennale: I percorsi del gusto”, Catalogo della mostra a cura di F. Scotton, Venezia, Palazzo Ducale – Galleria d'Arte Moderna di Ca' Pesaro, Milano 1995, p. 129.
6 Nell'ottobre 1903 la soluzione ornamentale proposta da Francesco Marani, scultore decoratore padovano attivo a Vienna, consultato in precedenza, è quindi definitivamente accantonata.
7 ASAC, busta 6, fasc. 9, biglietto Moschini, 27 dicembre 1903.
8 Giunta Comunale, verbale 9 gennaio 1904.
9 ASAC, busta 6, fasc. 9, lettera Moschini, 19 gennaio 1904.
10 Giunta Comunale, verbale 21 gennaio 1904.
11 ASAC, busta 6, fasc. 9, lettera Moschini, 4 marzo 1904. Jole Biaggini (1863-1905), moglie di Vittorio Moschini, fu una donna colta ed elegante, animatrice di salotti e dedita a opere di beneficenza; ispirò lo scrittore Antonio Fogazzaro e fu ritratta (1901) dal pittore Vittorio Matteo Corcos. Cesare Laurenti ne modellò un ricordo dopo la morte. Così la lettera di ringraziamento di Moschini: “Caro Professore, rinnovo i ringraziamenti più sentiti per il bronzo col quale ha voluto onorare la memoria della mia Yole nel sesto anniversario della sua dipartita dolorosissima. Vi aggiungo oggi l'espressione della mia riconoscenza per la Sua lettera cortesissima ed i miei saluti più cordiali” (Stra 22 ottobre 1911, busta 6, fasc. 9).
12 G. Mourey, Bas-Reliefs peints, supplement à “Art et décoration”, Paris décembre 1903, pp. 392-398.
13 Collaboratore di William Morris (1834-1896) nell'ambito dell'Arts and Crafts Movement.
14 I pannelli decorativi erano già apparsi in The Art Movement: Novelty in Decoration at the Trocadero by G. E. Moira and F. Lynn Jenkins, “The Magazine of Art”, 20, nov 1896. to april 1897, pp. 92-97.
15 H. Watkins, The Art of Gerald Moira, London 1922, p. 13.
16 Laurenti confermerà a Gino Damerini di avere tratto ispirazione per il suo pergolato dalla sala delle “Asse” del castello di Milano, dipinta da Leonardo da Vinci e restituita in quegli anni (1902) all'ammirazione del pubblico (Una nuova opera decorativa di Cesare Laurenti a Padova, “Il Giornale di Venezia”, 27 gennaio 1905).
17 Atti GCP, 29 aprile 1904: delibera che annulla e sostituisce quella del giorno 19 perché contenente “qualche errore nella stesa del verbale”.
18 Atti GCP, 10 maggio 1904.
19 ASAC, busta 6, fasc. 9, lettera intestata Comune di Padova, 12 maggio 1904.
20 ASAC, busta 6, fasc. 9, lettera intestata Comune di Padova a firma Antonio Faccanoni, 21 maggio 1904.
Come altri locali padovani, anche il ristorante-birreria allo Storione appare sui quotidiani di fine Ottocento in occasione di particolari eventi accaduti al suo interno: banchetti di studenti freschi di licenza o di neolaureati che per ricordo si fanno riprendere in un “gruppo fotografico”; ritrovi conviviali di associazioni cittadine; pranzi offerti ai relatori da enti che organizzano conferenze didatticoculturali. La cronaca degli avvenimenti di maggiore importanza curiosamente contiene l’intero menù, comprensivo di bevande. Ciò che differenzia lo Storione dagli altri locali è lo splendido servizio fornito dal conduttore Giovanni Zorzi, detto Nanei, che lo pone al vertice delle preferenze e delle simpatie dei padovani. Quando nel dicembre 1901 riprendono i lavori di sistemazione edilizia dell’Isola del Gallo - lavori che coinvolgono il vicolo Storione e il ristorante -, la stampa inizia a informare i cittadini sui trasferimenti di sede che la gestione, a causa delle incalzanti demolizioni, è costretta a compiere per tenere l’esercizio “costantemente aperto”, come si legge nella quarta pagina dei quotidiani riservata agli annunci pubblicitari.
Tra gli avvenimenti che catturano maggiormente l’attenzione dei padovani in quegli anni vi è il sontuosissimo pranzo che Giovanni Zorzi offre in forma privata alle autorità cittadine e alla stampa per festeggiare quarant’anni di lavoro(1). L’evento viene celebrato il 9 maggio 1903 in un locale al piano superiore che farà parte dello Storione definitivo con il nome di saletta “Settecento”. L’ambiente è decorato in stile Luigi XV, con sedie in stoffa antica intagliate da Scanferla, panneggiamenti di “bizantino verde pallido” realizzati dal tappezziere Chichisiola, tavoli coperti da tovaglie di fiandra e da pizzi finissimi, con al centro piccole figurine di Sèvres, provenienti da un’industria di Battaglia, mentre sulle piccole tavole da dessert luccicano “auree posate”. Il soffitto è opera del pittore Maschio. Nel trionfo di luce e nella ricchezza di addobbi viene offerto agli ospiti lo stesso menù, bevande comprese, servito poco tempo prima a re Edoardo durante la visita al presidente della repubblica francese Émile Loubet(2). Una settimana dopo il ristorante, completato l’ennesimo trasferimento, apre questi locali anche ai clienti.
Nel maggio 1904, eretta l'ultima porzione dell'edificio, trapela la notizia relativa all’affidamento a Cesare Laurenti dei lavori di decorazione del salone principale. I quotidiani cittadini dei diversi orientamenti politici criticano compatti l’incarico a un pittore non padovano e protestano “in nome degli artisti del luogo perché senza chiedere loro prova qualsiasi” si vedono “banditi da un lavoro che li allettava; dato a licitazione privata in luogo di pubblico concorso”(3). Si fa notare che non sono stati “interpellati al riguardo” nemmeno “i maggiori artisti - come ad esempio il cav. Pajetta”(4). In verità, all’inizio del 1903, l’amministrazione comunale aveva pensato allo scultore decoratore Francesco Marani, padovano stabilitosi a Vienna da molti anni, il quale aveva ottenuto sui quotidiani di Colonia e di Berlino giudizi assai positivi per i lavori di abbellimento della cappella e delle sale principali del castello Dyck nel Nord Reno-Westfalia(5). Egli venne contattato dall’ingegnere capo municipale Alessandro Peretti su incarico del sindaco Vittorio Moschini. Tuttavia il progetto di Marani non andò in porto(6). L’artista, che si era reso disponibile a lavorare anche gratuitamente pur di farsi conoscere dai suoi concittadini e superare così le difficoltà economiche sollevate dalla Giunta, non convinse il sindaco, nemmeno quando, tornato appositamente da Vienna per avere una risposta, si recò a trovarlo nella villa di Stra. Nell’aprile 1904 i disegni presentati gli vennero restituiti tramite lettera(7). E’ presumibile che il primo cittadino avesse già deciso di affidare l’opera a Cesare Laurenti, dal momento che quest’ultimo accetta l’impresa decorativa appena un mese dopo, vale a dire il 21 maggio(8).
Ad agosto il pittore di origine ferrarese, ma veneziano d’adozione, chiama dodici collaboratori(9), tra cui Alessandro Milesi, che giunge a Padova, dove inizialmente rimane “per circa due settimane”(10). Al ristorante, terminato a eccezione del salone(11), sono annesse quarantadue camere d’albergo; l’ingresso si trova dalla parte del Municipio. Nanei può contare su una sala al piano terra e sulle camerette superiori. Mentre si attende l’inaugurazione definitiva cominciano a filtrare le prime indiscrezioni giornalistiche sull’attività decorativa in corso.
L’8 dicembre, “non senza un piccolo sotterfugio”, un primo inviato sale sulle impalcature del “carissimo e simpaticissimo” Laurenti e ne ricava un’ottima impressione(12). A fine anno Arnaldo Fraccaroli scrive: “Da sette mesi il geniale artista veneziano lavora a questa grande opera principesca in cui ha esplicato magnificenza d’arte, e da cinque mesi con lui lavorano dodici artefici, sotto la sua guida rigorosa”. Gli affreschi del soffitto sono completati. Sotto “si adagerà una svelta decorazione in ceramica, una fascia alta quarantatrè centimetri, in terra cotta e vetriata, sul tipo di quella con cui il Laurenti ha pure ornato la sala del ritratto nella Esposizione di Venezia”(13). Non sono ancora compiuti i festoni che scenderanno da ogni tronco recando “un disco sul quale si ripeterà una allegoria dello storione” e neppure le pareti. “Vicino alla grande sala c’è un cortile, coperto a vetrata, che va decorato in uno stile che ha del lombardesco, e per il quale il bravo concittadino pittore Rizzo sta apprestando una decorazione a marmo che è uno splendore di evidenza”. Qui “in un gran quadro di parete egli [Laurenti] celebra la caccia allo storione” con dedica “a Galonio, primo imbanditore di storioni alla mensa romana. Galonio fu allora vituperato da Orazio, ora Cesare Laurenti... lo riabilita!”. Il pittore, con eccessivo ottimismo, riferisce a Fraccaroli di avere ancora dieci giorni di lavoro(14).
Il 15 gennaio 1905 Victor riporta: “Sull’alto delle pareti più lunghe e al di sopra di una leggiadra cornice a rilievo quattrocentesco si rincorrono verzeggiando fra un albero e l’altro di melagrano, dieci figure di donna più grandi del naturale” e nella parete di fondo la regina della festa “dirige la danza delle figure”. La tecnica utilizzata è quella dello “stucco policromato a tempera, come usavano gli antichi”. Nel cortiletto “il gioco di luce fatta piovere dall’alto attraverso i vetri di diverso colore rende il luogo più gustoso all’occhio”. Tra i collaboratori Victor cita Milesi, Rizzo, di cui ricorda “la valentia come decoratore”, Tagliaferri, Soranzo, Vivante “che nella sua fabbrica di Murano eseguì egregiamente, e sotto gli auspici del Laurenti, tutte le ceramiche occorrenti per l’opera dello <Storione>”(15).
Il 27 gennaio esce l’articolo di Gino Damerini sul “Giornale di Venezia” dove si legge: “Laurenti ha raggiunto l’intento che più gli premeva, quello di infondere a chi ne sia come circondato la suggestione del piacere, e la convinzione di una serenità di spirito tranquilla ed invincibile”(16).
Da ultimo, l’11 febbraio Andrea Moschetti, direttore del Museo Civico, annota soddisfatto ed emozionato che il pittore sta dando “l’ultima mano all’opera sua”, la quale “ricorda in fondo, benché assai di lontano e quasi embrionalmente, la decorazione della cosiddetta Sala delle Asse nel Castello di Milano attribuita a Leonardo o lo sfondo del Banchetto di Psiche dipinto a Mantova, sotto gli occhi del maestro, dagli allievi di Giulio Romano nel Palazzo del Te”. Lo studioso mette in evidenza la “cornice di maiolica di forte aggetto e di nobile curva, che forma come il coronamento della muraglia, sopra la quale il giardino si schiude”(17).
In maggio numerosi artisti veneti visitano in forma privata il ristorante per ammirarne la decorazione. I quotidiani con la consueta ironia battezzano l’incontro “Baccalà artistico”(18).
La tanto attesa inaugurazione ha luogo sabato 3 giugno 1905. Laurenti siede semi nascosto in un tavolino attiguo a quello della stampa insieme a Vittorio Rizzo, “suo collaboratore intelligente e preferito”, tuttavia i continui applausi lo fanno temporaneamente scappare. Elogi unanimi sono diretti anche ai collaboratori assenti che vengono ricordati “con espressioni lusinghierissime”. A molti piace il cortile coperto che i giornalisti chiamano “il Tempietto”. All’artista di origine ferrarese giunge un commovente telegramma che pone fine alle vecchie polemiche: “Mentre patrimonio artistico della città si arricchisce di nuova magnifica opera, Circolo Filarmonico Artistico inneggia autore riconquistante diritto cittadinanza Padovana”(19). La risposta di Laurenti al Segretario del Circolo parte da Venezia il giorno seguente: “Già, iersera, Le espressi, a voce, tutta l’intima profonda commozione procuratami dall’affettuosissimo dispaccio che codesto eletto Sodalizio Filarmonico Artistico mi inviò! Ora, per iscritto, e con breve parola Le riaffermo nuovamente i sensi della mia più viva e sincera gratitudine per la lusinghiera ed onorifica dimostrazione di fraternità onde volle onorarmi il Circolo Filarmonico Artistico. Per quanto, però, io senta la sproporzione fra questa alta manifestazione ed il valore reale dell’opera mia, testé compiuta qui a Padova, pure tale manifestazione è tanto vibrante di fraterno affetto ch’io non posso che aggradirla e considerarla come un premio che mi viene da chi ha l’animo fatto di bontà e disposto a compatimento. Ed è, precisamente, per la sproporzione succitata, che io custodirò gelosamente nell’animo mio, come uno dei ricordi più cari ed intimi della mia vita, la manifestazione fraterna di Codesto Spettabilissimo Circolo Filarmonico Artistico, superbo che il grande amore ch’io profusi nell’opera mia dello Storione non sia sfuggito a chi conosce le gravi difficoltà dell’Arte. Con la più alta considerazione e con affetto. Dev. e gratiss. Cesare Laurenti pittore”(20).
Lunedì 5 giugno nel Tempietto si svolge una cena in onore dell’artista. Vicino a lui siedono il senatore Gino Cittadella Vigodarzere, il professor Vincenzo Crescini, Andrea Moschetti, i pittori Sandro Milesi e Angelo Dall’Oca Bianca, amici, ammiratori e cooperatori. Cittadella loda l’ex sindaco Vittorio Moschini che aveva chiamato in città Laurenti, “una individualità nell’arte; come una individualità è il Milesi”. Vengono lette alcune missive, tra cui quelle del collaboratore Tagliaferri e dello stesso Moschini, che rivendica a sé il merito di aver dotato “Padova di un gioiello d’arte moderna”. Quest’ultimo scrive: “Calcolerò come la più gradita compiacenza, il più caro compenso della mia iniziativa, il riconoscimento dei miei concittadini che anche nell’affidare all’illustre pittore veneziano la decorazione di locali municipali destinati ad uso pubblico fui guidato da grande amore per la nostra Padova e dall’orgoglio di vederla primeggiare anche in moderne manifestazioni artistiche a gloria sua ed istruzione dei numerosi decoratori che vi abitano e che vorrei non vedessero nella sua iniziativa se non il desiderio di aprire alle loro intelligenze nuovi orizzonti d’arte e di tecnica”. Dopo la lettura, Laurenti si alza per ringraziare: “Come so e come posso. Non vi narrerò tutte le lotte di questi dodici mesi, come non vi dirò delle fatiche fatte per condurre a compimento quest’opera; vi dirò solo che ritornerei indietro pure di provare soddisfazioni eguali a quella che io provo stasera...” e commosso s’interrompe. Il presidente del Circolo artistico, ingegnere Giusto Galluzzi, propone allora un brindisi all’artista e in seguito Moschetti rievoca le feste dei padovani al fiorentino Giotto. Infine Laurenti sente il bisogno di ringraziare anche i suoi collaboratori(21). Lo Storione è dunque definitivamente avviato nei nuovi locali. Come detto, il pittore ferrarese accetta l’incarico della decorazione il 21 maggio 1904 e lavora fino al maggio successivo. Un’iscrizione nella sala reca a futura memoria la data “MDCCCCV”. Dallo spoglio dei quotidiani si apprende che i collaboratori sono “dodici”: Vittorio Rizzo, Alessandro Milesi, Augusto Tagliaferri, Giuseppe Cherubini, Antonio Soranzo, Luigi Monte, Giuseppe Prandato, Pietro Tosoni, Erminio Dorio, Rodolfo Boni, Luigi Cosma e Giacomo Vivante, mentre non compaiono i nomi di alcuni altri artisti che vengono solitamente associati nell’impresa a Laurenti, come Silvio Travaglia, Saturno Mazzucato e Amedeo [ma Carlo] Bianchi. Nei giornali sono citate anche le ditte padovane Corradini (stoffe), Bottacin (illuminazione), Manzoni (specchi e lastre in vetro), Barone (chiusure in ferro), Campello e Scanferla (mobili artistici) e quella Callegaris di Udine (lavori in ferro battuto).
Sappiamo che altri collaboratori prestano la loro opera nel 1906, quando la decorazione viene protetta da una vernice speciale, come testimoniano la data e la firma di Laurenti apposte sulle pitture, e successivamente negli anni venti. In tale occasione l’artista compie il restauro del ciclo, già deteriorato, e copre la vecchia data con la scritta “MCMVI-MCMXXIX”.
Già all’indomani dell’inaugurazione del salone un profetico critico dell’ “Arena” di Verona si preoccupava delle conseguenze che il tempo, il gas e il fumo potevano provocare sugli affreschi della volta, analogamente al caffè vicino dove le “tinture dei capelli dei buoni Pedrocchini hanno finito per intorbidare l’Oceano Atlantico e quello Equatoriale”(22). A fine agosto 1905, infatti, Laurenti é nuovamente a Padova per prendere visione delle lampade elettriche che devono sostituire gli esistenti lampadari a gas da lui stesso disegnati, dato che l’illuminazione sta causando danni seri alle pitture. In verità l’artista avrebbe preferito sin dall’inizio la luce elettrica, tuttavia dovette adattarsi a quanto l’amministrazione comunale poteva offrire. Il sindaco Giacomo Levi Civita era stato comunque da lui rassicurato circa il fatto che eventuali problemi si sarebbero potuti risolvere con l’impiego di una vernice speciale. La questione viene superata il 21 marzo 1906 tramite un accordo che impegna Laurenti a verniciare le pitture dietro pagamento di L. 300. La protezione è realizzata nell’autunno seguente. L’accordo va incontro anche alle ulteriori richieste economiche avanzate dall’artista. L’incarico gli era stato affidato due anni prima per una cifra pari a L. 7.000, cui si erano aggiunte L. 3.000 per la decorazione del tempietto. A opera compiuta Laurenti, che “aveva seguita intera la sua splendida ispirazione, anziché rimaner nei limiti finanziari di un contratto”, faceva avere alla Giunta dal suo avvocato Giovanni Padoa un memoriale con cui dimostrava che le sole spese erano arrivate a L. 27.000. Il Consiglio Comunale decide di accordare al pittore un’ulteriore somma di L. 5.000 come “attestato della soddisfazione della Rappresentanza del comune per i pregi dell’opera” e … “per totale quietanza”(23).
L’anno 1907 segna il cambio della gestione da Giovanni Zorzi, che non era riuscito a risolvere i problemi economici, alla neo costituita “Società anonima per l’esercizio dell’Albergo e Trattoria Storione” con presidente il conte Attilio Sbrojavacca. Nanei svolge ancora per alcuni mesi la propria attività nel locale, finché una battuta pronunciata da uno dei nuovi soci che pranza nel ristorante lo convince a trasferirsi alla Trattoria Stoppato presso ponte Altinate(24). Con il cambio della gestione anche il fabbricato si adatta al nuovo. Nel maggio la società aggiunge agli esistenti ingressi di via del Municipio e di via San Canziano quello da Piazza delle Erbe, rilevando un vecchio negozio, dove apre anche il servizio di birreria. Nella sala Laurenti si toglie il “banco” per ricavare lo spazio utile a una piccola orchestra, quella veneziana del “maestro Gianni”, mentre l’albergo raddoppia il numero delle camere(25).
Nei decenni successivi il ristorante, cui viene aggiunto l’ingresso da via 8 Febbraio, continua a mantenere intatto il prestigio acquisito, nonostante i cambi di gestione e le difficoltà nel far quadrare i conti. Come ricordato, nel 1929, conduttore Giulio Cecchinato, l’anziano Laurenti esegue il restauro delle pitture assai rovinate, modificando in parte i colori originali.
Sappiamo che lo straordinario ciclo decorativo, durante la ristrutturazione del palazzo effettuata nel 1962 dall’architetto Gio Ponti su incarico della Banca Antoniana, è andato quasi del tutto perduto nelle operazioni di stacco che dovevano permetterne la conservazione. Restano oggi solo alcuni lacerti che, a causa della loro incompletezza, non consentono di provare quella commozione che coglieva chi entrava nel locale. Più suggestive sono le testimonianze fotografiche, tra cui si ricordano le prime impressioni delle danzatrici stampate in formato cartolina postale dall’editore Rietti per conto di Giovanni Zorzi all’indomani dell’inaugurazione(26). Un’altra immagine dello Storione che ha circolato diffusamente è quella dell’editore Paolo Minotti raffigurante il salone apparecchiato con il gestore Nanei a destra e i suoi collaboratori sull’altro lato. Al 1909 risale la fortunata serie di cartoline a colori realizzade Alfieri & Lacroix per la Società Anonima dello Storione, immagini in seguito pubblicate nella rivista “Modelli d’arte decorativa” per gli editori Preiss & Bestetti di Milano(27).
1 G. Zorzi, Quarant’anni di lavoro. Ricordi, Padova sd (1904); “Il Veneto”, 6 maggio 1903 e 7 febbraio 1904.
2 “La Provincia di Padova”, 9-10 maggio 1903; “Il Veneto”, “L’Adriatico”, “La Libertà” e “Il Gazzettino”, 10 maggio 1903; “La Provincia di Padova”, 10-11 maggio 1903; “La Gazzetta di Venezia”, 11 maggio 1903.
3 “La libertà”, 15 gennaio 1905.
4 Pietro Pajetta (Vittorio Veneto 1949 - Padova 1911) il 7 febbraio 1894 si trasferisce con la famiglia da Vittorio Veneto nella città euganea, dove rimane fino alla morte, ed è pertanto considerato un padovano.
5 “Il Veneto”, 26 dicembre 1898. Marani, nato a Padova il 21 marzo 1853 da Domenico e Maddalena Martini, intagliatore, si trasferisce a Vienna nel 1878. Si sposa in seguito con Giovanna Schumann, che il 26 giugno 1890 gli dà un figlio che porta il suo stesso nome (notizie dall’Ufficio anagrafe del Comune di Padova e dall’ASPd).
6 “La Provincia di Padova”, 16-17 e 21-22 giugno 1904; V. Baradel, Padova, in La pittura nel Veneto. Il Novecento, vol.1, Milano 2006, p. 125 e p. 161. Il progetto Marani - riporta il quotidiano - piace a Daniele Donghi (1861-1938), già ingegnere capo del Comune di Padova.
7 In settembre l’avv. Giuseppe Cassaro per conto del pittore chiede al Comune un compenso per i progetti presentati.
8 Registro Protocollo C.P., 21 maggio 1904 n. 6759.
9 “La Provincia di Padova”, 31 dicembre 1904-1 gennaio 1905; “Il Veneto”, 2 agosto 1905.
10 “Il Veneto”, 19 agosto 1904. Un accenno a questa collaborazione si trova in A. Laurenti (a cura di), Cesare Laurenti, scritti d’arte (1890-1936), Ferrara 1990, p. 19, e in AA.VV., Mario Cavaglieri. Gli anni brillanti (1912-1922), Mazzotta 1993, p. 83, che riporta l’articolo de “La Provincia di Padova”, 4-5 giugno 1905.
11 Mentre dirige i lavori di decorazione, Laurenti riceve la notizia del conseguimento della medaglia d’oro alla Mostra di Saint Louis. “Il Veneto”, 10 settembre 1904, e “La libertà”, 11 ottobre 1904.
12 “Il Veneto”, 9 e 18 dicembre 1904.
13 Alla Mostra delle Industrie femminili, svoltasi nel giugno 1905 presso la Loggia Amulea, viene esposto un fregio ricamato “su disegno del Laurenti” dalle lavoratrici di una fabbrica di panneggi che sta sorgendo a Stra, patrocinata da Jole Biaggini, moglie dell’ex sindaco di Padova Vittorio Moschini; forniscono i disegni anche gli artisti Monterumici, Paggiaro e Gioia. “La Provincia di Padova” 13-14 giugno 1905; “La libertà”, 13 giugno 1905.
14 “La Provincia di Padova”, 31 dicembre 190 -1 gennaio 1905. Come è noto, Arnaldo Fraccaroli (Verona, Villa Bartolonea 1882-Milano 1956) si firma sovente come Frustino. Da nostre ricerche è emerso anche l’utilizzo dello pseudonimo Floriana.
15 “La Libertà”, 15 gennaio 1905. Da un articolo che abbiamo rinvenuto ne “Il Veneto”, 25 novembre 1908 si evince che Victor è lo pseudonimo con cui si firma il critico e pubblicista Vittorio Schiesari Civolani (Rovigo, Polesella 1869 - Padova 1909).
16 Riportato ne “Il Veneto”, 27 gennaio 1905; G. Aliprandi, Il Palazzo dello Storione, in “Padova e la sua provincia”, 1961, 11-12, p. 4.
17 “Il Veneto”, 11 febbraio 1905; G. Aliprandi, cit. p. 6.
18 “Il Veneto”, 13 maggio 1905. Prima di abbandonare la città i presenti inviano un telegramma al sindaco Giacomo Levi Civita con tutte le loro firme: Berti Giuseppe e Guglielmo, Bezzi, Bianco Pieretto, Bonuto Angelo, Bortoluzzi Angelo, Bottasso, Brass, Brugnoli, Caprile, Castegnaro, Ciardi Guglielmo e Beppe, Dal Bò, De Lotto, De Sanctis, Fragiacomo, Genovesi, Guggenheim, Laurenti, professor Lazzarini Vittorio, Levi, Lorenzetti, Marsili, Mazzetti, Moschetti, Nono, Nono Urbano, Paggiaro, Pasini, Rizzi Antonio, Rizzo Vittorio, Rosa, Sardi, Scattola, Selvatico Lino e Gigi, Silvestre, Soranzo Antonio, Tafuri, Tesorone, Tito, Vizzotto Alberto, Volpi, Zanetti Zilla e Miti.
19 “La Provincia di Padova”, 3-4 e 4-5 giugno 1905 (F. Pellegrini, Cesare Laurenti e l'affermazione del Liberty a Padova in Un patrimonio per la città. La collezione Antonveneta, Milano 2009, p. 35); “Il Veneto”, 3 e 4 giugno 1905 (G. Aliprandi, cit. p. 5); “La Libertà”, 3 e 5 giugno 1905.
20 “Il Veneto”, 8 giugno 1905.
21 “Il Veneto”, 6 giugno 1905.
22 “La Provincia di Padova”, 6-7 giugno 1905.
23 “Il Veneto”, 11 dicembre 1905 e 22 marzo 1906. Sulla base di documenti del fondo Laurenti conservati all’ASAC di Venezia risulta che il pittore ricevette dapprima L. 9.700 e in seguito per quietanza L. 5.300, vedi C. Beltrami (a cura di), Cesare Laurenti (1854-1936), Treviso 2010, p. 147.
24 “Il Veneto”, 8 marzo 1907. La società si costituisce il 28 febbraio 1907.
25 “Il Veneto”, 8 e 9 maggio 1907.
26 “La Provincia di Padova”, 13-14 giugno 1905.
27 “La Provincia di Padova”, 1-2 luglio 1909.
Da “La Provincia di Padova”, 31 dicembre 1904 – 1 gennaio 1905: “Le decorazioni dello Storione. Un'opera d'arte del Laurenti. Da cinque mesi, come in una serra per magico potere di calore si vanno aprendo alla vita i fiori più freddolosi, germoglia su per le pareti della maggiore sala dello Storione tutta una primaverile fioritura d'arte.
Io ho visto stamattina i lavori che si avviano al compimento, e ne ho riportato una impressione di delizia. Cesare Laurenti, il fervido artista che ha creato nella imaginosa fantasia tutta questa dolce letizia di donne e di fiori ricorrentesi in una magnifica festosità di colori, mi accompagnava con quella sua pacata serena gentilezza di artista soddisfatto dell'opera sua.
Subito, appena s'entra, viene a noi da quelle pitture che adornano la sala un senso di freschezza e di grazia. Nella dolce mitezza delle tinte dolcissime, nella suprema leggiadria dei bei corpi di femmina che si snodano in un tripudio di luminosità gioconda, lo spirito si riposa e si allieta. Ben questo è quanto doveva inspirare la decorazione di una sala i cui convenuti chiedono all'ora che passa un istante di gioia e di sereno riposo.
La sala è grandiosa, alta, vasta. Si allunga per venti metri, sopra una larghezza di nove, e per sette metri si inalzano le pareti. E la vastità dell'ambiente è stata coronata con una squisita espressione d'arte. Se l'anima delle cose d'arte – mi diceva il professore Laurenti – palpita talvolta della passione che vi ha infuso l'artista nel crearle, queste mie figure dovrebbero avere di questi palpiti, perchè di passione ne ho messo tanta.
E così avviene. Le figure di questa decorazione sono vibranti di vita, di freschezza, come animate da un perenne spirito di giovinezza.
Unidici figure di donne si seguono, in grandezza maggiore del naturale, lungo la parte superiore delle pareti, spaziando in uno sfondo di luce, chiuso per ognuna d'esse in un contorno di tronchi i cui rami si abbracciano nell'alto per proseguire all'infinito la loro teoria, e protendersi poi ad invadere tutto il soffitto, in una magnifica fioritura di melagrani che costituisce un pergolato ideale.
Vaporosi festoni leggeri si intrecciano attorno ai rami lungo le tre pareti e vanno ad accogliersi nelle mani di una bella figura di donna, assisa nella parete di fondo, come in trono.
E' la regina della festa primaverile e da lei parte il segno della danza, e intorno per le pareti si agita la carola leggiadra, in un soavissimo ritmo di colori.
E questa danza pare un sogno di bellezza. Ogni figura di femmina è un quadro. Come nei rami e nei fiori stilizzati che le inghirlandano è un trionfo di primavera, in esse è una fioritura di grazia. I bei corpi voluttuosi fremono sotto le larghe vestaglie vaporose che nel movimento della danza si agitano con deliziosa leggerezza di veli, e i bei corpi sembrano sussultare al ritmo di una musica che non si sente, e i bei visi sorridono, nel sereno sfavillare degli occhi, nel dolcissimo incresparsi delle labbra purpuree che si schiudono al riso come un melagrano che si rompe. Una meraviglia di linea, di colore, di vita.
E dal rilievo a stucco, sul quale il colore si adagia con vivace evidenza, le figure staccano realmente, come animandosi nella luce dello sfondo, così trasparente di luminosità che sembra alitare per un soffio di aria.
Tra queste figure leggiadrissime, due ve ne sono che noi vedemmo in altro quadro del Laurenti: Fioritura nova, apparso nella biennale di Venezia del 1897 e che il principe Giovannelli acquistò per inaugurare la Galleria d'arte moderna. Dai confini dei loculi entro i quali sorridono le danzatrici, salgono verso il soffitto fettucce dorate. E il soffitto è un trionfo di malagrani dalle larghe foglie profondamente verdi, dal bel frutto carnicino, stilizzato con agile snellezza. Il melagrano distende la sua rete di viluppi per il soffitto, il melagrano ridente, il simbolo così caro agli artisti e ai poeti, così caro a d'Annunzio.
Sotto a questa primavera di colore, che resuscita con festosità il lieto splendore fiorito nel meraviglioso periodo del rinascimento italico, si adagierà una svelta decorazione in ceramica, una fascia alta quarantatre centimetri, in terra cotta e vetriata, sul tipo di quella con cui il Laurenti ha pure ornato la sala del ritratto nella Esposizione di Venezia.
Poi da ogni tronco – questo è lavoro non ancora compiuto – scenderà un festone recante un disco sul quale si ripeterà una allegoria dello storione. E le pareti saran riquadrate a marmo.
Questa la sala, che sarà un fulgore, una magnificenza. E Cesare Laurenti ne avrà nuovo grandissimo onore.
Vicino alla grande sala c'è un cortile, coperto a vetrata, che va decorato in uno stile che ha del lombardesco, e per il quale il bravo concittadino pittore Rizzo sta apprestando una decorazione a marmo che è uno splendore di evidenza.
E' in una parete di questo cortile che il Laurenti ha avuto la bizzarra idea di fare la glorificazione dello Storione. In un gran quadro di parete egli celebra la caccia allo storione, a ghermire il quale si lanciano vittoriosi – guazzando in uno spruzzar d'acqua che sembra creare ricami – tritoni e ninfe e sirene giocondamente avidi.
E questo trionfo dello Storione il Laurenti dedica – con altra geniale bizzarria d'artista – a Galonio, primo imbanditore di storioni alla mensa romana. Galonio fu allora vituperato da Orazio, ora Cesare Laurenti... lo riabilita!
Da sette mesi il geniale artista veneziano lavora a questa grande opera principesca in cui ha esplicato magnificenza d'arte, e da cinque mesi con lui lavorano dodici artefici, sotto la sua guida rigorosa. E ha fatto miracoli di lestezza. E fra dieci giorni terminerà egli dice l'opera sua.
Opera splendida, che sarà fremente di vita come una inestinguibile fiamma di giovinezza, e che della grandiosa sala d'albergo farà una cosa d'arte deliziosa.
Cesare Laurenti ha qui celebrato la giocondità del pennello.
Arnaldo Fraccaroli”
Da “La Libertà”, 15 gennaio 1905: “Una vittoria del buon gusto a Padova. In questi tempi grigi che attraversa l'arte pubblica riesce davvero una gioia il poter sinceramente esaltare un'opera che, evocando il grandioso e glorioso passato, si affermi con vigoria moderna alla ammirazione di tutti coloro che in sé hanno il senso della bellezza.
E ciò si può orgogliosamente dire a proposito dell'opera testè compiuta da Cesare Laurenti – per incarico del Municipio di Padova – nella sala maggiore e in luoghi attigui dello “Storione”.
Lo “Storione” - chi non lo sa ? - è il più noto, il più glorificato restaurant della città nostra.
Sicuro, anche in un restaurant, come in ogni altro luogo pubblico deve entrare quel soffio di rigenerazione artistica tanto a noi necessaria.
E questa volta c'è vittoriosamente entrato, quel soffio; anzi oso dire che non vi saranno altri luoghi consimili, magari più famosi o sontuosi, più abbaglianti o sfavillanti con la profusione di specchi, cristalli, vernici e orpelli nessuno, però avrà il pregio del nostro: il sorriso dell'arte nel suo più seducente atteggiamento, di quell'arte intesa nel più alto significato.
Lo “Storione”, situato da anni an[n]orum nel centro della città, ha avuto ora nuova e più confortante sede in un grandioso palazzo, costruito a spese del Comune nel luogo stesso di preesistenti catapecchie, vergogna – per fortuna nostra passata – di quel centro.
Il fatto che un luogo destinato a lieti convegni pubblici (e l'ora dei pasti è per i più, intesa come ora lieta) diventi anche tale per l'occhio, non succede mica tutti i giorni. Anzi!
Chi pensa di chiedere all'arte i suoi sorrisi, al colore le sue festosità per rendere più piacevoli, più giocondi i nostri moderni restaurants?
Invece il Municipio di Padova volle fare qualche cosa di più di pratico nell'allestire in una delle sue proprietà immobiliari un luogo di pubblico ritrovo.
E chiamò Cesare Laurenti per dar fulgido coronamento di grazia e di bellezza là appunto dove più serena la vita trascorre.
Apro una parentesi.
Quando si progettò questo lavoro, quando – cioè – si volle chiamar da fuori l'artista che desse veste a quella idea e da Venezia venne il Laurenti, io protestai.
Protestai in nome degli artisti del luogo perchè senza chiedere loro prova qualsiasi si videro banditi da un lavoro che li allettava; dato a licitazione privata in luogo di pubblico concorso.
L'elogio entusiasta che ora cui [qui] sento di fare per l'opera compiuto da Cesare Laurenti – nulla può avere di comune con quella protesta.
Passata questa non posso non riconoscere il buono compiuto e lo giudico di per se stesso, per tutto quello che può esso produrre nelle sensazioni artistiche dell'individuo.
Chiudo la parentesi.
La grande sala terrena, lunga venti metri, larga nove e alta sette, è tutta una festa del colore, tutta una maraviglia di grazia.
Sull'alto delle pareti più lunghe e al di sopra di una leggiadra cornice a rilievo quattrocentesco si rincorrono verzeggiando fra un albero e l'altro di melagrano, dieci figure di donna più grandi del naturale.
Esse avvolgendosi in seducenti pose e con grazia squisita nelle vaporose e capricciose lor vesti; esse tutte frementi di vita, che balza fuori dalle lor spalle, dai loro seni ignudi, trattengono con non minore grazia il serico velo che allungandosi fra corpo e corpo per tutta la lunghezza del prato primaverile, su cui prodigano il sorriso della giovinezza. E il velo si riannoda nelle mani della regina della festa – che assisa con inusitata leggiadria su di un tronco addossato a leggera cancellata nella parete di fondo – dirige la danza delle figure.
E da esse tutte s'eleva un grandioso inno d'amore che seduce e consola.
Il colore or morbido, or caldo che plasma quei corpi di squisita fattura li anima, e, aiutato da sapiente rilievo, li fa staccare dal fondo per renderli più evidenti, più seducenti.
La festa del colore non solo le avvolge, quelle figure, ma le sovrasta anche.
Dai tronchi degli alberi che le dividono partono i rami che s'aggrovigliano, con gusto fine, in alto e nel campo intero del soffitto, formando con le foglie e i melagrani e i nastri dorati un aggraziato motivo di decorazione dal sapore quattrocentesco.
Il tutto perfettamente consono alla cornice sottostante e alle patere in ceramica colorata che si allungano sulle pareti maggiori e in corrispondenza ai tronchi dei melagrani fino a due metri circa dal suolo.
La tecnica usata è lo stucco policromato a tempera, come usavano gli antichi.
Ma Cesare Laurenti non è solo artista dall'anima veemente, è pur anco pittore ed eccellente.
Ed appunto per questa seconda qualità che egli s'indugia spesso nell'amorosa cura di dare all'opera sua pittorica tutto quel fascino che da essa se ne può, senza smodatezze e volgarità, ritrarre.
Questo per la sala maggiore del restaurant.
Ma v'è dell'altro.
Dall'immediato cortiletto coperto a vetrata l'artista volle cavare profitto per prodigare anche qui squisite qualità di decorazione.
Lo trasformò in una seducente sala, pur essa destinata ai lieti convegni dei pasti.
E prendendo lo spunto da altri consimili luoghi che ancora s'ammirano nei nostri palazzi cinquecentisti lo volle, pur nella sua linea sobria, modernamente svolta, non privo di civettuola eleganza.
Di là il sorriso giocondo della vita in fiore, di qua la compostezza serena e leggiadra dello stile lombardesco, che racchiuso in non vaste linee fa conservare più intenso il fascino delle sue forme.
Il gioco di luce fatta piovere dall'alto attraverso i vetri di diverso colore rende il luogo più gustoso all'occhio, e i commensali avranno certo per esso le maggiori attrattive.
In una parete di fondo Cesare Laurenti volle istoriare il luogo con un grande dipinto raffigurante la pesca dello Storione.
Dipinto che prende dall'alto buon terzo della parete stessa. Mentre dalla cornice a rilievo che corre tutt' all'ingiro della saletta e sotto ad agili finestre che stanno nelle pareti maggiori si staccano dei riquadri con delle massime di Galonio “primo imbanditore di storioni nella mensa romana.”
E l'artista divenne anche erudito.
Per l'esecuzione di quest'opera geniale e grandiosa Cesare Laurenti trovò dei cooperatori eccellenti e valenti pur essi in arte. Basterebbe ricordare Alessandro Milesi; Antonio [ma Vittorio] Rizzo, ben nota fra noi, di quest'ultimo, la valentia come decoratore; Augusto Bevilacqua [ma Tagliaferri] di Ferrara. E poi ancora cito volentieri Soranzo Antonio ed altri molti giovani artisti padovani e del di fuori. Cooperatori codesti tutti cari al Laurenti perchè con lui divisero le cure amorose onde dare alta significazione artistica ad un luogo – il restaurant – che l'arte mai conobbe.
Con essi è dovere ricordare pure Vivante Giacomo, che nella sua fabbrica di Murano eseguì egregiamente, e sotto gli auspici del Laurenti, tutte le ceramiche occorrenti per l'opera dello “Storione”; ceramiche che poste in onore dal Laurenti stesso fino dall'ultima biennale veneziana per la decorazione della sala del ritratto godono diggià una bella fama.
E l'esempio valga per qualcosa.
Victor”
Da “Il Veneto”, 11 febbraio 1905: “Con Cesare Laurenti avevo parlato parecchie volte e sempre con una crescente simpatia, che mi pareva da lui ricambiata; pure la relazione nostra non aveva varcato i limiti di quella premurosa e cordiale gentilezza che si usa tra persone dabbene, le quali si sentono, più che non si dicano, concordi in un medesimo ideale. Ma ieri, quando, dopo esser montato in sua assenza sul palco donde egli sta dando l'ultima mano all'opera sua, e dopo aver quest'opera qualche tempo mirata, mi rivolsi e me lo trovai impensato e sorridente alle spalle, non potei trattenermi dal gettargli le braccia al collo e dal baciarlo. Lì per lì altro modo non trovai per esprimergli tutta la mia ammirazione e per sfogare la intensa commozione che provavo!
E' presto detto: una superba una mirabile opera d'arte; ma tutti sanno che gli epiteti laudativi nel dizionario contenuti, così abili sovente ad esagerare o a mentire il segreto vero pensiero, insufficienti e quasi mal destri divengono – appunto per l'abuso che suol farsene dai più -, quando accade di voler manifestare nella sua interezza una piena e candida lode profondamente sentita.
Come in tutte le cose belle, anche nella decorazione di questa sala il concetto è di una meravigliosa semplicità: un pergolato di melagrani sorgenti da alquanto più su che dalla metà della parete come da un pensile giardino e intreccianti i loro rami al di sopra di una simulata robusta tettoia di ferro dorato. Tutt'intorno una danza di liete leggiadrissime fanciulle, che svolgono dall'una all'altra variopinti festoni di fiori, i cui capi estremi vengono tenuti, in capo alla sala, dalla più bella tra esse, dalla regina della festa. Tutto questo circoscritto al basso da una cornice di maiolica di forte aggetto e di nobile curva, che forma come il coronamento della muraglia, sopra la quale il giardino si schiude. Qualche cosa che ricorda in fondo, benchè assai di lontano e quasi embrionalmente, la decorazione della cosiddetta Sala delle Asse nel castello di Milano attribuita a Leonardo o lo sfondo del Banchetto di Psiche dipinto a Mantova, sotto gli occhi del maestro, dagli allievi di Giulio Romano nel palazzo del Te.
Chi però non è ancora penetrato in quella sala non può immaginare quali incantevoli effetti di composizione, di linee, di luci, di colori abbia saputo trarre il Laurenti da così semplice concetto. Al primo entrare è come se circondasse improvvisamente lo spettatore una magica visione, nella quale l'oro degli stucchi e il verde tenero delle foglie e il sangue delle melagrane e il candor delle carni e l'iride tenue e trasparente dei veli e l'iride opaca e gagliarda delle ghirlande si confondono allo sguardo e sembrano turbinare all'intorno.
E tutto questo in un tono basso, soave, dolcissimo, come di cose vedute attraverso ad una nebbia sottile, un mormorio amoroso d'arpe e di violini, tra il quale solo talora la passione scatta in un colpo di cembali subito anch'esso smorzato.
Ma ben presto in quel soave rimescolio di forme e di colori si delineano, si staccano all'occhio, uno appresso all'altro, i particolari; e l'incanto, che dalla realtà loro scaturisce, è tale che supera persino l'incanto fantastico della prima complessiva visione, tutta conquidendo e a sè traendo l'anima dello spettatore. Ciascuna figura è come un quadro di per sé, ciascuna testa ha una espressione nuova o di grazia o di brio o di languore o di gioia, ciascuna posa ha una nuova seduzione di linea e di movenza, ciascuna ghirlanda di fiori ha una particolare freschezza.
E allora chi guarda è spinto quasi da una forza interiore a cercare il perchè di tale sovrana originalità e, trovatala, se ne compiace sopra di ogni altro godimento. Giacchè ciò che è più mirabile in quest'opera mirabile è appunto la tecnica, con cui essa è condotta. Diligenti studi e faticose ricerche e valorosi tentativi ed esperimenti d'anni e d'anni trovano qui il loro coronamento. E' una caratteristica di tutti i veri maestri, da Giotto a Leonardo, da Michelangiolo, al Tintoretto, giù giù fino ai contemporanei, fino al Segantini o al Michetti di aver cercato una tecnica nuova, tutta propria, che intieramente convenisse a ciò che la ispirazione propria le chiedeva, ben conoscendo anch'essi, come Dante, che
… forma non s'accorda
spesse fiate all'intenzion dell'arte,
perchè a risponder la materia è sorda.
Or chi ha seguito con simpatia l'opera del Laurenti in questi ultimi anni ha facilmente notato in lui questo bisogno di esprimere la trasparenza e la fluidità delle stoffe e il velluto delle carni con mezzi nuovi, che meglio rendessero quella idealità naturalistica che a lui brillava nella fantasia. - Fioritura nuova fu la prima completa espressione di questo bisogno, e artisti e critici e pubblico lessero in essa come una nuova formula d'arte; taluni soltanto rimasero ancora dubbiosi e come mal fidenti, - io, lo confesso, tra questi. - Ma il Ritratto della baronessa Treves vinse e conquise ogni più riluttante; carni, vesti, fiori trasparivano attraverso quella superficie scabra e quasi calcarea della tela con una pastosità, con una finezza, una leggerezza tale da parere miracolo.
Nella sala dello Storione dunque questa tecnica stessa, portata ancora assai più innanzi, appunto di quel tanto che ad opera murale e decorativa si conviene, veramente trionfa. Non è una scultura dipinta, non è nemmeno una pittura incisa o scolpita, due modi antichi di unire insieme le due arti rivali rendendo l'una all'altra soggetta; ma è l'accordo, per dir così, unanime e spontaneo del rilievo e del colore, uscenti di un getto solo, come una cosa sola, nel medesimo atto dalla medesima mano: capelli, volti, seni, mani, piedi, vesti, alberi, fiori, foglie, hanno modellazioni plastiche lievi e sapienti come di sottile medaglia, onde chi guarda d'accosto non s'accontenta della delizia dell'occhio e si sente attratto a scorrer lieve colle dita su quella sinuosa superficie, a constatarvi meravigliato la presenza reale, come in un accenno fugace ma pure perfetto, di ciò che soltanto il colore sembrerebbe simulare. E la meraviglia si raddoppia, quando in tale constatazione noi ci accorgiamo quale immensa pazientissima cura abbia posto necessariamente l'artista in tale nuovo artifizio e come poi tante minuzie scompaiano non appena l'occhio alquanto s'allontana, e si fondano in un insieme unico e grandioso, donde ogni stentatezza ed ogni difficoltà sono bandite, dove anche talune poche ed inevitabili mende di forma e certe arditezze di linee forse un po' arrischiate riescono quasi inavvertite.
E uguale impressione si prova nel cortiletto vicino, dove il pittore ritrasse l'ampio seno di un'onda marina e il fuggire saettando dello storione e l'inseguirlo fanciullescamente scherzoso delle Nereidi e dei Tritoni. Onde che nello staccarmi da quella vista incantata e nello scendere le scale del palazzo (Dio, che orribili scale!) io pensavo con sentimento di infinita compiacenza esser questa veramente una di quelle opere d'arte che, come si suol dire, rimarranno, la cui vista cioè sarà sempre una gloria ed un conforto anche per le generazioni lontane. E ricordando il motto: Aere civico, che l'artista dipinse da un lato della sala, pensavo sinceramente che i posteri diranno aver avuto anche la nostra Padova d'oggi, come già la Padova antica, gusto e passione per la bellezza dell'arte. E diranno – in fondo in fondo – la verità, perchè nell'arte non è come nella religione; talvolta anche una sola opera buona basta a cancellare dal gran libro della giustizia cento male fatte.
A. Moschetti”