Zonaro Fausto
Masi 18.09.1854 - Sanremo 19.07.1929
Masi 18.09.1854 - Sanremo 19.07.1929
1. F. Zonaro, Una mattinata di Carnovale a Padova, 1884, olio su tela, cm 70x96,5.
2. F. Zonaro, Autoritratto, 1901, olio su tela, cm 75x60, Comune di Masi.
3. F. Zonaro, Kaiser Guglielmo II all’attracco del Dolmabahçe, 1898, olio su tela, cm 79x112, Costantinopoli Collezioni Palazzo Nazionale.
4. F. Zonaro, Bayram (festa di fine Ramadan), olio su tela, cm 80x145.
5. Ditta Schönfeld, inserto pubblicitario nel Catalogo dell’Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, 1901.
Le vicende biografiche di Fausto Zonaro (1854-1929), ben note agli amatori di pittura orientalista e dell’Otto-Novecento, si possono così brevemente riassumere. Originario di Masi nella bassa padovana, maggiore di sei fratelli in una famiglia povera, Fausto inizia dapprima a lavorare con il padre muratore, poi diviene apprendista di un decoratore esperto. Dopo aver trascorso qualche tempo con lui, si iscrive alla scuola tecnica di Lendinara per studiare pittura. Qui il professore Federico Cordenons ne coglie subito l’estro creativo e l’abilità esecutiva. Al termine del triennio, grazie anche al sostegno della benefattrice Stefania Etzerodt Omboni, Zonaro viene ammesso all’Accademia Cignaroli di Verona, ma può frequentare l’istituto soltanto per poco tempo, perché – con sua grande amarezza – è sorteggiato per svolgere il servizio militare. Ottenuto il congedo, alcuni benestanti che ne apprezzano le doti artistiche gli forniscono le risorse per completare gli studi e per divenire professore di disegno presso l’Accademia romana di Belle Arti.
Negli anni ottanta dell’Ottocento Zonaro viaggia di frequente per fissare sulla tela luoghi differenti. Si ferma a Padova, a Venezia, a Napoli sulle falde del Vesuvio, a Parigi per quasi un anno. Presenta opere alle più importanti esposizioni in Italia e all’estero e ottiene i primi, prestigiosi riconoscimenti. Talvolta torna in seno alla famiglia nella bassa padovana e lo troviamo pure a Piazzola sul Brenta per ornare di acquarelli la villa del conte Camerini.
Con la città di Padova mantiene un legame stretto e duraturo: allestisce mostre personali, presenzia con regolarità alle rassegne d’arte e invia dipinti da esporre, come è consuetudine, nelle vetrine dei negozi.
Una testimonianza di questo legame è il dipinto Arrivano le belle!, datato 1884, venduto nel 2016 per euro 32.500,00 dalla Casa d’Aste Pandolfini di Firenze (fig. 1). Descritto come una veduta di Verona dei vecchi proprietari, mostra in realtà Riviera San Benedetto con la torre della Specola sullo sfondo, seminascosta dalla nebbia. Il diverso titolo Una giornata di Carnovale a Padova si legge, invece, nella riproduzione pubblicata ne “L’illustrazione popolare” che ne chiarisce il soggetto e ne circoscrive il periodo esecutivo. Una curiosità: nell’edificio a destra, dopo il ponte di ferro, Zonaro aveva aperto uno studio nell’autunno 1881.
All’inizio degli anni novanta, come è noto, Fausto Zonaro si reca a Costantinopoli in cerca di maggiore fortuna. Qui, dopo qualche tempo, viene nominato pittore ufficiale della Corte Ottomana e ottiene finalmente agiatezza e ampia notorietà (figg. 2-3). Le sue opere di soggetto orientale, più o meno popolare, conquistano in brevissimo tempo numerosi appassionati d’arte e sono ancora oggi ricercatissime. Per dare la misura del loro apprezzamento, giacché abbiamo già accennato a un’aggiudicazione in asta, è sufficiente ricordare che nel 2015 a Londra da Sotheby’s un dipinto di Zonaro (fig. 4) ha raggiunto la cifra record di euro 1.320.000,00. Ricordiamo anche che presso i Musei Civici di Padova, ma ancora nei depositi per mancanza di un museo dell’Otto-Novecento, è presente un significativo nucleo di opere del pittore di Masi, donate dalla famiglia.
L’articolo de “Il Veneto” che riporta quello del genovese “Caffaro” – trascritto in calce – è uno dei tanti che si possono leggere su Fausto Zonaro in quegli anni. Nel “cappello” introduttivo troviamo subito informazioni di particolare interesse. Si ricorda che il pittore aveva appena inviato a Padova da Costantinopoli quattro dipinti, “impressioni” non meglio descritte, e che i quadri erano stati esposti in un negozio in via Torricelle (presso la Chiesa dei Servi) insieme ai lavori di Tadeusz Popiel, attivo in quel periodo nella Cappella Polacca al Santo, e ai progetti architettonici di Federico Cordenons, vecchio insegnante e amico di Zonaro, allora assistente del direttore Andrea Moschetti nel Museo Civico. La piccola rassegna aveva lo scopo di mostrare al pubblico i risultati pratici della pittura eseguita con l’encausto Cordenons (cfr. L’esposizione del prof. Cordenons, “La Provincia di Padova”, 23-24 novembre 1899). Tale metodo, applicabile a ogni genere di supporto, superava per la prima volta i problemi di annerimento e di ingiallimento delle tinte dovuti alla trementina, sostituita da un composto che volatilizzava immediatamente. La formula segreta dell’encausto messo a punto dall’architetto di Camposampiero era stata venduta addirittura alla ditta Schönfeld di Düsseldorf, una tra le più importanti a livello europeo. Abbiamo così l’importante informazione che Popiel e Zonaro utilizzavano i colori a encausto prodotti e commercializzati dall’azienda tedesca (fig. 5).
Alcune interessanti riflessioni si possono svolgere anche in merito allo pseudonimo “Mario De’ Fiori”, con cui si firma il corrispondente da Costantinopoli del “Caffaro”. Tale pseudonimo si ispira chiaramente all’appellativo con cui è anche conosciuto Mario Nuzzi, pittore romano del Seicento specialista in nature morte. Ma chi si nasconde dietro tale pseudonimo? Chi era giunto in Oriente in quell’autunno 1899 e aveva conosciuto Fausto Zonaro alla Corte Ottomana?
Un’ipotesi suggestiva è quella che prende in considerazione Gabriele D’Annunzio. Egli è di certo l’utilizzatore più famoso di quel nome d’arte, usato con altri pseudonimi per firmare articoli inviati a riviste e quotidiani. Secondo più di uno studioso, egli avrebbe firmato “Mario De’ Fiori” anche alcuni scritti pubblicati nel “Caffaro”. Si sa, inoltre, che il poeta abruzzese non disdegnava affatto la critica d’arte (celebre, ad esempio, è l’elogio dei ritratti dei Sovrani dipinti dal conterraneo Francesco Paolo Michetti, 1889). L’ipotesi D’Annunzio, pur affascinante, stenta però a conciliarsi con le sue vicende biografiche, già accuratamente scandagliate. Egli infatti, poche settimane prima della su riportata corrispondenza, aveva sì raggiunto Eleonora Duse a Vienna, ma non aveva proseguito con lei nel viaggio verso Bucarest – città dove l’attrice arrivò a metà ottobre, relativamente vicina a Costantinopoli – preferendo poi tornare a Venezia. Non avrebbe avuto così la possibilità di recarsi in Oriente. Non in quei giorni, per lo meno. Vi era stato già, in precedenza? Poteva avere solamente immaginato l’incontro con il pittore veneto?
A risolvere i dubbi nell’identificazione, e quindi a rendere irrilevanti gli interrogativi su D’Annunzio, interviene il testo Chi è? Dizionario degli Italiani d’oggi, pubblicato a Roma dall’editore Formiggini. Nella quarta edizione (1928) si legge che lo pseudonimo “Mario De’ Fiori” veniva utilizzato anche dal pubblicista Aldo Chierici (Ancona 1867 - Roma 1950), collaboratore di diversi quotidiani, incluso il genovese “Caffaro”. Fra gli scritti di Chierici troviamo pure il libro Nel paese della Mezzaluna, uscito nel 1900, e l’articolo Fausto Zonaro e le sue opere, uscito due anni dopo ne “La Tribuna illustrata”. La paternità della corrispondenza da Costantinopoli riportata ne “Il Veneto” appare così verosimilmente accertata.
Infine, un’ultima nota biografica su Zonaro. Nel 1909, con la caduta del sultano Abdul-Hamid II, Fausto Zonaro decide di tornare in Italia, scegliendo San Remo come residenza. Qui continua a dipingere fino alla sua scomparsa, ispirato anche dal ricordo dei numerosi viaggi e del soggiorno a Costantinopoli. Non è raro, pertanto, trovare quadri di Zonaro simili fra loro ma datati in modo diverso, entrambi autentici perché da lui riprodotti appunto in tempi differenti. Oggi, purtroppo, esistono anche numerosi falsi, perché i suoi dipinti – come abbiamo visto – valgono molto. Le falsificazioni, nondimeno, costituiscono pur sempre anch’esse un’eloquente testimonianza della celebrità raggiunta dalle opere del pittore padovano.
Riportiamo nel riquadro l’articolo del Chierici, firmato “Mario De’ Fiori”, apparso sul “Caffaro” e riportato ne “Il Veneto”, 2 dicembre 1899.
Il pittore del Sultano
Costantinopoli, 28 ottobre
Il pittore del sultano è veneto, e si chiama Fausto Zonaro; il suo predecessore, Luigi Acquaroni, era romano, e fu per sedici anni al palazzo imperiale, e vi sarebbe ancora se la morte non l’avesse colpito. È l’unico primato che è ancora rimasto all’Italia, oramai: il primato nell’arte. Fausto Zonaro, fatto dal Sultano cavaliere, è uno dei più fecondi pittori che io abbia mai conosciuto: egli è capace di fare un pastello la mattina, un acquerello a mezzogiorno, un quadro a olio la sera. È lui che ha riordinato la galleria imperiale a Palazzo, dove, per dire il vero, non vi sono quadri di straordinario valore. Fausto Zonaro vi ha collocato qualche dozzina dei suoi quadri, rappresentanti gli avvenimenti turchi più salienti, e, fra gli altri, la visita degli Imperiali di Germania. Lo studio di Zonaro è una galleria di tre piani, tutta piena di lui: nei piani terreni vi sono i quadri della sua prima arte, allorché, a Venezia, dipingeva le belle gondole, nere e flessuose, e le dolci donne venete dalle forme slanciate e dagli occhi neri. Ma da quando risiede a Costantinopoli, il soggetto dei suoi quadri è mutato. Non più il ponte di Rialto, pieno di luce e pieno di colori, ma il ponte di Galata, pieno di gente e pieno di stracci. Non più la donna veneziana, dal sorriso ammaliatore, con la bocca aperta nel sorriso, con i denti nivei e mordenti, ma l’odalisca chiusa nel suo velo e nel suo mistero, con due grandi occhi languidi che dicono tutto e non dicono nulla, perché al disotto vi può essere un naso fidiaco o un naso a peperone, e sotto ancora una boccuccia corallina o uno spacco deforme. Il soggetto, dunque, è cambiato: ma non è cambiata la felice maniera, il felice intuito, la pennellata armoniosa e vigorosa. E poi la qualità! Quadri su quadri, grandi, piccoli, così così. Tutto l’Oriente è passato in rassegna; non un abito, non un costume, non un episodio fu dimenticato e trascurato. Tutti i rami della vita pubblica e privata, nelle varie molteplici manifestazioni, sfilano sotto gli occhi del visitatore meravigliato. Donne, soldati, odalische, giardini e case e moschee e ponti e ville e riviere e gruppi di uomini e di abitati, nulla, nulla fu obliato. E il Sultano lo ha assai caro, perché il Sultano è smanioso come un fanciullo, e Zonaro vigile come una balia. – Vorrei il tal angolo del mio giardino – gli dice il Nume. E il tal angolo del giardino, dopo ventiquattr’ore, è, con pennellate maestre, impresso sulla tela, con i suoi viottoli, con i rosai fioriti, con tutta la gamma dei colori strappati alla natura. Ve ne fossero italiani di tal natura sparsi per il globo, a portarvi l’impronta più geniale e più feconda e più duratura della patria nostra! In mezzo alla decadenza moderna ci è rimasto qualche cosa di vivo e di simpatico: l’arte. Onoriamone dunque i cultori, in qualunque parte essi si trovino.
Mario De’ Fiori