Canella Giuseppe
Venezia 09.06.1837 - Padova 09.02.1913
Venezia 09.06.1837 - Padova 09.02.1913
1. G. Canella, Interno della basilica del Santo, 1894, acquarello su cartoncino, 55x75 cm, collezione privata.
2. G. Canella, eliotipia tratta da G. Cittadella Vigodarzere, Versi, Venezia 1903, p. 46.
3. G. Canella, Pescatore, acquarello su cartoncino, 20x13 cm, collezione privata.
4. Giuseppe Canella con i figli Maria, Cesare, Giulio e Renzo.
5. G. Canella, Ricordi delle corse, 1904?, olio su tela, 25x44,5 cm, Padova, Galleria Nuova Arcadia.
Nel giugno 1894 si vedono nella vetrina del negozio di strumenti e apparecchi medico-chirurgici di Nebridio Valeggia in Selciato (via) del Santo due progetti di decorazione dell’edificio antoniano, l’uno per l’esterno e l’altro per l’interno(1). L’autore, sotto quest’ultimo (fig. 1), ha posto un cartello con la scritta: ”Come potrebbe essere decorata la Basilica di Sant’Antonio secondo un progetto del prof. Canella”. I due lavori sono esposti al pubblico nel momento in cui il desiderato rinnovo artistico dell’edificio, prima osteggiato dagli organi di controllo, sta avendo concreta attuazione con la chiamata in cantiere dell’influente architetto Camillo Boito(2). Giuseppe Canella (1837-1913) fornisce un’idea molto diversa da quella visibile nei progetti esposti in Basilica, ai quali si sta lavorando, e propone un altare rialzato coperto da un ciborio ottagonale con cupola piramidale sormontata da una croce, ornato all’esterno da statue su colonne, dichiaratamente romanico nei consueti archetti pensili; un baldacchino nuovo per il pulpito con esplicito rimando all’architettura delle cupole di San Marco; pitture rese luminose dal persistere delle dorature impiegate, in specie nei registri superiori, sia nelle aureole dei santi alla maniera giottesca sia nei fondali ispirati ai mosaici bizantini. L’acquarello di Canella rappresenta la prima proposta di pitture per le pareti della zona absidale e della navata della Basilica, a cui si era iniziato a pensare dopo il rinvenimento di lacerti d’affresco, dichiarati non recuperabili, da parte del restauratore Antonio Bertolli. Risulta infatti precedente a quella disegnata da Giacomo Salvador sotto le direttive di Boito (esposta in Basilica nel marzo 1895) e naturalmente anticipa le proposte elaborate per il concorso del 1897, vinto poi da Achille Casanova, Edoardo Collamarini e Alfonso Rubbiani. Sappiamo che nel 1893 il professor Canella aveva proposto anche alcuni disegni per candelabri e per carteglorie, attualmente conservati nell’Archivio della Veneranda Arca. In quegli anni l’artista era una persona assai nota a Padova e veniva citato nei quotidiani senza necessità del nome di battesimo; oggi, invece, compilare una scheda biografica che non contenga unicamente il pluridecennale insegnamento e la direzione alla scuola “Selvatico” richiede una ricerca di un certo impegno.
Giuseppe Canella nasce a Venezia il 9 giugno 1837 da Francesco e Luigia Paulucci Dario. Nel catalogo di una rassegna artistica (Napoli 1877) leggiamo che è soprannominato “Costantino” e in un quotidiano è aggiunto “De’ Calboli”, importante casato forlivese. Non ci risultano al momento dimostrati, invece, rapporti di parentela con altri artisti Canella, ad esempio con l’omonimo veronese da cui alcuni studiosi ritengono che egli discenda. Frequenta nella città natale il Ginnasio Liceo di Santa Caterina, partecipando negli ultimi tre anni alle lezioni libere di disegno a mano e di prospettiva tenute dal pittore Tommaso Viola, stimato acquarellista. Iscritto dall’anno 1856-57 all’Accademia di Belle Arti, segue Ornato con Pietro Rota, Elementi di Figura con Michelangelo Grigoletti e Prospettiva con Federico Moja, ottenendo premi, menzioni onorevoli e la vittoria nel Concorso Selvatico, scuola d’Ornato, per il miglior lavoro di composizione (1858-59); nel 1862-63 studia Nudo e Statuaria con Napoleone Nani, nel suo primo anno di insegnamento come aggiunto provvisorio, ma non prosegue oltre. Vive a Venezia per un decennio ancora (durante gli studi è domiciato al 2717 di San Pantaleone), nel quale, oltre a praticare la pittura con predilezione per la tecnica all’acquarello (figg. 2-3), lavora al teatro “La Fenice” come scenografo con il compagno d’Accademia Eugenio Prati e diviene il beniamino della élite veneziana cantando “il buffo, come per esempio l’aria della «amabile beltà» che, arrivata a tarda sera nella sua camera da letto, « … leva un occhio / e lo pone sul camino / e dal petto un gran cuscino / tira fuori per metà»”(3). Espone dipinti alla Permanente di Palazzo Mocenigo a San Benedetto, alla mostra della Società di Belle Arti di Verona (1868) e alla Nazionale di Milano (1872)(4). A Brera invia Il tramonto a Venezia nella stagione invernale presa dalla riva degli Schiavoni, Il Canal Grande di Venezia veduto a chiaro di luna e Avanzi dell’antica città di Jesolo. Quest’ultimo riceve una recensione sfavorevole da Yorick figlio di Yorick (Pietro Coccoluto Ferrigni), che non scoraggia Canella dal momento che la causticità del critico è ben nota: “I dotti hanno del tempo da perdere!... Diano un’occhiata al quadro del pittore veneziano, e il nome dell’antica rivale di Eraclèa è presto trovato. Si chiamava la Brutta!... Peccato che gli Ungari, dacché avevano le mani in pasta, non la distruggessero completamente nell’ultima irruzione, per risparmiare al signor Canella ed a noi il dispiacere di rivederne imbanditi gli avanzi. Portate in cucina, portate in cucina! Sono avanzi di pittura rassegata messi da parte per la servitù.” (5)
Nel 1873-74 Canella è chiamato a Padova a insegnare decorazione dipinta nella Scuola di Disegno Pratico e di Modellazione per gli Artigiani (Selvatico)(6). Nell’Indicatore generale della città di Padova (1874) il pittore decoratore e scenografo risulta domiciliato, forse provvisoriamente, nei locali d’ingresso della Scuola in Selciato del Santo, ma apprendiamo dal Foglio di Famiglia (Archivio di Stato di Padova) che egli ha abitato al 1240 di contrada Zattere (via Santa Lucia), al 4267 di via Santa Chiara (via del Padovanino) intorno al 1877, e al 3772 di via San Francesco, di fronte al Convento riservato in parte all’attività scolastica. Il primo febbraio 1880 si unisce in matrimonio con la possidente Amalia Trivellato di Giuseppe e Marta Chino (Bagnoli, 2 maggio 1855 – Padova, 15 gennaio 1890). Dei sette figli avuti, tutti a Padova, due muoiono alla nascita, Carlo a sette anni e quattro raggiungono l’età adulta (fig. 4): Giulio, nato nel 1886, professore di filosofia a Verona, che viene dichiarato disperso nel 1916 durante un’operazione di guerra in Macedonia e che nel 1927 si crederà di riconoscere – a torto – nello “smemorato di Collegno”; Renzo (1884), pittore e insegnante di disegno, libero docente nell’Università patavina; Cesare (1886), avvocato e pure docente, segretario dell’Arca del Santo dal 1919 al 1955; Maria Antonietta (1889), che sposerà l’ingegnere Cesare Benvegnù.
Nel 1880 Giuseppe Canella è nominato direttore della Scuola “Pietro Selvatico”, dove insegna sempre Ornato, elementare e superiore. Il principe Baldassarre Odescalchi di Roma richiede la copia in gesso del prospetto di un monumento del chiostro antoniano, come era in uso allora per scopi didattici, e Canella la esegue con il collega Barnaba Lava scegliendo il sarcofago di Federico Lavellongo, esistente nell’andito di passaggio tra la Basilica e il primo chiostro (perverrà nelle raccolte del Museo Artistico Industriale romano). Per ottenere questo permesso, e pure un altro relativo alla copiatura di dipinti insieme a due allievi della Scuola, vengono coinvolti la presidenza dell’Arca, il custode Valentino Schmidt e il sindaco di Padova, Francesco Piccoli. Nell’ottobre 1883 trasferisce in modo stabile la residenza famigliare al 3935 di piazza del Santo.
Invia sempre dipinti alle esposizioni, come ci ricordano vecchi repertori, ad esempio il De Gubernatis (edizioni 1889 e 1906): nel 1877 è alla Nazionale di Napoli (Canal Grande a Venezia - effetto di notte con riflessi di luna sui palazzi e sull’acqua a tinte spettrali, Canale del porto Malamocco, L’Isola di S. Michele di Murano); nel 1880 a Firenze (La lettura, Sala d’aspetto); nel 1881 a Verona e alla Nazionale di Venezia (Santa Maria, La Chiesa dei Frari, Al Soccorso, Tramonto, La Nebbia); nel 1883 a Verona e a Padova, dove presenta ben ventiquattro opere alla Mostra di Belle Arti allestita alla Gran Guardia(7); nel 1884 ancora a Verona e all’Esposizione Generale Italiana di Torino (Tramonto d’inverno, Venezia, Avanzi della loggia Cornaro in Padova); nel 1887 alla Nazionale di Venezia (Natura morta).
Nel 1888 è tra gli ideatori di un circolo artistico padovano e si offre come segretario del comitato promotore presieduto dal conte Gino Cittadella Vigodarzere; una volta costituito (1890), lo troviamo tra i consiglieri. Realizza la parte prospettica del nuovo sipario del teatro Garibaldi (1889), a cui collabora Giacomo Manzoni per le figure, che ha come soggetto una giostra combattuta in piazza dei Signori nel 1548, con la torre dell’Orologio e la Sala del Consiglio già costruite, secondo la descrizione di Zuan De Lazara.
Nel giugno 1890 partecipa con diverse opere alla Mostra d’Arte allestita nella Sala della Ragione dalla Società degli Artisti Padovani: La demolizione [delle catapecchie] al Ponte Molino; due nature morte; quattro bozzetti all’acquarello rappresentanti le stagioni; quattro tavole dipinte; due vedute dal titolo Dal giardino Pacchierotti; La capella del Santo (probabilmente il dipinto che aveva avuto il permesso di esporre nella Scuola del Santo due anni prima); e un progetto di palazzo per il Parlamento Italiano elaborato insieme all’architetto Luigi Tombola. Nell’anno scolastico 1890-91 il “Selvatico” si trasferisce in via San Lorenzo, nei locali rinnovati di palazzo Sala, e nell’aprile 1891 spetta proprio al direttore Canella accompagnare il prefetto Saladini nella visita alle aule. Palazzo Sala accoglie anche la sede del neocostituito Circolo Artistico, che qui organizza una mostra nel luglio 1892, alla quale egli partecipa. Due anni dopo – come abbiamo ricordato – si vedono i progetti ornamentali per il Santo, e all’esposizione antoniana ordinata per il successivo Centenario si fa notare una sua “bella tela”, non meglio descritta.
Da qualche tempo Canella, se si eccettua l’invio dell’opera Riposo alla consueta mostra veronese (1900), sembra limitare gli impegni all’ambito locale. Nel febbraio 1903 il Consiglio Provinciale Scolastico, su proposta del preside del “Selvatico”, Giuseppe Veronese, gli conferisce la medaglia riservata ai benemeriti dell’insegnamento industriale, insieme ai colleghi Lava e Natale Sanavio. A lui viene poi affidato il compito di interpellare il sindaco Vittorio Moschini per conto degli artisti padovani, che si erano riuniti alla trattoria Stella in via Tadi, in merito alla concessione di un locale per esposizioni e vendite, come auspicato in un recente ordine del giorno dal consigliere comunale scultore Serafino Ramazzotti, ma il suo interessamento, pur autorevole, non porterà a risultati concreti. A maggio presenta nelle vetrine del citato negozio Valeggia un quadro all’acquarello rappresentante il cratere dell’inferno dantesco, con i vari gironi e una sintetica esposizione dei peccatori e delle loro pene, molto apprezzato per il suo taglio e per la sua chiarezza su “La Provincia di Padova” (18-19 maggio), che lo descrive (e a cui dobbiamo rimandare). Il mese successivo si vede nel negozio Martire, e poi nella scuola “Selvatico”, un progetto per la via del Municipio, un trittico che mostra la tanto criticata via come era prima delle demolizioni degli antichi negozi, com’è al presente e come la immagina l’artista; forse lo stesso progetto che nel febbraio 1906 verrà elogiato e riproposto nel consueto quotidiano dal pittore Antonio Grinzato.
Lo troviamo, infine, fra i partecipanti a quasi tutte le rassegne padovane di inizio Novecento, a partire dall’importante mostra allestita al Circolo Filarmonico Artistico nel giugno 1904. Qui espone nella sezione bozzetti – nel concorso “I sette peccati” è presente solo il figlio Renzo – due paesaggi “bene accurati negli effetti di luce tra il fogliame fittissimo”, ma “troppo scolastici” secondo un’altra opinione, e il dipinto Ricordi delle corse (fig. 5), così descritto su “Il Veneto”: “Il concittadino Giuseppe Canella è riuscito a commuovere la nostra anima di padovani col suo «ricordo delle corse». Siamo in Prato nel momento in cui, finita la classica corsa dei fantini, i cavalli vincitori caracollano dinnanzi al palco della Giuria in attesa delle bandiere. I palchi sono zeppi. I monelli – scappando di sopra e di sotto alle sbarrette – hanno diggià formato una siepe umana a circolo, sulla pista, trattenuti alla meglio dai carabinieri a cavallo e dalle guardie appiedate. I poggiuoli delle case sono pavesati; sopra la linea dei fabbricati, in fondo, la Basilica del Santo illuminata dal sole in tramonto. Il quadro dovrebbe trovare facilmente non soltanto degli ammiratori … ideali!”. L’opera che rammenta le vecchie corse, trasferite nel 1901 nell’ippodromo di Vincenzo Stefano Breda a Ponte di Brenta, è apprezzata anche su “La Libertà”: “Oh! Il bel Prato della Valle con i relativi omini che formano folla, con i cavallini caracollanti e con le brave finestrelle pavesate a festa! Gran lavoro … di pazienza questo «Ricordo di corse» di Giuseppe Canella.”
Nel giugno 1908 propone due paesaggi alla Mostra d’Arte del Circolo Artistico, uno dei quali è acquistato dal commendator Romeo Mion, in cui “sono evidenti la cura del disegno e la buona scuola del colorista: ne riesce così un insieme armonico e gentile”. L’anno seguente è presente all’Indisposizione ed Esposizione Artistica, una mostra umoristica e di bozzetti allestita nel giardino Pacchierotti, dove non sappiamo cos’abbia presentato, ma probabilmente dei lavori di spirito nati dal suo notorio buon umore. Nel 1910, infine, è alla grande Esposizione di Pontevigodarzere, dove porta il dipinto Arena e due paesaggi. L’anno, come noto, è lo stesso in cui si trasferisce la sede della scuola “Selvatico” nell’edificio jappelliano già destinato a macello. In dicembre, nel salone centrale, numerosi alunni vecchi e nuovi manifestano sincera gratitudine e affetto verso i professori Canella e Lava, e ricordano lo scomparso Sanavio. Viene consegnata loro una targa d’argento disegnata da Giovanni Vianello, nella quale una figura di donna, che rappresenta l’Arte, reca in una mano il compasso e con l’altra offre una corona d’alloro, poi il professor Eugenio Bellotto presenta i somigliantissimi busti in gesso. La festa ai due maestri, visibilmente commossi, presegue con la cena alla trattoria Monti Vecchi, e si conclude con numerosi brindisi e ringraziamenti. Giuseppe Canella mancherà a settantacinque anni d’età, il 9 febbraio 1913, dopo lunga malattia.
1) “Il Veneto”, 12 giugno 1894. Le foto delle opere sono di Ottavio Pinarello, che ringrazio.
2) Vedi saggi con relativa bibliografia in Cultura, arte e committenza nella Basilica di S. Antonio di Padova tra Ottocento e Novecento, a cura di Bertazzo et al., Padova 2020.
3) “La Provincia di Padova”, 20-21 giugno 1904.
4) F.M. Nani Mocenigo, Della letteratura veneziana del secolo XIX, Venezia 1901, p. 184; B. Meneghello, Annali Società Belle Arti di Verona 1858-1921, Verona 1986, p. 246.
5) Yorick figlio di Yorick, Fra quadri e statue. Strenna Ricordo della Seconda Esposizione Nazionale di Belle Arti, Milano 1873, pp. 227-228.
6) Solenne distribuzione de’ premi agli alunni ed alle alunne che nell’anno scolastico 1873-74 maggiormente si segnalarono, Padova 1874.
7) Mostra di Belle Arti: catalogo degli oggetti esposti nella Sala del Consiglio in piazza Unità d’Italia, Padova sd (1883). Canella presenta a olio sette ritratti, fra cui quello del re Umberto I, e dodici dipinti: Una serenata in Canal Grande a Venezia; Al soccorso, burrasca; Prima della colazione e Dopo la colazione; Prato della Valle (effetto di nebbia); Apparecchi per la processione, Chiesa dei Frari in Venezia; Loggia Cornaro in Padova; Cortile; Lido di Venezia (tramonto); Veduta di Venezia – Nevicata; Selvaggina morta; Arena di Padova. E cinque opere ad acquarello: due Studio dal vero; Vedute di Murano; due Laguna Veneta.