Modin Primo
Padova 21.11.1868 - 28.01.1928
Padova 21.11.1868 - 28.01.1928
1. Primo Modin, Ritratto femminile, matita su carta, cm 27x17, collezione privata.
2. Primo Modin, Ritratto femminile, olio su tela, cm 37x30, collezione privata.
3. Primo Modin, Lettura, pastello su carta, cm 31x41, collezione privata.
4. Primo Modin, Ritratto di Vittorio Lazzarini, 1912, olio su tela, cm 67x57, Accademia Galileiana di Scienze, Lettere ed Arti - Padova.
5. Ricostruzione del Traghetto della Reggia Carrarese di Primo Modin.
Primo Modin nasce a Padova il 21 novembre 1868, primo di sette fratelli, da Ferdinando, agente di commercio, e Maria Carpanese(1). Apprende i fondamenti di pittura dal ritrattista concittadino Augusto Caratti (1828-1900) e nell’autunno 1888, su plausibile suggerimento del maestro o di un suo vecchio allievo, Antonio Brunelli Bonetti, si reca a Firenze per frequentare il corso speciale di Figura dell’allora Regio Istituto di Belle Arti, oggi nota Accademia(2). La città toscana era stata per lungo tempo al centro del dibattito artistico nazionale per la presenza del movimento macchiaiolo, che aveva trovato negli accostamenti di campiture cromatiche, le cosiddette “macchie”, una nuova via sintetica per rendere il vero e particolarmente i suoi aspetti non celebrativi, come quelli commoventi tratti dalle battaglie risorgimentali da Giovanni Fattori, esponente più noto del gruppo e professore di Pittura nell’Istituto frequentato da Modin. A Firenze è presente anche il critico Diego Martelli, fermo sostenitore dei pittori macchiaioli e fra i primi estimatori nostrani degli Impressionisti, da lui osservati direttamente nella capitale francese. Modin si iscrive al corso speciale di Figura con il sostegno economico del Consiglio Comunale di Padova, che gli accorda un sussidio di lire ottocento all’anno, rinnovabile per altri due, a condizione di riportare buoni risultati. Il giovane non tradisce le aspettative e ottiene al termine del primo corso (1889) il primo premio consistente in una medaglia d’argento per la prova in “Figura dal gesso”, alla fine del secondo corso (1890) due riconoscimenti in denaro di cinquanta e quaranta lire in “Figura dal vero” e in “Figura dal gesso” e nell’ultimo (1891) ancora quaranta lire in “Figura dal vero”(3).
Nell’autunno di quello stesso anno Modin, persuaso che ogni artista debba perfezionare la propria tecnica pittorica ed essere al corrente dei più recenti linguaggi prima di seguire un’ispirazione personale, si trasferisce a Monaco di Baviera per frequentare presso l’Accademia di Belle Arti la classe di Pittura dal vivo (Naturklasse) di Karl Raupp(4), pittore conosciuto per i paesaggi animati sulle rive del lago Chiem. Il trasferimento potrà sorprendere coloro che ancora ritengono immobili e scarsamente aggiornati gli artisti di ambito padovano di quel periodo, ma tale tesi è ormai smentita dai dati emersi negli studi più recenti(5). Per quanto riguarda i contatti con Monaco, ad esempio, sappiamo dalla biografia scritta da Bruno Brunelli Bonetti che suo zio Antonio aveva studiato dopo l’ottobre 1885 alla scuola privata di Figura del pittore Max Ebersberger e a quella di Nudo di Roerer. Nei registri delle matricole dell’Accademia abbiamo rinvenuto le precedenti iscrizioni di Alberto Fava (1857, Antikenklasse), padovano residente a Torino, e di Federico Cordenons (1869, Bildhauerschule); quelle successive di Giuseppe Massarotto (1893, Naturklasse di Gabriel van Hackl) e di Giovanni Sacchetto (1893, Naturklasse di Karl Raupp), e quella più tarda di Adolfo Callegari (1909, Zeichenschule di Angelo Jank). Dai cataloghi delle esposizioni annuali allestite a Monaco intorno agli anni novanta si traggono le partecipazioni dello scultore Serafino Ramazzotti e dei pittori Fausto Zonaro e Oreste Da Molin. E ancora ci risulta esposto nel 1892 un dipinto di Alberigo Balbi Valier, il quale l’anno successivo, in occasione di un tour ciclistico in solitaria attraverso la Germania e l’Austria, si ferma in città ed è accompagnato all’Esposizione annuale dal sopra ricordato Giovanni Sacchetto, pittore oggi sconosciuto e pure in attesa di essere riscoperto. Anche soltanto questi dati, ma chissà quali altre sorprese riservano gli archivi familiari, oggi irreperibili, provano l’esistenza di contatti fra la capitale bavarese e diversi artisti di ambito padovano, contatti che continueranno nel secolo successivo.
Quando vi giunge Modin, a fine Ottocento, Monaco è sufficientemente indulgente e aperta nei confronti delle intemperanze giovanili. Lo strapotere esercitato per anni da Franz von Lenbach, che traeva ispirazione anche dalla pittura di Giorgione e di Tiziano osservata in Italia, si era incrinato nel 1889, quando al Glaspalast era apparso il Guardiano del Paradiso, opera dissacrante del giovane simbolista Franz von Stuck. Nell’estate 1892 – anno in cui si costituisce la Secessione, ossia un’associazione composta da un centinaio di artisti a prevalenza simbolista per allestire mostre e rinnovare l’arte figurativa – i quotidiani padovani annotano il temporaneo ritorno di Modin in seno alla famiglia e riportano che all’esposizione dei lavori compiuti durante l’anno accademico il giovane ha ricevuto un attestato di lode speciale da parte del collegio dei professori(6). Non sappiamo per quanto tempo egli rimanga a Monaco, perché i pochi dati rinvenuti non lo precisano e perché l’Archivio dell’Accademia, distrutto dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale, conserva degli allievi solo il registro d’iscrizione. Tuttavia risulta lì residente ancora nel 1894, in Neureutherstraße, come si apprende dal catalogo della seconda Triennale di Milano, alla quale il pittore invia un ritratto non meglio individuato nella tecnica e nel soggetto. A Brera Modin entra in contatto con la tecnica divisionista che tanto aveva fatto parlare nella prima edizione e che egli stesso adotta in alcuni lavori. Nel 1896 un altro suo ritratto, Testa di vecchia, appare a Firenze alla Festa dell’Arte e dei Fiori, un’importante rassegna organizzata dalla Società Toscana di Orticultura in collaborazione con la locale Società di Belle Arti.
A Padova l’arte di Modin si nota nel 1897, quando il pittore allestisce alla Gran Guardia un’esposizione di lavori insieme a Domenico Menotti Bonatti (Padova 1865-1915) e allo scultore Serafino Ramazzotti (Sozzago, Novara 1846 - Novara 1920). La Mostra Modin-Bonatti-Ramazzotti, mai citata in precedenti studi, si inaugura il 23 giugno e rimane aperta fino all’11 luglio. Benché poco visitata dai concittadini – “Vergogna!” commenta sui quotidiani Victor (Vittorio Schiesari Civolani) – e chiusa in perdita – 208 lire di spese a fronte delle 125 di entrate – la rassegna appare estremamente interessante perché le opere proposte, oggi purtroppo disperse, risultano non convenzionali nelle descrizioni dei quotidiani.
Se per Secessione si intende uno scostamento più o meno manifesto dagli stili tradizionali al fine di rinnovare l’arte figurativa, si può senza dubbio affermare di essere in presenza di una piccola Secessione padovana, organizzata senza il coinvolgimento del locale Circolo Filarmonico Artistico e senza preoccuparsi della contemporanea apertura della Biennale veneziana, che come noto finiva per mettere in ombra qualsiasi altra rassegna delle città vicine e alla quale partecipavano quell’anno anche i padovani Balbi Valier, Pajetta e Da Molin. Nella Mostra, oltre alle opere di Primo Modin, sono presenti ritratti di Domenico Menotti Bonatti, in precedenza maggiormente interessato al paesaggio, eseguiti “con semplicità di mezzi” che ricordano “la maniera degli Scozzesi” e sue pitture già ritenute dai critici “incomplete”, “frettolose” o “poco simpatiche per mancanza di tecnicismo”, ma con effetti di luce e dal colore particolare, come si osserva in due paesaggi: “finissime sinfonie cromatiche in toni grigi e neutri, intense di sentimento e sciolte di maniera, fatte con niente”(7). Serafino Ramazzotti, scultore realista con ammiccamenti al simbolo, vissuto a Parigi intorno al 1881 e presente in diverse mostre nazionali e internazionali, propone alcuni lavori fra cui “un busto spontaneo, di getto, realizzato con pochissime sedute, del senatore Cavalletto”, quello del filosofo Ardigò e un altro femminile intitolato Un sogno, due gruppetti in terracotta Il sorriso della morte e L’Angoscia, e alcune statuine in costume settecentesco di gusto francese(8). Ramazzotti conosce di certo il vecchio maestro di Modin, Augusto Caratti, che insegna disegno nella scuola femminile “Scalcerle” diretta da Enrichetta Usuelli Ruzza, suocera dello scultore. Modin presenta alcuni studi, come egli li chiama, “assai gustosi per disegno e colore”. Sul quotidiano “Il Veneto”, il 9 luglio, un anonimo commentatore scrive che il giovane: “dimostra nei lavori esposti una solidità di preparazione poco comune, un’osservazione diretta del vero ed una maniera di riprodurlo coscienziosa e forte. Egli espone due studi per quadri (già fatti e venduti a Monaco), una Bavarese e un Conte Ugolino: due teste costrutte solidamente e di espressione intensa e nera, specialmente nella seconda fatta di prima con poche pennellate e più che a corpo di colore quasi con una sola velatura; una dolcissima testa di Cristo e lo studio della Bavarese con forza e con rilievo sentono forse un po’ dell’influenza dell’indirizzo monachese nel colore un po’ scuro, ma sono due studi che mostrano la solidità degli studi e l’animo eletto dell’artista che li concepì. Egli del resto s’è staccato completamente dalle tradizioni coloristiche di questa scuola, e ciò appare evidente in altre teste a pastello, fatte tutte in chiaro con poche masse d’ombra [...] una mezza figura intitolata Cattivo umore: un giovanotto che guarda fissamente dinanzi a sé con l’occhio torvo tenendosi sotto i denti il labbro inferiore, e annegando nel vino l’ira lunatica. È una testa gustosissima per la potenza riproduttiva del sentimento, luminosa e chiara, fatta un po’ alla maniera dei divisionisti […]. Ci duole di non aver avuto agio in questa esposizione di vedere qualche nudo di questo pittore, giacché sappiamo che specialmente in questo egli mostra tutte le sue qualità di disegno e di colore.”
Nell’aprile 1898 Modin termina un grande ritratto a olio del professor Giovanni Marinelli destinato al Congresso Geografico di Firenze, città nella quale il docente si era trasferito dopo il lungo periodo passato all’Università patavina. Il quotidiano locale “La Nazione” ne evidenzia la perfetta somiglianza(9). In questo momento il pittore è ivi residente, in piazza Donatello 5, come apprendiamo dal catalogo dell’Esposizione Generale Italiana di Torino dello stesso anno, alla quale Modin invia il pastello Ida. Sempre nel 1898 un disegno del giovane pittore appare a Padova, alla Mostra d’Arte “Eterno Femminino” organizzata dal Circolo Filarmonico Artistico nella nuova sede di palazzo dell’Orologio in piazza Unità d’Italia (ora dei Signori). Egli, “nello schizzo a penna della Frine … moderna, si rivela un disegnatore sincero e valente. Pressoché tutti gli atteggiamenti diversi degli spettatori – raccolti o dispersi – sono di una verità evidente dinanzi alla Frine delineata maestrevolmente, e con uno slancio che dice tutta la sicurezza del trionfo che conseguirà il suo avvocato in toga, anche lui disegnato con energia.”(10) Non abbiamo rintracciato il disegno “a carboncino” venduto in quella occasione al commendator Vettore Giusti(11), ma sappiamo che abitualmente Frine viene colta nell’atto di impietosire i giudici con la sua nudità per ottenere l’assoluzione dall’ingiusta accusa di empietà. Una scena di nudo del pittore, quindi, come auspicato dal critico della precedente mostra cittadina.
Negli anni seguenti l’attività artistica di Modin si riduce gradualmente perché il giovane inizia a collaborare con il padre alla direzione della distilleria Rigato di Ponte di Brenta, che diverrà di proprietà della famiglia intorno al 1920(12). Lo si trova presente all’interno del Circolo Filarmonico Artistico, espositore in alcune mostre cittadine e partecipe a eventi di natura filantropica.
Nel maggio 1902 – in gennaio aveva donato un suo quadro a olio alla consueta pesca di beneficenza organizzata durante il Carnevale – Modin risulta al lavoro su un grande ritratto del defunto presidente del Circolo, Bruno Barzilai, che verrà offerto al sodalizio e sarà collocato nella sala da musica (posta allora sopra l’attuale ufficio anagrafe).
Nel dicembre 1903 è membro della commissione esecutiva incaricata di allestire nel giugno seguente l’esposizione a soggetto obbligato “I sette peccati”. Modin, che in quel periodo è considerato da Victor una forte fibra d’artista alla pari di Giovanni Vianello, Bruno Puozzo, Giovanni Rizzo, Antonio Penello e Ramazzotti, presenta nel concorso a soggetto obbligato Visione d’una madre e fra i bozzetti Ida e Schizzo per ritratto. Nel primo lavoro Modin “ci presenta un episodio dei giardini pubblici. Ad una buona madre, che si è recata col proprio bambino a pigliare un po’ di fresco su di un sedile, vanno a tener compagnia sette persone. A giudicare dall’età, quei compagni di sedile non dovrebbero essere pericolosi. Ma essi rappresentano i peccati capitali … e la onesta donna, alle prime … impertinenze senili, scappa. E fa bene”(13). Il critico Ettore Romanello sulla “Gazzetta di Venezia” (12 giugno) rileva: “Col bozzetto del Vianello Gli insidiati ha qualche affinità il disegno esposto dal Modin, nel quale il tema è trattato in una forma più realistica. Anche nel disegno del Modin è effigiata una madre stringente fra le braccia il suo piccolo figlio; ella passa dinanzi ad una panca, sulla quale sono seduti in attitudini varie sette vecchi, ciascuno dei quali simboleggia e manifesta nella propria fisionomia uno dei sette peccati mortali; la madre inorridisce a quella vista e fugge, volendo salvare il bambino dal pericolo tremendo. Il concetto, come già osservammo, è significato in una forma un po’ troppo realistica; pregevole per efficacia espressiva è il disegno delle fisionomie dei sette vecchi.” Anche i due bozzetti, secondo il parere dell’articolista che scrive su “Il Veneto”, sono degni d’attenzione. Modin entra poi, suo malgrado, nella polemica che segue l’assegnazione dei premi, tirato in ballo da un perplesso “A. Di Meduna” che su “La Libertà” (10 luglio) motiva l’ingiusta esclusione del pittore unicamente con la premura di mantenere un membro della commissione ordinatrice lontano da sospetti di favoritismo.
Nel 1908 Modin cura l’organizzazione della Mostra d’Arte al Circolo Filarmonico Artistico, ma non vi partecipa come espositore, e prima dell’apertura presenta la rinuncia alla carica di consigliere. Terminata la rassegna il consiglio di presidenza gli offre una targhetta d’oro per l’assiduità e l’amore prestato nell’allestimento dell’evento.
Tre anni più tardi è tra gli artisti firmatari di una lettera inviata ai quotidiani in ricordo dell’amico pittore Ugo Valeri, morto tragicamente a Venezia cadendo da una finestra di palazzo Pesaro.
Nel maggio-giugno 1912 si tengono al Circolo Filarmonico Artistico la Mostra Commemorativa delle opere dei pittori Pajetta-Valeri, di cui Modin è direttore artistico, e alla Gran Guardia una Mostra il cui ricavato va a parziale beneficio della Società “Dante Alighieri”. Qui il pittore presenta alcuni ritratti “sobri di colore e forti di disegno” – rileva “Il Veneto” (2 giugno) – i quali, “agli altri pregi, aggiungono quello notevolissimo di rassomiglianza e carattere”. Anche il critico Achille De Carlo su “La Provincia di Padova” (5 giugno) apprezza i lavori: “Tra i ritrattisti mi piace notare […] il Modin Primo che da tanti anni ha lasciata la pittura … per far dello spirito. Questo però non gli impedisce quella e, difatti, egli ha due magnifici ritratti: quello di sua mamma, veramente forte, vigoroso e felice, e l’altro del prof. ‹Vittorio› Lazzarini di una somiglianza e di un carattere preciso.” Crediamo che il ritratto del noto paleografo veneziano possa identificarsi, anche sulla base dell’età dell’effigiato, con quello pervenuto all’Accademia Galileiana di Scienze, Lettere ed Arti e oggi lì conservato (fig. 4)(14).
Poche informazioni successive si rinvengono sul pittore. La Guida commerciale-industriale-amministrativa di Padova e provincia per il biennio 1913-14 (p. 54) lo colloca in via Porciglia. Nel 1916 Modin ritira dalla vendita di beneficenza un bozzetto di cartolina che aveva presentato al concorso Pro-mutilati, vinto poi da Vianello, e lo sostituisce con una somma di denaro (20 lire). Negli anni venti risulta abitare con la famiglia in una palazzina signorile al numero 6 di via Carducci, sulla quale è ancora visibile un fregio decorato che porta la firma di Giovanni Vianello e la data 1922. Conoscendo le sfortunate vicende personali di Vianello, dimesso dall’Ospedale Psichiatrico di Brusegana all’inizio di quell’anno e nuovamente ricoverato il 31 luglio per la ricomparsa della forma depressiva da cui era afflitto, è verosimile che la decorazione gli sia stata commissionata dall’amico artista, ormai divenuto benestante, come segno di immutata stima e sia stata completata in quei mesi.
Primo Modin scompare a Padova il 28 gennaio 1928. Dell’artista segnaliamo, infine, un disegno che ricostruisce la struttura dell’antico Traghetto della trecentesca Reggia Carrarese (fig. 5), apparso in una monografia dell’anno seguente, e un album di disegni donato al Museo Civico nel 1931 da Emma Menegazzo, vedova del pittore(15).
1) Matrimonio avvenuto il 30 aprile 1866 nella chiesa di San Daniele.
2) Soste a Firenze di Caratti nel settembre 1867 e di Brunelli Bonetti, si rinvengono in B. Brunelli Bonetti, Una vita d’artista: Antonio Brunelli Bonetti, sl 1941.
3) Le informazioni circa gli studi toscani mi sono state gentilmente confermate dal dottor Daniele Mazzolai, responsabile dell’Archivio Storico dell’Accademia fiorentina.
4) Ingresso il 19.10.1891, n. 887 del registro matricole per gli anni 1884-1920.
5) Per approfondimenti vedi i miei precedenti contributi e in particolare la monografia sul pittore Giovanni Vianello (2015).
6) Notizia apparsa su “L’Adriatico” e ripresa da “Il Veneto” l’8 agosto 1892 e da “Il Comune di Padova” il giorno dopo.
7) “Il Veneto”, 3 luglio 1897.
8) Ramazzotti adoperava con maestria anche il pennello, oltre la stecca, e agli inizi del Novecento tenne insegnamento privato di disegno e pittura con Pietro Pajetta.
9) “Il Veneto”, 21 aprile 1898.
10) “Il Veneto”, 16 giugno 1898.
11) “Il Veneto”, 19 giugno 1898.
12) G. Toffanin, Cent’anni in una città, Modin Primo (ad vocem), Padova 1973, p. 168; G. Pedrina, La Distilleria Modin di Ponte di Brenta, “Padova e il suo territorio”, V, 27, ottobre 1990, pp. 17-19.
13) “Il Veneto”, 15 giugno 1904.
14) Il dipinto è stato donato all’Accademia dal professor Giorgio Ronconi, che a sua volta lo aveva ricevuto dal figlio di Vittorio, Lino.
15) Vedi G. Rusconi, Il “Traghetto” della Reggia Carrarese, Padova 1929, e Da Giovanni De Min a Emilio Greco. Disegni del Museo d’Arte. Secoli XIX-XX a cura di F. Pellegrini, Padova 2005, pp. 663-665.