Puozzo bruno
Bassano del Grappa 25.05.1877 - Imperia 24.09.1947
Bassano del Grappa 25.05.1877 - Imperia 24.09.1947
1. B. Puozzo, Laureandi ingegneri anno 1901, foto in Biblioteca Centrale di Ingegneria, Padova.
2. Anonimo, Bruno Puozzo, “Il Veneto”, 7 aprile 1904.
3. Anonimo, Il ventaglio (tableau vivant), “Il Veneto”, 7 aprile 1904.
4. Anonimo, Puozzo in costume di Pierrot, “Il Veneto”, 7 aprile 1904.
5. B. Puozzo, Ritratto del cav. prof. Andrea Moschetti, 1909, pastello, cm 170x78, collezione privata.
6. B. Puozzo, Terzo Congresso della Società Italiana per il Progresso delle Scienze, 1909, cartolina illustrata.
7. B. Puozzo, costumi per l'Agamennone, 1914, INDA, Siracusa.
8. B. Puozzo, Più in là, ante luglio 1915, cartolina illustrata.
9. B. Puozzo, cartoline illustrate, anni venti, Casa Editrice DEGAMI.
10. B. Puozzo, tempere su cartone, 1939-40, Raccolte storiche Palazzo Morando, Milano.
«L'Arte non deve essere l'occupazione principale di Bruno», questo era il pensiero di Angelo Puozzo, originario di San Siro presso Bagnoli, nel padovano. Promosso al grado di dottore in ambo le leggi e quindi impiegato nell'amministrazione provinciale, il padre ne aveva ricoperto tutti i ruoli: commissario aggiunto; sottoprefetto di seconda classe, poi di prima; consigliere delegato di seconda classe e infine di prima (viceprefetto). La moglie Emilia Schiesari lo aveva seguito nei numerosi trasferimenti di lavoro e i figli erano nati in tre città diverse, a due anni di distanza l'uno dall'altro. Gisla era nata a Ravenna; Emilia a Revere, nel mantovano; Bruno, il più giovane, a Bassano il 25 maggio 1877. Il ragazzo aveva frequentato a Teramo il liceo classico “Melchiorre Delfico”, poi si era iscritto alla facoltà di legge dell'Università di Padova (anno 1896-97), città in cui era stato trasferito il padre, prossimo al pensionamento. Una volta collocato a riposo, Angelo Puozzo aveva ottenuto altri incarichi importanti: da aprile ad agosto del 1900 era stato commissario straordinario a Monselice per pianificare le elezioni di un duraturo consiglio comunale, e nel 1902 risultava fra i presidenti della Veneranda Arca di Sant'Antonio, della quale, un decennio dopo, sarebbe divenuto presidente capo. Era, insomma, una persona molto conosciuta e stimata.
Bruno aveva conseguito la laurea in legge nei primi mesi del 1901. Poi era stato chiamato ad amministrare la giustizia nel mandamento di Piove di Sacco in qualità di vice pretore. La vita sembrava riservargli una carriera importante all'interno della magistratura. Questo futuro tuttavia, sognato per lui dalla famiglia, non corrispondeva alle aspirazioni del giovane che da qualche tempo, e apertamente, coltivava le sue attitudini artistiche.
Già nel giugno 1898 Puozzo aveva partecipato alla mostra d'arte “L'Eterno femminino” allestita nel Palazzo dell'Orologio dal Circolo Filarmonico Artistico (non sappiamo cosa abbia esposto). Nel giugno 1901 invece, nella rassegna di cartoline illustrate, il neodottore aveva presentato “parecchie caricature a soggetto… francese”, assai apprezzate dal corrispondente de “Il Veneto”. Allo stesso anno risale il disegno di un “papiro” con ritratti fotografici di laureandi ingegneri e professori, che è il lavoro più vecchio di Puozzo di cui abbiamo un'immagine (fig. 1). Nel gennaio 1902, poi, tre suoi pastelli erano apparsi nelle vetrine del negozio Pozzi, all'Università. Questa era stata la recensione su “La Libertà” (giorno 13): “La franca robustezza della fattura e la profondità espressiva di quelle figure (specialmente dei due ritratti dell'ingegnere D'Arcais e del dott. Carrari) rivelano nel giovanissimo artista che ha doti singolari e preziose, una fulgida promessa dell'arte.” In tale occasione si segnalava pure che Puozzo era allievo di Oreste Da Molin (un pittore piovese che vantava partecipazioni e premi in mostre internazionali e dava lezioni ad allievi giunti persino dal Giappone). Nel gennaio 1903 Puozzo aveva esposto anche nel negozio Barbaro in via Morsari (oggi Cavour): dodici studi e ritratti a pastello. Della piccola rassegna si erano occupati i quotidiani cittadini e ne aveva accennato la “Gazzetta di Venezia”. Il giovane aveva ricevuto ulteriori apprezzamenti e su “La Libertà” sia “Victor” (da noi riconosciuto in Vittorio Schiesari Civolani) sia “Artù” gli avevano profetizzato una splendida carriera. Tra i lavori esposti – sui quali non possiamo soffermarci qui – segnaliamo la presenza di un ritratto “schizzato a carbone con gustosa disinvoltura” di Da Molin. “Victor” aveva fatto notare che le opere di Puozzo richiamavano alla mente la tavolozza del maestro, ma non ne avevano lo stesso pensiero, perché l'anima del giovane artista era più delicata, più ingenua e non coglieva nei soggetti il lato brutto e ridicolo. Bruno sentiva il vero “con quel tratto di poesia che in esso stava racchiusa”. A luglio dello stesso 1903, infine, sempre nel negozio Barbaro, si era visto un altro pastello rappresentante cinque bambini.
In tutte le occasioni in cui aveva esposto i propri lavori, Puozzo aveva ottenuto il gradimento del pubblico e recensioni favorevoli dai critici. Questi piccoli successi, uniti a una vocazione sincera e intimamente sentita, portano Bruno a riconsiderare le priorità della propria vita. A sancirlo formalmente è la “Gazzetta Ufficiale” del Regno d'Italia del 24 agosto 1903, che pubblica le sue dimissioni dall'ufficio di vice pretore. La svolta rende più difficili i rapporti col padre, che non condivide la rinuncia alla magistratura per un mestiere così incerto e contraddistinto da sofferenze e privazioni, ma consente al giovane di dedicarsi unicamente alla pittura.
Nel febbraio 1904 Puozzo presenta tre suoi pastelli nel consueto negozio Barbaro: Le chevalier au chapeau gris, Chevalier au casque (in elmo) e un ritratto di ragazzina in costume rumeno. Tra i commenti alle opere, tutti favorevoli, appare lungimirante quello di “Victor” (“La Libertà”, giorno 9): “Il pittore volle, sotto le vesti di tempi andati, rievocare sembianti di gente viva; volle vestire di carnevale persone che avrebbero potuto presentarsi al pubblico in redingote, senza sfigurare. Puozzo predilige il ritratto, e col suo genere di pittura lo tratta con tutte quelle grazie seducenti che tanto piacciono al pubblico. Ed il pubblico, come dissi, accorre volentieri ad ammirare e gustare quei quadri, sedotto dalla vivacità dei bei colori e perplesso se debba preferire il soggetto ritratto o il tipo del cavaliere antico.” Qui il critico, finissimo, intuisce il piacere dell'artista nel vestire “di tempi andati” persone reali a lui vicine. E non è il solo ad apprezzare questa sua felice attitudine, perché in aprile Puozzo diviene il benvoluto protagonista dei primi tableaux vivants allestiti a Padova (fig. 2). L'evento si tiene mercoledì 6, di sera, nel Palazzo Papafava di via Marsala ed è riproposto pure tre giorni dopo. Presenzia il fior fiore dell'alta società veneta e interviene il commediografo milanese Giannino Antona Traversi. I quotidiani regionali descrivono i quadri viventi composti sotto la quinta architettonica predisposta dall'ingegner Fausto Pajola. E va segnalato anche l'aiuto nella decorazione offerto da Agide Aschieri e la presenza tra i figuranti del pittore Steno Bolasco, allievo di Giovanni Vianello. Su “Il Veneto”, 29 marzo, si commenta il lavoro di Bruno (fig. 3): “Il ventaglio, [un tableau] dovuto al giovane e valentissimo pittore Puozzo, è in seta celeste, con ritocchi d'oro e stecche di avorio; al centro recherà due superbe miniature viventi: i profili della signorina Carolina Da Zara e del marchesino Francesco Selvatico. Al Puozzo si deve puranco qualche fondale di scenario riuscitissimo, ad esempio quello pel tableau «Le triumphe» e raffigurante il gran cielo di Roma in tripudio di luce”. Bruno figura persino nell'ultimo quadro, vestito da Pierrot (fig. 4).
Nel giugno 1904 il giovane partecipa alle mostre d'arte del Circolo Filarmonico Artistico. Non presenta opere nel concorso “I sette peccati”, ma solo nelle sezioni “Bozzetti” e “Arte Applicata”. Nella prima espone un ritratto maschile, e il pastello En passant così descritto su “La Libertà” (giorno 18): “Lo stile cartellonistico (gran brutta parola) ha il sopravvento sul quadro. Quella chanteuse in abito da passeggio che fuma biricchinescamente la sigaretta su uno sfondo di programmi da caffè concerto, sarebbe una buona rèclame per l'Eden Pontevigodarzere.” Un'opera, quindi, con riferimenti al mondo del teatro. Nella sezione “Arte Applicata”, invece, Bruno presenta “tre quadri decorativi dedicati ai fiori ed uno recante il profilo di una magnifica bruna che si delizia al profumo d'un petalo” (“Il Veneto”, 22 giugno). Per i fiori, dipinti a tempera, riceve una menzione onorevole e un premio di lire 200. Tre mesi dopo, l'opera Rugiada, una testa di ottima fattura, è esposta alla Mostra del Ventaglio a Este.
Nel decennio successivo che precede lo scoppio della Grande Guerra Puozzo continua a inviare lavori alle mostre, non più solo locali. È presente all'Internazionale di Roma (1905) con due studi; alla Promotrice di Firenze (1907) con il pastello Occhi azzurri; a quella di Torino (1907); all'Esposizione “Francesco Francia” di Bologna (1907) con tre studi a penna. A Padova prende parte a tutte le rassegne organizzate in quegli anni. Numerose le opere esposte, che sarebbe lungo soltanto citare. In più d'una la critica coglie mondanità ed eleganza. Tanti anche i ritratti, apprezzatissimi. Compaiono anche i primi paesaggi, inizialmente a penna. Molti lavori trovano un compratore. Queste le rassegne padovane: nel 1908 espone opere a penna, a pastello e a olio (non sappiamo quante) alla mostra allestita nella Loggia Amulea; trentuno lavori, invece, vanno a quella del Circolo Artistico; nel 1909 partecipa alla Mostra Artistica e di Bozzetti nell'ex giardino Pacchierotti in entrambe le sezioni e alla mostra del Circolo Artistico con ventuno opere; nel 1910 se ne vedono ventiquattro all'esposizione di Pontevigodarzere; nel 1911 il disegno a penna Nel bosco è alla rassegna della Dante Alighieri alla Gran Guardia e nel 1912, infine, i lavori qui presentati sono non meno di dodici.
Oggi, purtroppo, non conosciamo l'ubicazione di queste opere, ad eccezione del ritratto a pastello di Andrea Moschetti, direttore del Museo Civico (fig. 5). Nel marzo 1909, appena terminato da Puozzo, il quadro è presentato ad amici e conoscenti nello studio dell'effigiato: “tra le più entusiastiche espressioni di lode per quel veramente ammirabile lavoro, che alla più perfetta rassomiglianza unisce tale forza di colore, tale scioltezza e spontaneità di esecuzione, tale sapienza di modellato, tale vita di spirito quale in poche opere d'arte anche delle più eccellenti è dato di riscontrare. «È vivo!» era la parola che spontanea usciva da tutte le labbra” (“Il Veneto”, giorno 23). Il ritratto partecipa alla mostra del Circolo Artistico (1909) e a quella di Pontevigodarzere (1910).
In un paio di casi ancora, perlomeno, Puozzo presenta suoi lavori nei negozi. Due impressioni di valle a olio e, nel negozio Pozzi (aprile 1913), un ritratto non meglio descritto. Abbiamo conoscenza delle prime perché da esse, nel settembre 1911, scaturisce una polemica tra Puozzo e il celebre pittore Cesare Laurenti (veneziano d'adozione ma conosciutissimo a Padova per avervi abitato in gioventù e aver decorato magnificamente la sala del ristorante Storione). La causa sta in un commento ai due dipinti, richiesto a Laurenti dalla signora padovana Antonietta Suppiej durante una passeggiata in città. L'opinione data dal celebre pittore, e cioè che le opere sembravano “preparate per servire a qualche illustrazione”, poi divulgata dalla donna, non piace a Puozzo che ne chiede ragione all'interessato. Nello scambio epistolare tra i due, Laurenti riconosce di aver pronunciato quel giudizio, ma aggiunge che in quell'occasione aveva detto pure di aver visto cose migliori di Puozzo, “e precisamente vari studi dal vero e dei buoni ritratti eseguiti con un deciso sentimento pittorico e con più vigorosa intenzione”. Il giovane insiste facendo osservare che quel commento, pronunciato da un celebre pittore, lo aveva comunque danneggiato. Gli confida di quando, anni prima, alcune importanti famiglie padovane, fra loro imparentate, gli avevano fatto “una guerra, e proprio in principio di carriera, talmente meschina se non malvagia, semplicemente per aver preso ad ispiratrice di alcuni [suoi] quadri e studii una signorina loro parente, decaduta, … per tagliarle gli aiuti (vulgo viveri) che tutti insieme raggranellavano.” E aveva avuto noie pure in famiglia. Esclude comunque la mala fede di Laurenti, il quale da parte sua conferma che nulla sapeva del passato di Puozzo salvo l'essere stato allievo di Da Molin. L'epilogo amichevole della vicenda si ha lunedì 18 settembre, quando il giovane è ricevuto nello studio veneziano di Laurenti a San Vio.
Nell'inedita corrispondenza tra i due, conservata all'Archivio Storico della Biennale (Fondo Laurenti, busta 7, fasc. 9), Puozzo risulta in via Donatello 3. Sappiamo che alla fine del 1912 Giovanni Vianello e Renzo Canella aprono una scuola di pittura proprio allo stesso indirizzo.
Abbiamo visto che Puozzo era tornato a esporre dipinti nelle vetrine dei negozi. Il motivo principale è la mancanza di denaro. Nella polemica con Laurenti riconosce che quelle due impressioni di valle erano “quadri di carattere piuttosto commerciale, adatti alla vendita”, perché “qualche volta è necessario fare anche di questi”. Per il medesimo motivo accetta lavori a carattere decorativo, come disegnare la cartolina del Terzo Congresso della Società Italiana per il Progresso delle Scienze (1909, fig. 6) o dipingere parte delle decorazioni interne dei Palazzi Mion (1910). Va ricordato poi che in occasione dell'Esposizione di Roma (1911) è Puozzo che compila i primi bozzetti della sala di Padova nel padiglione veneto. A coinvolgerlo è Andrea Moschetti, che lo ricorda “sagace interprete del [suo] pensiero” in una lettera di ringraziamento rivolta agli artisti collaboratori. Infine, Bruno realizza la pergamena donata dagli impiegati della Casa di Ricovero al cessato presidente Giulio Lupati (1912).
Bruno Puozzo ha un ruolo importante anche nelle associazioni artistiche cittadine: prima nel Circolo Artistico, poi nella Società Promotrice di Belle Arti. Nel 1908, al termine della mostra sociale, viene donato un vaso di terracotta plasmato da Valerio Brocchi al presidente del Circolo Artistico, Giuseppe Viterbi. Alcuni espositori seccati perché non sentiti al riguardo, ma ugualmente riconoscenti verso il loro presidente, chiariscono che non avrebbero scelto quell'oggetto. Puozzo difende il collega definendo meschina la questione: il dono è un lavoro “del nostro valoroso collega scultore Brocchi”. Va ricordato che nello studio di quest'ultimo in riviera Paleocapa erano di casa Umberto Boccioni, Ugo Valeri e Manrico Bonetti. E una certa confidenza tra Puozzo e Brocchi si evince dai ritratti a sanguigna dello scultore e signora, esposti due anni dopo a Pontevigodarzere. Nel maggio 1909 Bruno diviene anche direttore artistico del Circolo, in sostituzione di Giacomo Manzoni. E ciò è un riconoscimento della sua capacità organizzativa. Nel 1911, in occasione della tragica scomparsa di Valeri, il suo nome appare nella lettera inviata ai quotidiani in ricordo del pittore (firmata anche da Brocchi, Vianello, Primo Modin, Andrea Nicolò Brentan e Antonio Grinzato). Puozzo assume un ruolo di primissimo piano anche nella costituzione della Promotrice: organizza con Vianello, Canella ed Ettore Baroni (e forse Giuliano Tommasi) la mostra del 1912 alla Gran Guardia che ne segna l'origine; insieme ad Augusto Sanavio chiede più volte al Comune, ma invano, l'utilizzo di una sala per allestire un'altra mostra artistica; traccia con i colleghi le linee generali del nuovo sodalizio, che viene finalmente costituito nel dicembre 1914. Bruno è prima nel comitato esecutivo, poi nel consiglio; Manrico Bonetti, invece, ne diviene segretario.
Oltre a dipingere, a esporre, a promuovere gli interessi di categoria, Puozzo partecipa al progetto di rinascita delle rappresentazioni classiche che lo porterà – come noto – al Teatro Greco di Siracusa nel 1914, anno del primo ciclo. Per capire come l'artista veneto sia giunto in Sicilia, dobbiamo tornare al momento che precede il Cinquantenario dell'Unità d'Italia (1911), quando il comitato dei festeggiamenti incarica il romano Ettore Romagnoli, noto grecista, di allestire alcune rappresentazioni classiche sul Palatino. L'impegno dell'Ellenista, tuttavia, come racconta egli stesso in una memoria del 1924 in “Il Secolo XX”, si scontra presto con il convenzionalismo e l'accademismo che imperano nel regno della filologia: le Baccanti sono definite una stanca opera senile di Euripide, senza vera sostanza né intensità drammatica, e il teatro di Aristofane lontanissimo dalla sensibilità moderna. Il comitato dei festeggiamenti decide quindi di non sostenere il progetto. Romagnoli, che insegna letteratura greca all'Università di Padova, non demorde e trova proprio in città un ambiente favorevole. Sposata la causa, numerosi padovani accorrono a dare gratuitamente il loro contributo. L'avvocato Galileo Zaniboni si improvvisa finanziatore e impresario; Manrico Bonetti lascia le sue amministrazioni e si mette “a fare il vestiarista”; (Giuseppe?) Contarello dipinge le scene; lo scultore Valerio Brocchi scolpisce maschere (e questa è una testimonianza importante di un antecedente locale alla celebre attività di Amleto Sartori!); Puozzo “anima d'artista, a cui fortuna volle mostrar sempre il più arcigno dei suoi cipigli” disegna figurini. La fortuna muta. Al teatro Verdi si rappresentano Le Nuvole di Aristofane e il tentativo riceve le lodi entusiastiche della stampa, incluse quelle del “Corriere della Sera”. L'anno seguente (1912) è la volta delle Baccanti, che dal Verdi passano a Vicenza, a Venezia, a Trieste. Un ritratto a sanguigna di Vincenzo Errante, figlio di un gentiluomo siciliano e studente di lettere a Padova, applauditissimo Pastore delle Baccanti, viene presentato da Puozzo alla mostra della Gran Guardia. Seguono rappresentazioni a Milano, a Fiesole, a Roma e poi finalmente a Siracusa, al Teatro Greco, dove è allestito l'Agamennone di Eschilo con scene di Duilio Cambellotti (16-19 aprile 1914). In questo primo ciclo Puozzo disegna i costumi di scena: quattro suoi bozzetti (fig. 7) sono oggi all'archivio dell'Istituto Nazionale del Dramma Antico (INDA). L'amico Bonetti, invece, cura il loro confezionamento e curerà anche quello del secondo ciclo nel 1921 (poi diverrà segretario generale del Consorzio Autonomo Milano Monza Umanitaria, da cui nasceranno la Biennale di arti decorative di Monza e la Triennale di Milano). Puozzo non sarà presente. La fortuna infatti – per dirla con Romagnoli – sta per mostrargli il più arcigno dei suoi cipigli.
Nel gennaio 1915 Bruno procede verso un radioso avvenire. Ha trovato un suo ruolo specifico nel mondo del teatro ed è consigliere della locale Società Promotrice. Ha aperto da poco uno studio in via Dante 32A, dove conserva le immagini dei suoi quadri, ma non utilizza mai la macchina fotografica per dipingere i suoi lavori, perché tutti, ritratti compresi, sono presi dal vero. Così aveva precisato a Laurenti in quella vecchia polemica. Vive ancora con la famiglia in via Ospedale 1. Talvolta è costretto a ricorrere alla cassa di casa “per sveltire qualche affare”, come dice lui. Ed è proprio da qui che nascono le contese e i battibecchi con il padre. Il 15 febbraio, a causa della degenerazione di uno di questi, Puozzo viene arrestato per maltrattamenti verso i familiari ed è condotto al carcere Paolotti. Dopo alcuni giorni, da “quel avvilente luogo di miserie” viene trasferito in qualità di imputato al Manicomio di Brusegana, in attesa di perizia psichiatrica. Scrive alla madre di “rassicurare papà” sul fatto che provvederà da solo alle necessità pecuniarie e che non accadranno altri battibecchi. Dà disposizioni al professor Enrico Tedeschi per non perdere l'affitto dello studio e gli dice di non allarmarsi : è ricoverato dietro “ordine di [suo] padre per una contesa di poco conto” e spera si possa chiaririre tutto presto. Per vincere la noia, disegna. Sostiene le sue ragioni presso “il dottor Pertile”, di cui fa fatica a terminare il ritratto lì dentro: “Si sa che nella vita, e specie d'un artista, le avversità non sono poche, ma questo non è mania di persecuzione. Che si dovrebbe dire allora dell'eterna lotta tra gli scultori padovani Rizzo e Sanavio, Rizzo e Novelli, ecc.? E [di] tutte le lotte artistiche di tutte le città? Nessuno per questo ne ha tratto che fossero tutti maniaci di persecuzione, via! Niente ho dimostrato contro di Lei, che anzi ne avevo cominciato il ritratto, e consegnati altri lavori.” In marzo, intanto, viene a mancare il padre e se ne celebrano i funerali nella chiesa di Santa Sofia.
Il 18 maggio, in seguito alla perizia che accerta una demenza paranoide, Puozzo è prosciolto dal giudice istruttore per infermità mentale, ma resta ricoverato a Brusegana. Dai documenti contenuti nella cartella clinica apprendiamo altro. Bruno ripone ora le sue speranze nella madre e rassicura anche la sorella Gilda che “non ha assolutamente alcuna animosità contro di Lei”. Ai dottori domanda di andare volontario al fronte, ma invano. Nel gennaio 1916 la madre, constatando “notevoli miglioramenti”, chiede che venga dimesso e si dichiara disposta ad accoglierlo in casa, ma non ottiene nulla. Puozzo si sfoga allora con il dottor Venturini: “ho perduto tutto, a cominciare dallo studio (base professionale), agli affari, ai clienti, alla fiducia di tante persone che mi volevano bene e mi aiutavano. Di studi a Padova non ce ne sono altri, bisognerebbe fabbricarne uno di sana pianta. È veramente feroce l'aver stroncata tutta una carriera così. Quando mi avessero tenuto qui tre o quattro mesi a titolo di … calmante, arcibastava. Io ho sempre lavorato seriamente; ne fan fede le fotografie dei miei quadri, che ho qui, e che se vuole le potrò mostrare e potrà persuadersi che il pagliaccio non l'ho mai fatto. […] sono rassegnato ad abbandonar ogni cosa (era poi questo che voleva la famiglia e me lo hanno detto già altre volte)”. A maggio domanda di nuovo di andare al fronte. Ricorda di aver chiesto di poter lavorare su “dei soggetti interessanti di guerra”, ma non ha ancora avuto risposta (cfr. fig. 8). Il 29 giugno riesce finalmente a evadere.
Una volta fuggito dalla struttura sanitaria, Bruno si reca al fronte come volontario e presta servizio militare per sette mesi. Poi viene riformato su sua richiesta: ne ha diritto perché individuo già ricoverato in un manicomio. Nel giugno 1917 si viene a sapere che si trova presso l'Ospedale Militare di Tappa (Belluno) e se ne chiede la traduzione a Padova. Giunge a Brusegana il 5 luglio. Qui ora si accertano il suo notevole miglioramento e la non pericolosità. Il 29 settembre, con autorizzazione del procuratore del re e perizia positiva del dottor Edgardo Morpurgo, può uscire dalla struttura ed è affidato alla madre in via di esperimento (ora al secondo piano di via Cesarotti 14).
Le notizie successive sono scarse. Di certo Puozzo mette in pratica il proposito di allontanarsi da Padova “per tranquillità di famigliari e altri”, manifestato quando era ancora in cura. Non risulta, infatti, nel censimento del 1921 ed è cancellato dall'anagrafe cittadina per irreperibilità. Qui una scarna nota posteriore lo colloca a Milano. Si datano agli anni venti le quattro cartoline da lui illustrate, stampate dalla casa editrice DEGAMI (Dell'Anna e Gasparini – Milano): Il patrio vessillo; Il sacro suolo; Italia marinara; Ali delle vittorie (fig. 9). Nel maggio 1931 Puozzo è senz'altro presente nel capoluogo lombardo, perché lì offende in pubblico il capo del governo: «Mussolini è uno sbruffone!». Viene così inquisito, ma il giudice istruttore dichiara il non luogo a procedere. A Milano, nelle raccolte Costume Moda Immagine di Palazzo Morando, si trovano oggi anche quattro tempere anteriori al marzo 1940, data di acquisizione: una è datata 1939 (fig. 10). Bruno Puozzo scompare a Imperia il 24 settembre 1947.